Gabriele Tinti presenta il suo nuovo libro, pubblicato in lingua inglese e italiana da Eris Press (New York) e distribuito dalla Columbia University. “The Boxer” raccoglie poesie e brevi testi in prosa composti a partire dal 2009, con l’obiettivo di restituire il mistero e il fascino di uno dei pochissimi bronzi sopravvissuti dall’antichità: il Pugile in Riposo.
Alla presentazione parteciperanno la vice Presidente del Palazzo delle Esposizioni Ivana Della Portella, la critica letteraria Gabriella Palli Baroni e alcuni campioni di pugilato. Saranno presenti anche gli attori Alessandro Haber ed Edoardo Purgatori che leggeranno alcune poesie tratte dal volume.
Per l’occasione, abbiamo chiesto a Tinti stesso di scegliere, commentandolo, un estratto dalla sua pubblicazione che fosse uno spunto per un breve racconto della città dal suo punto di vista:
All’angolo:
pugni a riposo,
ascoltando
antichi discorsi
nel tuo tempio
di carne e metallo
e sangue che
tamponi
con i guantoni
stringi l’emorragia
delle parole,
sfidi il destino.
Non c’è dolore:
lui ti aspetta,
già in piedi prova
con l’ombra
come fare
per meglio
colpire.
E il pubblico?
È in apnea
per quest’ultimo
round che non arriva
che non è mai
abbastanza.
Tra poco
dovrai alzarti:
apri la bocca
– bevi; solleva
la testa – guarda
quest’uomo
fatto di terra.
Ti basta
un colpo soltanto
tirato bene poi
ti abbracceranno
ti porteranno
in trionfo
ma il colpo
non viene
e qualcuno
se n’è già andato
nel tramonto
di Roma
in quel languore
che apre
il petto dell’arena;
lontano salgono
le urla del fianco
a fianco, rovina
di questo mondo
di cuori che
esultano
insultano
giudicano
e tu in tutto
quel rumore
cerchi il respiro
buono, il riflesso
nel cerchio
del secchio pieno
di sangue e saliva
e interiora
– un po’ di tempo
ancora.
“Roma è lo spazio dove più trovo quello che cerco. È la gola spalancata delle parole di sempre, la pietra dura dove ogni cosa è rimasta, rovina, frammento dove nulla si è perso. La poesia è ancora possibile se si frequenta davvero Roma. Perché è un’impresa che nasce sempre dal passato, in quel vasto cimitero di parole e immagini, da quel deposito che è «abisso di pensieri» come scriveva Schelling. Il poeta non può trovare le giuste parole se non da quel fondo. Non c’è altra via. Nessuna alternativa. Ed è per questo che Roma ci tiene ostaggi. Lo fa seducendoci continuamente con i suoi innumerevoli tesori, esercitando il suo potere.
Quando per la prima volta vidi Il Pugile a Riposo rimasi abbagliato. Quel simulacro del mondo antico attivò l’intera mia serie di poesia ecfrastica. Rappresentato dall’artista nell’atto di volgere il capo, il Pugile è seduto, fortemente segnato da ferite profonde e da un copioso sanguinamento. Non sappiamo con certezza che cosa significhi quel volgersi del capo. Certo è che la gravità, il peso di quel corpo, tutte le ferite e quel guardare al di là, quel volgersi altrove, sembrano rappresentare proprio le nostre antenne spirituali sempre accese, quella ‘malattia d’infinito’ da cui tutti siamo visitati. L’esistenza è una battaglia in terra straniera scriveva Marc’Aurelio. Una frase così vera per me, parole che sembra pronunciare il Pugile stesso. È innegabile che il nostro stesso corpo e mente siano campi di scontro di forze che ci trascendono e che ci finiranno. Ma è anche possibile – e quella possibilità è la poesia stessa – alzarci e dire, contraddire la fine”.
Scritto da La Redazione