La crisi Cinemino – come uscirne

Da qualche settimana è stata chiusa la sala (ma non il bar) del Cinemino, ed è partita una nuova campagna social di vittimizzazione.

Scritto da Lucia Tozzi il 7 novembre 2018
Aggiornato il 9 novembre 2018

A pochi giorni dalla manifestazione di Macao, con tutti gli insulti al Comune oscurantista, al governo fascista, le accuse di repressione delle migliori energie culturali e creative della città, è emerso un nuovo casus belli: il sequestro del Cinemino, aperto da meno di un anno in zona Porta Romana, piccola sala vintage da 75 posti e bar. Subito si è scatenata la battaglia social: hashtag, video e foto di personaggi famosi (Bruno Bozzetto, Valerio Mastrandrea, Alessandro Borghi, Stefania Sandrelli, Fabio Guaglione, e altri a venire) si accumulano a sostegno della riapertura.
Ora, non c’è dubbio che il Cinemino è un luogo di successo, anche senza stare a contare il numero di tessere che ha partorito in nove mesi (pare 14.000) basta passare la sera in via Seneca per constatare che c’è vita intorno al bar e alle proiezioni, sia nelle serate normali che in quelle degli incontri con registi, attori e altra gente del cinema.
Quindi naturalmente ci auguriamo che possa riaprire, come tutti i posti vitali di Milano, soprattutto se legati al cinema: siamo felici che in questi ultimi anni, a parziale ricompensa del lutto prodotto dalla chiusura dell’Apollo, ferva l’attività del Cinema Beltrade, della Fondazione Prada, e dello stesso Cinemino.

Ma il punto è questo: perché il Cinemino dovrebbe restare circolo culturale? Cosa lo distingue dagli altri? Le ragioni fondamentali del sequestro sono queste, oltre ad alcune importanti questioni di sicurezza. I fondatori del Cinemino si difendono dicendo tautologicamente che loro non sono mai stati locale pubblico, che entrano solo i tesserati.
Ma appunto, a fronte di 14.000 tesserati e di una programmazione che è si interessante, ma di sicuro meno sperimentale, di ricerca e anche meno “di quartiere” rispetto al Beltrade o al Messico, perché questo luogo dovrebbe godere dei vantaggi economici e delle minori restrizioni, rispetto a un esercizio commerciale, di cui usufruisce un’associazione culturale?
Il biglietto costa più o meno la stessa cifra (5 euro al Cinemino, 7-5 al Beltrade), la quantità di spettatori forse è superiore, il genere di film e di incontri assomiglia più a quelli dell’Anteo (cinema regolare) che a quello di un vero e proprio cinema d’essai.
Insomma: qual è il confine tra profit e no profit? L’eccesso di burocrazia è sempre stato un nemico ottuso da combattere, ma tutti insieme, a pari condizioni, eliminando privilegi e forzature.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2018-11-16