C’è stato un tempo in cui il futuro apparteneva alla fantascienza, ai romanzi di Isaac Asimov, di Philip K. Dick. Oggi sembra avere un logo, una quotazione in Borsa, satelliti che attraversano il cielo e il volto riconoscibile di uomini abbastanza ricchi da far volare le auto. In prima nazionale per Romaeuropa Festival, Pietro Giannini, Premio Ubu 2025 come miglior attore o performer Under 35, porta in scena “Starman. La vera storia di Leon Skum”, ritratto di un imprenditore visionario, controverso, immensamente ricco, cresciuto in Sudafrica e deciso a cambiare il destino dell’umanità. Ogni somiglianza con Elon Musk, questa volta, è decisamente voluta.
Ma Leon Skum non sembra voler essere semplicemente una caricatura. Giannini lo definisce un “Leonardo moderno” e prova a ricostruirne l’esistenza attraverso frammenti, testimonianze e contraddizioni che finiscono per comporre quello che lui stesso chiama un «nero mosaico del XXI secolo». Dall’infanzia alla costruzione di un impero economico, il racconto attraversa musical, talk show, saghe galattiche, cultura pop e l’enigmatica presenza del robot Prometheus. Cinquanta minuti in cui la biografia comincia a confondersi con lo spettacolo e l’uomo con il personaggio che abbiamo costruito intorno a lui.
Ed è forse proprio qui che “Starman” intercetta qualcosa di profondamente contemporaneo. Abbiamo progressivamente affidato una parte della nostra immaginazione del futuro a pochissime figure capaci di prometterci ciò che fino a qualche decennio fa apparteneva ai romanzi: intelligenze artificiali sempre più potenti, automobili che guidano da sole, città tecnologiche, viaggi interplanetari. Il progresso ha smesso di avere soltanto il volto anonimo della scienza e ha ricominciato ad avere quello, molto umano, dei suoi profeti.
Eppure ogni profeta ha bisogno di un mito. La domanda di Giannini sembra allora diventare più interessante di qualsiasi biografia: che cosa accade quando cominciamo a credere che il futuro possa dipendere dalla volontà di un singolo uomo? Lo spettacolo prova a entrare proprio nella costruzione di quel mito, là dove genio, ambizione, solitudine e potere cominciano a diventare difficili da separare. Romaeuropa parla della “morte dei padri”, mentre dietro l’ascesa di Leon emergono fantasmi familiari e un desiderio quasi smisurato di superare ogni limite. Non basta avere successo. Non basta essere immensamente ricchi. Bisogna lasciare la Terra, conquistare il futuro, modificare la traiettoria stessa dell’intera umanità.
Perché è facile ridere dell’eccentricità dei nuovi miliardari tecnologici. Molto più difficile è interrogarsi sul motivo per cui continuiamo ad ascoltarli quando ci raccontano il mondo che verrà. Forse abbiamo ancora bisogno di qualcuno che ci prometta che tutto sia possibile, che la tecnologia potrà correggere i nostri errori, che potremo superare i limiti del corpo, della Terra e magari persino della morte. Ed è qui che Leon Skum smette di essere soltanto il doppio grottesco di un uomo realmente esistente. Diventa lo specchio del nostro bisogno incessante di credere nei salvatori. E forse, mentre guardiamo un uomo che sogna di cambiare il destino dell’umanità, “Starman” ci costringe a porci una domanda ancora più inquietante: quando abbiamo smesso di immaginare il futuro insieme e abbiamo iniziato ad aspettare che fosse qualcun altro a costruirlo per noi?
Scritto da Andrea Di Corrado