Il mio primo incontro con Pat Metheny è stato grazie a un CD nella collezione dei miei genitori. Nessuno dei due è mai stato un grande appassionato di musica, ma, per mia fortuna, avevano un certo debole per lo smooth jazz e la fusion che andavano forte negli anni Novanta. Il disco era Letter from Home del Pat Metheny Group: una collezione di armonizzazioni impossibili, melodie catchy e una palette di suoni che ti fanno immaginare l’America come un posto felice e spensierato, da attraversare passeggiando con in mano una cup dal celebre design JAZZ color pastello e un bagel nell’altra. Dopotutto era il 1993, non c’era molto di cui preoccuparsi. A parte il crollo della Prima Repubblica, la guerra in Bosnia e Nord Sud Ovest Est degli 883, tormentone ufficiale di quell’estate.
Sono stato felice quando ho rivisto il volto di Pat Metheny sui manifesti in giro per Milano. Splendido come lo ricordavo, nonostante i 71 anni, con quella criniera da semidio della musica. Del resto stiamo parlando di un freak totale che, a detta sua, durante l’adolescenza studiava chitarra anche venti ore al giorno. Tralasciando il livello puramente tecnico e armonico, che lascio volentieri ai colleghi jazzisti, mi ha sempre colpito il suono della sua chitarra: un timbro leggermente muddy, sempre presente ma mai invasivo, perfettamente integrato nel suono della band.
La chitarra ha questa capacità di mimetizzarsi che pochi altri strumenti possiedono. Il sax, per esempio, no. Il sax, come dice James Blake: “is like the guy at the party who’s done too much coke and is telling you about his new business idea, and you don’t give a shit.” Secondo me anche Metheny nutre un sentimento simile, considerando la sua celebre dissata a Kenny G che, per chi non lo conoscesse, è uno degli artisti con il maggior numero di dischi venduti nella storia (circa 75 milioni di copie) il che lo rende probabilmente lo strumentista di maggior successo commerciale di sempre. Per me appartiene a quella categoria di musicisti “evil” tipo Bocelli e i Village People.
Per anni Metheny e Kenny G hanno convissuto senza mai incrociarsi davvero. Da una parte Pat, con le sue architetture armoniche celestiali, una quantità indecente di album e premi (è l’unico artista nella storia dei Grammy ad aver vinto in dodici categorie diverse). Dall’altra Kenny G, che con il suo sax mieloso ha sonorizzato lounge, ristoranti, hall di hotel e ascensori di mezzo pianeta, prima dell’avvento delle playlist Smooth Jazz Covers of the Clash e, presto, della musica generata dall’intelligenza artificiale.
È curioso che due figure così importanti, nello stesso mondo musicale, non abbiano mai collaborato. Soprattutto nel jazz, dove l’incontro e l’interplay tra musicisti sono praticamente una religione.
Nel 1999 Kenny G pubblica una nuova versione di What a Wonderful World, aggiungendo un overdub di sax a una registrazione originale di Louis Armstrong. Come prevedibile, il singolo vende tantissimo. Erano ancora gli anni in cui si compravano i CD. L’anno successivo, sulla message board del suo sito, chiedono a Metheny cosa ne pensi. La risposta è un saggio di circa diecimila parole in cui smonta Kenny G sotto ogni punto di vista: tecnico, armonico e soprattutto morale.
L’aspetto che lo fa infuriare è proprio quell’overdub. Secondo Metheny è un gesto di profondo irrispetto verso Louis Armstrong, definendo la sua pratica musical necrophilia. Citando il maestro: “when kenny g decided that it was appropriate for him to defile the music of the man who is probably the greatest jazz musician that has ever lived by spewing his lame-ass, jive, pseudo bluesy, out-of-tune, noodling, wimped out, fucked up playing all over one of the great louis’s tracks (even one of his lesser ones), he did something that i would not have imagined possible.”
e ancora: “his callous disregard for the larger issues of what this crass gesture implies is exacerbated by the fact that the only reason he possibly have for doing something this inherently wrong (on both human and musical terms) was for the record sales and the money it would bring.”
Se magari a questo punto state pensando che Metheny sia il classico purista, il musicista gatekeeper incapace di accettare contaminazioni e sperimentazioni, posso garantirvi che non è così. Basta ascoltare Zero Tolerance for Silence per rendersi conto che è disposto a spingersi molto più lontano della maggior parte dei suoi colleghi. Oppure potete ascoltare Side Eye III+, l’ultimo capitolo del progetto Side-Eye che era iniziato in trio con l’ausilio del “Orchestrion” , una tecnologia che permette a Metheny di azionare altri strumenti mentre suona la sua chitarra. Perchè a lui non basta suonare il suo strumento, vuole shreddare anche con gli strumenti degli altri. Questo ultimo disco prosegue la sua continua ricerca sonora e vede, tra gli altri, la partecipazione di Chris Fishman alle tastiere (già con Louis Cole e Flying Lotus) e Joe Dyson alla batteria.
A oltre cinquant’anni dal suo debutto, Metheny continua a fare quello che ha sempre fatto meglio: suonare come qualcuno che ama la musica più di quanto ami l’idea di avere ragione. E ringrazio i miei genitori per aver deciso di avere in casa quel disco di Pat, e non quello di Kenny G.
Scritto da Matteo Pennesi