Da Macao a Airbnb

La triste fine della Torre Galfa

Scritto da Lucia Tozzi il 15 febbraio 2020
Aggiornato il 20 febbraio 2020

Era il maggio 2012, occupammo la Torre Galfa. Fu un’occupazione spettacolare, un colpo mediatico. Forse troppo mediatico, a pensarci bene: la prima immagine che mi si impresse sulla retina, appena entrati, non erano le sale abbandonate da anni, le scale o il panorama, ma una ventina di occupanti seduti a terra con i MacBook aperti che postavano freneticamente su tutti i social. Nel giro di mezz’ora cominciarono ad affluire migliaia di persone, e non smisero di affluire fino a che il grattacielo non fu sgomberato. Certo, occupare un grattacielo è un atto straordinario, e non si trattava di un grattacielo qualunque. Era un grattacielo di proprietà Ligresti, praticamente l’incarnazione dell’idea stessa di immobiliare in Italia in tutti i suoi passaggi storici, dall’epoca dei palazzinari alla nuova era del Real estate finanziarizzato. E prima ancora la Torre Galfa era stata protagonista del film tratto da La vita agra di Bianciardi, diventando il simbolo dell’alienazione capitalistica milanese. E dalle sue vetrate si poteva osservare l’avanzamento dei cantieri di Porta Nuova, il cui successo era ancora incerto, sospeso tra le tempeste della crisi mondiale e l’EXPO a venire che pure versava in pessime acque nel 2012.

Macao, Torre Galfa in via Galvani, assemblea generale in strada © Nicola Marfisi – 17/05/2012

Il senso di quell’occupazione fu eccezionale perché – anche se fu progettata in quel periodo in cui fiorivano in tutta Italia i nuovi centri autogestiti dai lavoratori dell’arte, sull’onda della grande riflessione sui beni comuni – qui a Milano il focus era sullo sviluppo urbano, su quella svolta turistico-immobiliarista che stava per prendere piede, che era stata pianificata dai privati e assecondata dal pubblico ma non era ancora compiuta.

Torre Galfa, 2012 © Eugenio Marongiu

Dopo lo sgombero Macao si spostò in diverse nuove sedi, fino all’attuale bellissima palazzina liberty in viale Molise, che probabilmente era più adatta di un grattacielo dismesso per ospitare le migliaia di feste, concerti e manifestazioni di massa che ha poi organizzato negli anni.

Milano annuncia con il solito tono trionfale che uno dei palazzi più ricchi di storia, nel bene e nel male, del proprio tessuto urbano diventa un monumento a Airbnb e all’imitazione di modelli esteri stantii e già decadenti

Ma che è successo alla Torre Galfa? Il lungo restauro sembrava preludere a un nuovo albergo, e invece è diventato qualcosa di più complesso ed emblematico: Unipol (la proprietà) ha deciso che sarà un mixed-use building (che fa molto americano, cosa che agli adepti del modello Milano piace molto). Oltre a un albergo Melià Hotels e a un ristorante panoramico al trentesimo piano, ci saranno ben 63 appartamenti nei 13 piani alti del grattacielo, tutti destinati agli affitti brevi e piazzati su Airbnb dalla società Halldis, che si presenta in questo modo sul sito: «Da più di trent’anni, Halldis è specializzata nel mercato degli affitti brevi, con oltre 1.850 appartamenti nelle principali città e località italiane, oltre a Parigi e Bruxelles. Le nostre destinazioni non comprendono solo grandi città ma anche borghi incontaminati, cittadine raccolte e location insolite, offrendo soluzioni su misura per chi si sposta per piacere o per lavoro».
Ecco, i borghi erano incontaminati forse, prima che ci arrivasse Halldis a costruire una piscina tamarra accanto a ogni villa Tuscany Style. E nella sola Milano sono già più di 300 gli appartamenti che Halldis ha sottratto all’affitto a lungo termine e immesso nel circuito intensivo di Airbnb.

Piscine tamarre accanto a ogni villa in Toscana, Montaione (FI), © halldis.com

Proprio ora, che finalmente è approdata anche in Italia la consapevolezza che Airbnb ha un impatto devastante sul mercato delle abitazioni e sulla mercificazione delle città, Milano annuncia con il solito tono trionfale che uno dei palazzi più ricchi di storia, nel bene e nel male, del proprio tessuto urbano diventa un monumento a Airbnb e all’imitazione di modelli esteri stantii e già decadenti.

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