“Anixi”, in greco, significa primavera. Ma la primavera evocata da Alexia Sarantopoulou non ha nulla di rassicurante: è una stagione fragile, instabile, quasi febbrile. Non il ritorno ordinato della luce, ma il momento incerto in cui qualcosa comincia a cambiare dopo una lunga notte, senza sapere ancora se sarà rinascita o ferita.
Inserito nel percorso “La notte mi sveglio e sogno” dell’Angelo Mai, lo spettacolo si colloca in uno spazio intermedio tra residenza, visione e confessione scenica. Sarantopoulou costruisce un lavoro che sembra abitare l’insonnia: quel territorio in cui il corpo resta sveglio, la mente scivola altrove e il sogno non è evasione, ma materia viva, inquieta, necessaria.
Con Fedra Morini e Ondina Quadri, “ANIXI” appare come un’ode alla vita che fugge e al tempo che passa, ma anche come un piccolo rito di resistenza. La scena non cerca una narrazione lineare: preferisce muoversi per immagini, vibrazioni, presenze, lasciando che il corpo parli dove la parola non basta più.
La forza del lavoro sta proprio in questa sospensione: nel trattenere lo spettatore in un punto di soglia, tra buio e alba, tra malinconia e desiderio, tra ciò che finisce e ciò che insiste a nascere. Una primavera notturna, dunque. Non luminosa, non pacificata, ma ostinata: come tutto ciò che, anche nel buio, continua a cercare una via per tornare alla vita.
Scritto da Andrea Di Corrado