Il narratore più colto, affezionato e instancabile delle vicende e degli intrecci dei centri sociali milanesi è Marco Philopat, che in innumerevoli articoli, libri, interviste e performance ha raccontato i momenti alti e quelli bassi della storia dell’underground della città, delle controculture, dei movimenti, di quelli grandi e quelli piccoli.
In re/search Milano. Mappa di una città a pezzi, Philopat riassumeva in poche pagine e molte mappe la concentrazione di spazi occupati, spazi anarchici, spazi sociali dagli anni Settanta al 2015, anno in cui ne erano censiti 32.

Da quell’anno la situazione non è rimasta stabile, naturalmente, nuove energie si sono mosse e organizzate e nuove stagioni di sgomberi si sono susseguite, fino all’odierna minaccia di sgombero a Macao che tanto muove e commuove l’opinione pubblica.
Sulle due posizioni estreme, dalle parti opposte dello spettro, ci sono: i soliti fascistoni benpensanti che vedono qualsiasi iniziativa dal basso, con o senza occupazione, con sospetto e disprezzo (quelli che Elio chiamava i matusa in supergiovane) e dall’altra parte le frange più vittimiste degli occupanti che più di ogni altra cosa – più del conflitto, più della socialità, più della controcultura – vogliono una sola cosa: che venga RICONOSCIUTA, senza se e senza ma, l’importanza del loro ruolo sociale. Queste due parti come sempre non esprimono la parte più interessante dello scontro, sono arroccate sulle loro posizioni e non hanno molto da dirsi e da dirci.

In mezzo c’è un’enorme quantità di persone interessate in diversi gradi all’esistenza dei centri sociali, dei centri culturali autogestiti, di tutte le forme di spazi che non sono imprese culturali ma che producono cultura, opposizione, critica, e anche naturalmente intrattenimento. Ci sono quelli dell’innovazione culturale, che considerano questi spazi – legali o illegali – come forme di diversità utili a mille nuovi processi urbani, non ultimo quelli della gentrificazione e della valorizzazione delle reti e del terzo settore. Ci sono i politici che sperano di individuare nuovi bacini di consenso. Ci sono quelli del popolo della notte, che vogliono andare a ballare con dj meno commerciali e fino alla mattina senza tante pippe. Ci sono gli urbanisti e i sociologi alternativi, che fanno i corsi sui diritti alla città e sulla progettazione collettiva. Ci sono infine i tipici intellettuali appassionati di dibattiti critici, fiere meravigliose dell’editoria indipendente, ma anche del vino e dell’agricoltura sostenibile, e di tutto quello che potrebbe preludere a una nascita di una nuova sinistra energica. Qui trovate una mappa ancora molto parziale, ma in continua espansione, della situazione attuale di questi spazi, quelli più attivi, aperti e interessanti

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2018-11-01