SOLLAZZO

Guida ai chioschi di Sempione

Nonostante le centinaia di panini e le altrettante birre che abitano i parchi la verità è una: non ne abbiamo abbastanza

quartiere Sempione

Scritto da Piergiorgio Caserini il 18 maggio 2023 Aggiornato il 22 maggio 2023

Chioschi al mare in riva alla spiaggia, chioschi in montagna al termine delle piste da sci, chioschi in pianura, tra le frasche di melga, chioschi in piazze e chioschi in strada, chioschi ovunque. Dio benedica i chioschi, che a Milano amano e frequentano soprattutto i parchi. In particolare il Sempione e i dintorni del Castello. Adagiati sull’erba o sul selciato, essi sono la delizia del passante e l’abbraccio strillato della familiarità più cocciuta.

 

Benedetti i chioschi: oasi di passaggio per rifugiarsi dalla canicola, fondati da paninari eccellenti e birraioli sagaci.

Dio benedica i chioschi, creati per sollazzare ogni momento e soprattutto ogni passaggio, creati per essere inattesi e colti di sfuggita, completamente a casaccio, creati per sedersi e rinfrescarsi dalla canicola, per sedersi e riscaldarsi dal freddo alla luce delle lampade termiche, per sedersi o di passaggio bere fresche birre o frullati o gelati e azzannare panini dai mille e incommensurabili ingredienti.

Soltanto all’ingresso del Castello, disposti come alfieri agli estremi della Fontana, ci sono il Chiosco Squadre di Calcio e il Chiosco al Politico. Entrambi eccellenti paninari, in eterna competizione: Squadre dichiara la vocazione da tifoseria con un esercito di 84 panini con caffè offerto, Politico la sua condizione da satiro con 28 panini con nomi di politici di spicco – tra i quali spuntano Grillo e Mussolini (sic.). Candidati dai local come i chioschi migliori di Milano, sono perfetti per un pasto svelto dai risvolti satolli, per una partita da tifosi concitati o per una discussione da bar a tema tasse, rivoluzione e teoria gender.

Andando invece verso Triennale, proprio sul suo fianco all’ingresso del Parco, c’è il Chiosco Giò, di Giovanni Panetta, nonché chiosco prediletto dei lavoratori di Triennale. Senza pensare troppo all’etimo e all’origine del cognome del signor Giovanni, tutto qui è superbo. Panini e piadine a scelta, cocktail sfrangi-fegato, playlist impossibile da definire ma certamente ballerina. Ottima tenuta notturna in particolari circostanze, e simpaticissimo un piccolo cane che puntualmente e ogni giorno s’apposta al chiosco e abbaia e ulula per avere il consueto biscottino prima di trotterellare nel parco.

Lì, tra il verde e le frasche, c’è la Locanda alla Mano. Il nome dice già tutto, non fosse che è un chiosco. Sarà che l’ha progettata Italo Rota e “chiosco”, nonostante sia un chiaro dono di Dio, suona male a certi architetti. Qui venite serviti da ragazzi con disabilità, coordinati da Carlo. Ottimo spritz, ottimi i toast, il caffè ogni tanto sa di falò ma non importa, e non c’è bagno. Ma pensiamo che la scelta sia ponderata nel rispetto degli alberi. Da vedere senza riserva è il Bar Bianco: resto della X Triennale del 1954, distributore della Centrale del Latte fino al 2000, oggi dispensatore di drink che non sono proprio il massimo e aperitivi scarni. Diciamo un monumento. Ma validissimo. Da lì vi spostate all’Oasi del Parco, che ha gestione calabrese, è svelto, con ottimo latte di mandorla e Brasilena: l’inimitabile gazzosa al gusto di caffè.

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