“Riot Act”, scritto da Alexis Gregory e portato in scena da Massimo Di Michele è un atto di testimonianza che supera i confini della rappresentazione. Tre monologhi, costruiti a partire da interviste reali, attraversano sessant’anni di storia LGBTQ+, restituendo non una narrazione lineare, ma una materia viva, attraversata da corpi, memorie e contraddizioni.
Dalla notte di Stonewall emerge la figura di Michael, portatore di una rabbia che non si è mai del tutto sedimentata; accanto a lui, Lavinia, drag queen radicale, trasforma il proprio vissuto in un gesto identitario tanto fragile quanto luminoso; infine, Paul, attivista di ACT UP, incarna la lotta contro l’AIDS come urgenza politica e necessità vitale. Tre traiettorie che non chiedono accettazione, ma attenzione.
La scena si riduce all’essenziale, lasciando che sia la parola a costruire immagini e relazioni. Eppure, proprio in questa essenzialità, si apre uno spazio denso, dove ironia e dolore coesistono senza annullarsi. Si ride, ma soprattutto si riflette quando inizia ad affiorare la violenza della storia: la brutalità della polizia, l’omofobia sistemica, l’isolamento dei corpi malati.
Ciò che colpisce è la capacità del testo di mantenere una tensione costante tra perdita e orgoglio. Nonostante tutto, affiora una linea di resistenza: una comunità che si costruisce anche nel trauma, che trova forme di esistenza e di bellezza nonostante le condizioni ostili. “Riot Act” non è memoria celebrativa, ma memoria attiva. Un teatro documentaristico che non archivia il passato, ma lo riapre, lo rimette in circolo, interrogando proprio il presente. E nel farlo, ricorda con lucidità che ogni conquista è fragile, reversibile, e che la libertà – più che un dato – resta una pratica da difendere, continuamente.
Scritto da Andrea Di Corrado