ven 01.11 2019 – dom 10.11 2019

JazzMi 2019

Chi

  • Archie Shepp
  • KOKOROKO

Quando

venerdì 01 novembre 2019 – domenica 10 novembre 2019

Quanto

ingressi vari

Contatti

Triennale Milano Teatro + Ponderosa Music & Art

Sito web

0:00
0:00
  • Blase

    Archie Shepp

  • Nobody knows the troubles I've seen

    Archie Shepp

  • Adwa

    KOKOROKO

  • Colonial Mentality - Live

    KOKOROKO

Courtesy of Spotify™

È stata nella pigrizia sonnacchiosa di un pomeriggio d’estate, bevendo birre in riva al fiume senza nemmeno provare a mantenerle fresche, l’ultima volta che ho sentito qualcuno chiederlo: «Cos’è il jazz oggi?». Si parlava di festival imminenti e di dischi acquistati o scaricati, di musica del presente e tangenzialmente di jazz. Ma non appena si arriva al jazz, ecco che spunta la domanda. E diventa un casino, perché ci si aspetta una risposta. Meglio cambiare discorso, ingollare mezza birra calda per procurarsi l’urgenza di andare a prenderne un’altra: lasciar cadere nel vuoto un dibattito che si protrarrebbe inevitabilmente sino all’alba. O lasciare la risposta al jazz. Ci sono festival che sembrano fatti apposta per avventurarsi in cerca della soluzione, arricchendo di voci il dibattito. JazzMi è uno di quelli: sin da quando è entrato in maniera dirompente nell’autunno cittadino ha inoculato nei timpani dei milanesi un ricco catalogo della musica del Diavolo. Ora si appresta ad aggiungere un nuovo tomo alla collezione, imboccando ancora una volta strade differenti, in quella che pare diventata da subito una felice abitudine, quasi un’ispirazione.

Perché il jazz è bello perché è vario, e JazzMi sembra averlo perfettamente compreso, trovando così la chiave per far breccia anche in un pubblico inafferrabile come quello milanese, capace di saltuarie esaltazioni e costante indifferenza, anche davanti a nomi di comprovata fiducia. JazzMi risponde conseguentemente inserendo (quasi) tutti gli elementi in programma, forte della certezza che la curiosità aizza l’appetito. Certo, l’edizione di quest’anno è forse quella che guarda di più al passato rispetto a quelle viste sinora, ma l’ampiezza della proposta si coglie mettendo i programmi delle varie annate in fila, sommandoli uno all’altro. Il tema del 2019 d’altronde sembra essere la celebrazione degli anniversari in ogni campo, in un clima non da fine della Storia ma da ripartenza. Quarant’anni fa moriva Charles Mingus? Ecco la Mingus Big Band. Indubbiamente il jazz è memoria, tanto è forte il suo legame con la tradizione e con chi ha sempre saputo sfidarla, e continua a farlo. È il caso di quello che potremmo definire l’headliner di questa edizione, Archie Shepp, che a 82 anni suonati (mai termine fu più azzeccato) non ha ancora intenzioni di arrendersi, e forse nemmeno di calmarsi. È una di quelle leggende viventi che accompagnano lo sviluppo del jazz facendosi testimoni di una storia, e non è il solo in cartellone. E in programma come lui ci sono due capostipiti del nerdismo più affascinante come Herbie Hancock e John McLaughlin.

Cos’è stato il jazz sino a ieri è più facile a dirsi, anche quando è stato ricerca verso nuovi mondi. Patrizio Fariselli oggi la sua esplorazione l’ha spinta verso l’esotismo. I Supermarket verso una “world music” tutta sviluppata entro i confini della Romagna, che come tutti i confini (pure quelli musicali) sono continuo argomento di dibattito. I Taxiwars di Tom Barman aggiungono croccantezza alle vecchie sonorità del bop facendole passare per un frituur fiammingo. I KOKOROKO lo riportano in Africa, per raccogliere l’insegnamento dell’afrobeat e seguirli sino alle periferie londinesi. I Rymden lo travolgono con un approccio scandinavo che anziché esplodere si cristallizza nella tensione. Ambrose Akinmusire sembra quasi tornare allo spiritual jazz, se non fosse che lo agita evocando nuovi spiriti.

Che cos’è il jazz oggi, dunque? È mutamento, esplorazione, rottura. Che ricomincia ogni volta da dove era cominciato un secolo e mezzo fa. Improvvisazione e ritmo, saltando da un concerto all’altro, da un confine all’altro. Forse JazzMi ci aiuterà a trovare la risposta, più probabilmente no. In fondo chi se ne frega, almeno a novembre le birre restano fresche più a lungo che in un pomeriggio d’estate.

Scritto da Filip J Cauz

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-11-01