Il suono di Lucrecia Dalt è un’allucinazione geografica: sembra affiorare dalla natura incontaminata delle Ande per poi smarrirsi tra i locali di una Berlino notturna. Il suo pop obliquo e visionario ha radici sudamericane, ma con un approccio radicale alla composizione tipico dell’avanguardia europea. La voce, ipnotica e a tratti percussiva, sembra quasi una confessione continua che si fa strada tra l’intimo e il perturbante.
Proprio per questa sua naturale dote narrativa l’artista colombiana si muove con disinvoltura nel mondo del cinema. Le sue colonne sonore lavorano per sottrazione, creando atmosfere inquietanti nella loro apparente delicatezza: ne è un esempio lampante la colonna sonora della horror comedy “The Baby”. Nel suo ultimo lavoro – che porterà live al Monk grazie alla tripla spinta di Manifesto, Flaming Creatures e Zen Arcade – le strutture restano irregolari, ma la voce si avvicina ulteriormente, diventando meno straniante e più umana.
Il progetto si arricchisce di collaborazioni azzeccatissime: la deriva liquida e psichedelica di Juana Molina, la profondità rarefatta e quasi spettrale di un gigante come David Sylvian e il gioco di specchi vocali di Camille Mandoki. Ciò che ne esce fuori durante il live è un rituale contemporaneo sospeso, in bilico tra texture elettroniche imprevedibili e suggestioni ancestrali.
Scritto da Marta Perrotta