Il Quinto Stato. O di come il lockdown ci sta ritrasformando in animali politici

Farsi domande e rivendicare diritti potrebbe essere la più importante eredità del Coronavirus

Scritto da Nicola Gerundino il 19 maggio 2020
Aggiornato il 20 maggio 2020

Forse uno dei maggiori lasciti dell’emergenza Covid sarà la riscoperta del ragionamento politico tout court. I momenti di difficoltà sono quelli in cui il re si mostra nudo e, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, difficilmente se ne riesce a ricordare qualcuno impattante sulla vita dell’intero Paese come i due mesi di lockdown appena passati e i mesi a venire – speriamo pochi – che saranno tutti imperniati attorno al distanziamento sociale. Un virus ci ha portato a chiederci a cosa serve una città, una Regione, uno Stato e anche una comunità di Stati come l’Unione Europea. Ci ha fatto interrogare sulle singole leggi e ci ha costretto anche a ragionare, seppur in maniera rudimentale, di filosofia del diritto. Ci ha fatto riflettere sul funzionamento dell’attuale regime economico capitalista e ci ha fatto sbattere violentemente contro la finitezza del nostro pianeta, che non ha risorse illimitate per fare qualsiasi cosa si abbia in mente e che, anzi, farebbe assolutamente a meno della presenza umana, come i fenomeni di ripopolamento urbano da parte degli animali hanno ampiamente dimostrato.

Ci ha fatto parlare tantissimo di lavoro, costringendoci a riconoscere, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che è lontano dall’essere un diritto fondativo tutelato dalla Costituzione, ma è qualcosa di totalmente aleatorio e debole, come un moscerino sul bordo di un bicchiere. Ci siamo accorti anche che negli ultimi 30 anni è stata abbandonata una pratica che in passato ha dato molti frutti in termini di tutele, rivendicazioni e diritti: unirsi. Così, all’interno di quello che assomiglia terribilmente a un homo homini lupus giuslavorista, stiamo registrando la nascita di diverse realtà – difficile definirle federazioni, leghe e meno che mai sindacati – che hanno messo al centro della propria unione rivendicazioni definite, solidarietà di categoria e condivisione di forze e voci.

Italian Hospitality Network

Gli ambiti sono tra i più disparati: da Roma, ad esempio, è partito l’Italian Hospitality Network, una sigla che raccoglie il mondo dell’accoglienza – bar e ristoranti in primis – e propone una piattaforma di dialogo e contrattazione con le istituzioni con provvedimenti specificatamente indirizzati a Governo, Regione e Comune. Una nuova rete di categoria che nel suo manifesto fondativo vuole distinguersi dalle precedenti, giudicate ormai non più adeguate: “riteniamo inoltre che le normative esistenti non siano rappresentative della molteplicità dei modelli di hospitality che esistono; i disciplinari, le forme di contratto, le categorie delle nostre licenze, i modelli contributivi, sono chiaramente obsoleti e necessitano di essere ammodernati, resi più vicini alle reali esigenze che viviamo”.

Ci siamo accorti anche che negli ultimi 30 anni è stata abbandonata una pratica che in passato ha dato molti frutti in termini di tutele, rivendicazioni e diritti: unirsi

Nel mondo della cultura ha fatto la sua comparsa Art Workers Italia “Un gruppo informale, autonomo e apartitico di lavoratrici e lavoratori delle arti contemporanee, formatosi durante la crisi di Covid-19, che include tutte quelle figure che operano all’interno di enti e istituzioni pubbliche e private per l’arte contemporanea – come musei, fondazioni, associazioni culturali, accademie, spazi indipendenti, gallerie – e/o che svolgono una libera professione in collaborazione con esse”. Anche in questo caso c’è un manifesto programmatico dove si snocciolano richieste sul breve periodo in risposta all’emergenza Covid, così come richieste di lungo e medio periodo che riguardano il lavoro autonomo, quello subordinato, reddito di base, ammortizzatori sociali, fino al mecenatismo.

Art Workers Italia

Da settimane è attiva un’Assemblea Permanente delle Lavoratrici e dei Lavoratori dello Spettacolo Italiano, nata con l’obiettivo di tutelare “i diritti dei professionisti e delle professioniste della cultura, dell’arte e dell’intrattenimento e per dar voce a tutti e a tutte” – gli aggiornamenti circa documenti e rivendicazioni sono sulla pagina facebook.com/professionistidellospettacolo – e da altrettanto tempo lavoratori ed esercenti del comparto cinematografico si sono uniti in una lettera aperta dove poter ragionare assieme su prospettive di breve, medio e lungo termine: “vogliamo utilizzare questa sospensione non solo per mettere a fuoco il futuro del nostro lavoro in relazione alla questione della pandemia, ma anche per fare di questa fase un momento di riflessione sull’importanza della sala e progettare insieme un futuro del cinema plurale, sostenibile, equo”.

Arriverà il momento in cui lo Stato si tirerà indietro – con l’Unione Europea sullo sfondo – per vedere quanto la macchina riesce a camminare senza la sua spinta, che pure è stata incerta e inadeguata. E allora ci sarà da essere uniti davvero

Dal sedici maggio il mondo della musica live si sta riunendo attorno a una nuova piattaforma per superare la precedente frammentazione delle sigle e l’impantanamento in cui erano finite. Si chiama La musica che gira e sul sito lamusicachegira.it c’è il documento programmatico da sottoscrivere e a cui aderire, nonché un manifesto fondativo dagli intenti molto chiari: “Cosa c’è dietro “ai nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare”? C’è un’intera industria, quella della cultura. Ci sono centinaia di migliaia di lavoratori e imprenditori che producono direttamente quasi 100 miliardi di euro l’anno e che, considerando l’indotto dell’intera filiera culturale, generano ricchezza per oltre 250 miliardi, contribuendo al PIL per circa il 16% mentre ora – con il DL rilancio – all’industria della cultura va poco più dell’1% dei fondi stanziati per affrontare l’emergenza. La musica che gira è un coordinamento che nasce in risposta a tutto questo composto da manager, produttori, artisti, musicisti, tecnici, consulenti, promoter, etichette discografiche, agenzie di booking, proprietari di live club, uffici stampa. Non si tratta di un sindacato né di un’associazione di categoria ma di una piattaforma di confronto tra lavoratori, imprenditori e professionisti della musica e dello spettacolo che vogliono fare tutto il possibile per rispondere alle conseguenze negative della crisi in cui ci troviamo e stimolare una riforma definitiva del settore”.

La musica che gira

Allo stesso modo, stanno emergendo anche dal mondo dei club – c’è il gruppo Club Cultura attivo su Facebook – e da quello dei festival dei tavoli di lavoro e discussione da cui certamente nasceranno proposte e iniziative. Entrambe i mondi hanno l’obiettivo di ottenere un riconoscimento da parte delle istituzioni dell’esistenza di un mondo dell’intrattenimento culturale, composto da imprenditori e lavoratori.

Parecchie anche le iniziative locali, tra cui merita una citazione il Tavolo Cultura Bologna, dove sono confluite moltissime realtà del circuito Arci cittadino, che nel capoluogo emiliano gioca un ruolo assolutamente importante. Anche qui si ritrovano punti e rivendicazioni ben definite, da sottoporre per direttissima alle controparti governative.

Assemblea Permanente delle Lavoratrici e dei Lavoratori dello Spettacolo Italiano

C’è da scommettere che nelle prossime settimane queste sigle saranno destinate ad aumentare e magari arriveranno anche a scendere in piazza insieme, perché arriverà il momento in cui lo Stato si tirerà indietro – con l’Unione Europea sullo sfondo – per vedere quanto la macchina riesce a camminare senza la sua spinta, che pure è stata incerta e inadeguata. E allora ci sarà da essere uniti davvero.