Con una grande festa apre la nuova Casa degli Artisti il 1° febbraio

Un luogo dal passato intensissimo che vorrebbe diventare centro di produzione artistica

foto Filippo Ceredi

Scritto da Lucia Tozzi il 13 dicembre 2019
Aggiornato il 9 gennaio 2020

In una bella giornata di fine estate di 12 anni fa, per la precisione giovedì 20 settembre 2007, in piena era De Corato, l’efferato vicesindaco morattiano, fu sgomberato il CSOA Garibaldi, in corso Garibaldi 89/a.

Allora l’edificio fatiscente si presentava così, con i suoi finestroni incorniciati dall’edera e molti graffiti spontanei, nel senso che nessuno li aveva commissionati e la loro natura era genuinamente antagonista. Per 25 anni lo stabile aveva ospitato realtà politiche e culturali molto diverse tra di loro: oltre al Centro Sociale Garibaldi, il Centro di documentazione Filorosso, il Partito dei CARC, e naturalmente la Casa degli Artisti che grazie soprattutto a Luciano Fabro, Hidetoshi Nagasawa e Jole De Sanna era stata a lungo il più importante laboratorio di arte contemporanea della città.

Quell’anno molte cose stavano cambiando: Luciano Fabro era appena morto, la corsa verso l’EXPO 2015 era in fase di consolidamento, ma la crisi finanziaria si avvicinava minacciosa, le banche avevano investito su Milano e si vedevano fallire tutti i grandi progetti come Santa Giulia tra le mani. Non era più il tempo di tollerare loschi figuri e palazzi in rovina in pieno centro a Milano.

Fu poi Pisapia, qualche anno più tardi, a fare partire il processo per restaurare il palazzo, e Sala l’ha portato a compimento secondo il più classico metodo milanese, con i soldi degli oneri di urbanizzazione per un condominio di lusso a torre innalzato a pochi metri di distanza, Habitaria CorsoGaribaldi95. Il progetto è di Arassociati, che nel lontano 2004 restaurarono La Fenice di Venezia “dov’era e com’era”, come aveva giurato Cacciari mentre ancora si spegnevano le fiamme che la distrussero.

I bei finestroni ci sono ancora, affacciati sul piccolo giardino interno all’isolato intitolato a Pippa Bacca, e l’elegantissima pensilina pure. Gli spazi a pian terreno sono destinati a mostre, concerti e conferenze, e a un bar o ristorante, mentre i piani di sopra sono pensati per le residenze (solo studio) d’artista, fino a 11 contemporaneamente, che sono il cuore della nuova Casa degli Artisti.

Secondo un modello non dissimile da Base, a governare la gestione culturale di questo spazio saranno cinque attori associati in un’ATS, Associazione Temporanea di scopo: ZONA K, That’s Contemporary, Spazio XPO’, NIC, e Centro Itard Lombardia. L’obiettivo che si sono posti, molto complesso, è di trasformare Casa degli Artisti in un luogo di produzione e di grande osmosi con la città.

Attraverso una prima Call fondativa hanno convocato un gruppo di artisti internazionale per dare il via a progetti dentro e fuori l’edificio: Peter Welz, Yan Duyvendak, Sten Lex, Rimini Protokoll, Pietro Coletta, Sergio Breviario, Gianni Caravaggio, Michele Guido e Luca Pozzi. Una seconda call, Let’s WOrk, sarà rivolta ad artisti esordienti, ma nel frattempo sono stati attivati una serie di format sull’Urban Art (che prevede collaborazioni con il comune, con i bandi di Piazze Aperte, insomma varie forme di decorazioni dello spazio pubblico), un Osservatorio sull’arte pubblica diretto da Gabi Scardi, il progetto di ricerca AN-ICON coordinato da Andrea Pinotti su estetica e realtà virtuale, e altro ancora.

Il comitato scientifico è formato da Pietro Ichino, Paola Navone, Alberto Salvadori, Carlo Boccadoro, Natalia Alvarez Simò, Silvia Fehrmann e Lorand Hegyi, mentre l’identità visiva è di Le Dictateur.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2020-01-10