“Landless” porta sulla scena un corpo solo ma la solitudine, nelle mani di Christos Papadopoulos, non rappresenta necessariamente il vuoto: diventa piuttosto uno spazio smisurato da esplorare, un territorio nel quale ogni minimo movimento può assumere il peso di un terremoto.
Il coreografo greco, tra le figure più riconosciute della nuova danza europea e vincitore nel 2025 del Rose International Dance Prize di Sadler’s Wells, costruisce insieme a Georgios Kotsifakis un assolo che nasce proprio dal desiderio di abbandonare le sicurezze accumulate. Papadopoulos, abituato a lavorare sulla forza dei corpi collettivi, si confronta qui con la vulnerabilità di un unico interprete esposto allo sguardo del pubblico. Una solitudine che lo stesso coreografo ha definito sorprendente e che, nella più recente evoluzione dello spettacolo, si è caricata di riflessioni sulla fragilità del corpo umano e sul suo bisogno di essere rispettato e protetto.
Kotsifakis, danzatore dalla lunga esperienza internazionale, già collaboratore di realtà come DV8, Rambert e Sidi Larbi Cherkaoui, sembra diventare materia da osservare al microscopio. “Landless” parte, infatti, dal linguaggio che ha reso immediatamente riconoscibile Papadopoulos: movimenti minimi, ripetizioni, variazioni quasi impercettibili, scarti capaci di insinuarsi lentamente nella percezione dello spettatore. Il corpo viene trattato come un’architettura da decifrare, uno spazio nel quale naturale e artificiale, equilibrio e frattura continuano ad alternarsi fino a contaminarsi.
Essere “senza terra” significa perdere temporaneamente coordinate, appoggi e certezze. Quando anche la terra manca sotto i piedi restano un corpo, il buio, la luce e il suono di Jeph Vanger. Cinquanta minuti nei quali osservare qualcuno cercare un nuovo equilibrio e accorgersi, lentamente, che quella vulnerabilità appartiene a tutti noi.
Scritto da Andrea Di Corrado