Cosa abbiamo imparato dal festival Ō alle Terme di Diocleziano

Riflessioni sparse per un 'futuro migliore' della musica live a Roma.

Foto di Andrea Serrau

Scritto da Chiara Colli il 24 ottobre 2018
Aggiornato il 25 ottobre 2018

Dopo averlo evocato nei long form, sui social network, nelle recensioni dei “dischi importanti” e durante le chiacchiere da bar, infine è arrivato: il futuro distopico è qui, adesso. Chi vive Roma oggi, sa che la città è diventata un bignami di forme più o meno gravi di abbrutimento sociale, culturale, politico e civico; di un certo immobilismo persistente, dove forme di crescita, aggregazione e sperimentazione culturale alternative resistono, ma a fatica, e vanno perlopiù ricercate in profondità, appannaggio di nicchie che sono tali non tanto per spirito elitario quanto per spirito di sopravvivenza.

In un contesto del genere è importante tanto mantenere alto il livello di allerta e lo spirito critico, quanto riconoscere e supportare con forza ciò che succede di buono in città. Quando a luglio anticipavamo l’arrivo di una rassegna “illuminata” alle Terme di Diocleziano, un po’ a tutti è sembrato un evento eccezionale, impossibile, addirittura una fake news (a riportarci sulla Terra c’ha pensato la fusione, annunciata in quei giorni, tra Rock in Roma e il Summer Fest del Parco della Musica, con la prima data nel cartellone del 2019: la reunion dei Take That…). La rassegna Ō (realizzata da Electa in collaborazione col Museo Nazionale Romano), che da metà settembre a metà ottobre ha portato nel complesso archeologico delle Terme di Diocleziano live di musica elettronica e performance di danza uniche, è stata un’esperienza di “rottura” che ha lasciato un segno, anche sul pubblico, soprattutto se con un po’ di familiarità con un certo tipo di musica dal vivo. E per questo non deve essere dispersa, ma immaginata come spunto di riflessione.

Il concerto di apertura di Ō con Anna Calvi (foto di Andrea Serrau)
Il concerto di apertura di Ō con Anna Calvi (foto di Andrea Serrau)

Cosa abbiamo imparato da Ō? Partiamo dagli aspetti semplici: abbiamo imparato che, anche a Roma, i concerti possono iniziare e finire presto, addirittura entro le 22; abbiamo imparato che l’elettronica sperimentale e di ricerca qui ha un pubblico che apprezza di ascoltare concerti in contesti rispettosi – addirittura senza chiacchiericcio di fondo da bar (e questo deve averlo imparato anche Basinski…). Abbiamo imparato che è possibile realizzare manifestazioni con un alto livello di qualità e lasciarle gratuite; ma d’altra parte abbiamo pensato che quando le suddette offrono una proposta di così alto livello, forse meritano pure di essere pagate – il giusto – ché non è “sano” far passare il concetto per cui un’icona pop al Circo Massimo meriti un biglietto salato e un artista come GAS al Planetario vada visto gratis. Interpellato in merito a fine festival, su questo punto il direttore artistico della rassegna, Cristiano Leone, si sbilancia in senso opposto: «Credo nella gratuità di alcuni eventi mirati, soprattutto alle prime edizioni. La gratuità stimola la curiosità, accoglie pubblici nuovi, permette un confronto con delle proposte d’avanguardia alle quali forse non si sarebbe scelto di assistere. E, attraverso la sperimentazione contemporanea, un pubblico nuovo scopre l’antico. Mi sembra che questo sia il compimento del mecenatismo. Tuttavia, credo che il pubblico vada educato e responsabilizzato anche al concetto di gratuità, affinché ne comprenda l’impatto sociale e il sistema di diritto-dovere che si instaura tra le parti. Il contributo che si chiede al pubblico non è monetario, ma intellettuale ed etico».

Il contributo che si chiede al pubblico non è monetario, ma intellettuale ed etico

Con Ō abbiamo imparato – anzi, ci siamo rinfrescati la memoria – della possibilità per realtà istituzionali come il Museo delle Terme di Diocleziano di realizzare anche a Roma manifestazioni con un’identità forte e aperte al contemporaneo (come ad esempio fa la fondazione Romaeuropa), con proposte culturali stimolanti e non appiattite sui trend dominanti, che portino i cittadini a vivere e condividere spazi comuni di alto valore artistico spesso ignorati, trascurati, eppure meravigliosi. Se da una parte Ō ha svelato la magia di ascoltare Burnt Friedman dentro un chiostro delle Terme, ci ha pure ricordato che questa è la città delle occasioni sprecate: la città di luoghi con potenzialità stratosferiche ma con programmazioni perlopiù dedicate a un pubblico molto adulto (e spesso facoltoso) come il Parco della Musica o di manifestazioni pubbliche storiche ridotte all’osso come l’Estate Romana. Ō ci ha ricordato che Roma è stata la città del mitico Massenzio di Nicolini, ma anche più “semplicemente” di Enzimi, rassegna musicale gratuita che (per una decina d’anni, dalla seconda metà degli anni 90) ha formato almeno due generazioni e che qui ci corre l’obbligo di ricordare come sia stata portata avanti, paradossalmente, proprio dall’attuale assessore alla cultura, Luca Bergamo. Ō ci ha mostrato la potenziale forza di una città come Roma, dove ci sarebbe spazio per una proposta culturale diversificata, dedicata a un target non solo giovane ma anche curioso; una forza che oggi a livello istituzionale è pressoché nulla, in certi casi immobile, altrove censoria, e perpetuata solo negli strati più sommersi da piccole realtà autonome e spesso vessate, realtà che quarant’anni fa avremmo chiamato contro-culturali, forme di resistenza costituite da piccoli club stoici attivi in ambito musicale come Fanfulla o 30Formiche e da spazi occupati con spalle larghissime come il Forte Prenestino. Ō ci ha mostrato la potenziale bellezza ma anche l’effettiva voragine culturale – almeno a livello emerso – tra la Roma di oggi e quella di dieci, quindici anni fa.

Mawimbi alle Terme di Diocleziano (foto di Andrea Serrau)
Mawimbi alle Terme di Diocleziano (foto di Andrea Serrau)

Con le sue capienze già in partenza ridotte rispetto agli spazi effettivi, poi ulteriormente ristrette in corsa, Ō ci ha mostrato anche i rischi che una rassegna del genere possa diventare elitaria, anche per via del cortocircuito del sistema delle prenotazioni online (e di una certa indisciplina del pubblico romano rispetto ai metodi più rigorosi della struttura museale). «Ō è un progetto di valorizzazione di un luogo storico, le Terme di Diocleziano» – prosegue Cristiano Leone – «Non sono un teatro, né uno stadio, ma uno straordinario museo. Io, prima di tutti, avrei desiderato una capienza superiore, in quanto Ō è stato pensato come un abbraccio alla città, ma la conservazione del patrimonio storico è imprescindibile dalla sua valorizzazione. Il limite di questa rassegna è la sua forza: più che elitaria è “intima”, il che ha consentito al pubblico di creare un vero legame con gli artisti». Restiamo in attesa del momento in cui tornerà a esserci un vero legame anche tra il pubblico e la città.

Contenuto pubblicato su ZeroRoma - 2018-11-01