Il sorriso dai denti storti, Vans rosse e cappellino da camionista: un’estetica intrisa di scanzonata malinconia che ha reso Mac DeMarco uno dei simboli più riconoscibili dell’indie rock degli ultimi quindici anni. Per molto tempo il cantautore canadese ci ha dato l’impressione di vivere dentro una lunga estate stropicciata, fatta di chitarre slacker, live imprevedibili e un umorismo assurdo, sempre attraversato da una velata nostalgia.
Dopo anni di assenza torna finalmente dal vivo nella Capitale, ospite del Roma Summer Fest nella suggestiva Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, per presentare “Guitar”. Un disco nel quale la sua perenne estate lascia il posto ad un autunno scarno e più maturo. Scritto, registrato e prodotto interamente da lui, l’album è il risultato di cinque anni di disintossicazione dagli eccessi e di isolamento volontario in una vecchia fattoria su un’isola al largo della British Columbia, dove oggi cura personalmente ottanta ulivi. Sembrano lontanissimi i tempi in cui DeMarco organizzava barbecue in strada a Brooklyn o invitava i fan a casa sua per un caffè. Da questa trasformazione nasce un lo-fi intimo e minimale, impreziosito da echi folk, psichedelia soffusa e quel cantautorato nordamericano in cui riaffiorano fantasmi di Elliott Smith, Neil Young e John Lennon.
Eppure, resta profondamente lui, con la sua voce stanca e ironica capace di rendere ogni confessione subito familiare. Per chi è cresciuto con l’apatia dolceamara di “Salad Days”, vederlo all’Auditorium di Roma sarà come ritrovare un vecchio amico che ha finalmente messo la testa a posto. Il folk spoglio di “Guitar” si mescola alle vecchie hit generazionali di “2” e “Salad Days”: la colonna sonora perfetta di un maldestro, ma necessario, passaggio all’età adulta.
Scritto da Marta Perrotta