La guida di Zero ai migliori festival in Italia ed Europa da marzo a maggio

Finito il letargo: i migliori festival primaverili in Italia ed Europa secondo Zero.

Scritto da Chiara Colli il 23 aprile 2019
Aggiornato il 21 maggio 2019

E anche quest’anno, finalmente, sta tornando la “bella stagione”. Non quella in senso letterale, ché il global warming ormai ci ha abituati ad aspettarci di tutto, ma – ovviamente – la stagione dei festival. Fatta eccezione dell’exploit veneziano con il giovane Fresch.in, in Italia la progressiva uscita dal letargo coincide con l’arrivo della primavera, il 21 marzo con la quarta edizione di Manifesto, e prosegue nel corso di aprile con il consueto appuntamento con Live Arts Week (e con il clubbing sempre di qualità di C.A. Loose, a cui si aggiungono la notevole due giorni sperimentale di Musica Sanae a Napoli, la ricerca in ambito jazz con il torinese Jazz Is Dead! e l’adorabile ZUMA a Milano. Tre mesi primaverili in cui nello Stivale fioriranno, con tutta probabilità, nuovi appuntamenti (tenete d’occhio queste pagine per nuovi aggiornamenti) e durante i quali in Europa – come da tradizione – c’è già l’imbarazzo della scelta: con le “solite” certezze, più o meno di nicchia – menzione speciale per Roadburn e Primavera Sound, pilastri ormai stabili della mezza stagione festivaliera europea – a cui si aggiungono le line up tra ricerca e contaminazione di due festival relativamente giovani come Rewire e BRDCST, la maratona berlinese di The Long Now, l’elettronica e il clubbing di qualità di Listen! e Re-Textured, il più “world oriented” dei festival della famiglia Dekmantel (Lente Kabinet) e i dieci giorni di musica (più o meno no-stop) del londinese All Point East londinese. Per chi vuole tagliare la corda 48 o più ore le alternative non mancano: il letargo, se mai fosse iniziato, ora è decisamente finito.

 

ITALIA

FRESCH.IN (VENEZIA, 28 FEBBRAIO-2 MARZO)


Pure all’Accademia della Crusca non sanno se ci sia un termine che traduca esattamente l’espressione dialettale veneta “freschin”, associata generalmente tanto all’odore di pesce fresco appena pescato, quanto a quello dell’uovo andato a male. Fatto sta che a Venezia, tra palafitte e umidità in stato permanente, “freschin” è di casa. E per il quarto anno, in quello splendido angolo di Mondo che è il mercato del pesce con vista sul ponte di Rialto, in corrispondenza delle giornate clou del Carnevale, si svolge questa tre notti all’aperto a suon di bassi, musica elettronica e cibo local di qualità. Una giornata – il venerdì – dedicata alle nuove leve tricolori come Ashed Thought o Nothus, un sabato in modalità UK sound, con la garage dello storico producer El-B o la parigina Soall e la sua tropical infarcita di house, hip hop ed electro. Ma, uber alles, un giovedì con Heith in coppia con Rubén Patiño (in quota Evol e N.m.o., di casa Diagonal) e, direttamente da Nyege Nyege (mettiamo le mani avanti: miglior label del 2019), Slikback e le sue contorsioni elettro-africane. Pure freshness.
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MANIFESTO (ROMA, 21-23 MARZO)


Un’edizione “espansa”. Potrebbe essere questa la parola chiave di Manifesto 2019, che quest’anno si estende nel tempo e nello spazio (tre giorni invece di due, altre due location oltre alla “base” di via Mirri), ma che soprattutto porta al Monk un’idea di elettronica ancor più di spessore, che si “espande” oltre il concetto di clubbing confermando un’apertura verso la sperimentazione e i suoni contemporanei con una line up di alto livello. Quarta edizione che vede coinvolte tre location: lo spazio Contemporary Cluster, l’Accademia d’Ungheria e il beneamato Monk. In cartellone oltre alla mostra di Luca Pozzi, un piatto ricchissimo: si fluttuerà sulle frequenze ipnotiche dei maestri ambient/drone William Basinski e Lawrence English (che presenteranno la loro prima opera collaborativa “Selva Oscura”), ma ci sarà anche lo sviaggio supremo di James Holden & The Animal Spirits, per la prima volta nella capitale con il suo set che coagula in un solo vortice multicolore minimalismo, elettronica, musica cosmica e spiritual jazz (lui alle macchine accompagnato da fiati, batteria e percussioni); e poi i colori electro-funk del leccese Jolly Mare (suonerà in anteprima i trip world del nuovo album), i bassi caldi e colorati del dj set di Populous, la bass globale in full HD di Capibara (anche lui fresco di nuovo album), i riddims umidi da giungla sudamericana del messicano El Buho, le suggestioni grime del torinese Mana, il pop hi-tech di Cocou Chloe, l’indietronica di Indian Wells e K-Conjog e, per soddisfare ogni nostro bisogno danzereccio, il dj set di G-Amp. E infine il prodigio di Gábor Lázár: staffilate digitali come spade di cristallo, colpi di laser dal phuturo sparati da ogni lato, una delle esperienze più fisiche e viscerali dell’attuale avanguardia elettronica. Grazie Manifesto per garantirci ogni anno il giusto risveglio primaverile!
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LIVE ARTS WEEK VII (BOLOGNA, 4-7 APRILE & 11-13 APRILE)


Abbandonata l’ex GAM, Live Arts Week allarga le sue maglie su Bologna cambiando un po’ la formula compatta delle scorse edizioni per espandersi su ben due settimane in una “costellazione” di avvenimenti dispersi in diversi spazi della città. Se c’è una cosa che caratterizza Xing, oltre alla costante ricerca nel campo delle “live arts”, è proprio la rodata capacità di attivare e riattivare luoghi noti e sconosciuti producendo opere dal vivo che incarnano anche l’essenza del contesto in cui si manifestano. Si parte con un lungo prologo da giovedi 4 a domenica 7 aprile durante il quale sarà già possibile visitare uno degli ambienti più attesi di quest’edizione: la “dream house” di Catherine Christer Hennix in una stanza di Palazzo Volpe, Soliton(e) Star / Zero-Timeche prende spunto da quella di La Monte Young e Marian Zazeela a New York. Altra occasione per perdersi nelle tessiture armoniche e nella sovrapposizione di intervalli e accordi è il concerto per organo e computer di Ellen Arkbro (5 e 6 aprile nella Chiesa Evangelica Metodista). L’ospite sul quale si concentra la prima settimana è il coreografo italiano di base ad Amsterdam, Michele Rizzo, i cui ultimi lavori si ispirano alla club culture. Negli spazi vuoti della P420 porta la prima nazionale di Spacewalk e una coreografia per 10 performers, Prospect < E V A > guidata dalla musica del compositore e performer belga Billy Bultheel. La galleria Gelateria Sogni di Ghiaccio viene, invece, abitata, fino al 13 aprile, dall’installazione vivente C’è un inganno nel crepuscolo 2, e la Fontana del Parco della Montagnola si trasforma in una Fontana di Fuoco, con la performance che unisce suono e fuochi d’artificio dei Doro Bengala, ovvero Simone Trabucchi, Francesco Cavaliere ed Enrico Malatesta (giovedì 4 aprile, h 22). Giorno e notte si intrecciano anche nell’epilogo del festival a partire dal nuovo lavoro del regista e coreografo Simon VincenziFrom The Dead Air Orgy: The Song of Silenus, nelle stanze buie di Palazzo Pezzoli, ma la star di questa seconda parte è certamente l’artista iraniano/iraniana Sorour Darabi che con la prima italiana del suo Farci.e affronta il rapporto tra linguaggio e sistemi normativi. (12 aprile, Aula Magna dell’Accademia).
In Pinacoteca potremo poi finalmente vedere GHOST, il lavoro sul footwork di Barokthegreat (11 + 12 aprile), la formazione composta dalla coreografa e danzatrice Sonia Brunelli e dalla musicista Leila Gharib (conosciuta anche come Sequoyah Tiger), e ascoltare la Fake Synthetic Music di Stine Janvin, uscita da poco su PAN (13 aprile). La performance The Invention of Evilness del coreografo, ricercatore e performer brasiliano Marcelo Evelin, con la sua compagnia Demolition Incorporada, interrogandosi sulla malvagità e sul Brasile di oggi, ci porta infine nel sotterraneo Cinema Modernissimo, un altro di quei luoghi densi di storia e sospesi tra passato e futuro.
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CA LOOSE (RAVENNA, 20-22 APRILE)


Siamo giunti ad un lustro di CA Loose, incredibile. Il format Club Adriatico, party rivelazione del clubbing emiliano-romagnolo degli ultimi anni, culminerà ancora una volta in questa sorta di mini-festival. I nostri, partiti dalla mirabolante cornice dell’Almagià di Ravenna e approdati, successivamente, anche al Covo di Bologna, ci hanno costantemente viziato, anno dopo anno, portando alla darsena artisti del calibro di Clock Dva, Errorsmith, Sam Kidel e Lee Gamble. Sempre pronti a captare le nuove tendenze, quest’anno ci regalano Batu, The Modern Institut, Flavio VEcchi, Clara Y Maoupa, M.E.SH., Dj Marcelle, Dewey Dell, Nkisi, Ploy, Primitive Art, Low Jack , Still b2b Jackie, Amazon Prim e Piezo.
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MUSICA SANAE (NAPOLI, 3-4 MAGGIO)


Che qualcosa in città si stesse muovendo da qualche tempo – soprattutto grazie al collettivo che sta dietro al progetto La Digestion – era cosa chiara. Non che Napoli fosse impermeabile a certe iniziative (l’attività da anni di WakeUpAnDream sta lì plasticamente a dimostrarlo), però mancava forse un vero momento aggregativo che in un certo senso sintetizzasse tutto questo. Una sorta di epifania che mettesse nero su bianco su quanto un certo sottosuolo elettronico abbia messo, seppur a macchia di leopardo, piede in città. Ci ricordiamo parecchio bene il concerto di Tim Hecker nella Basilica di S. Giovanni Maggiore, col suo migliaio di persone. E speriamo in futuro di citare Musica Sanae come ulteriore step nella crescita di consapevolezza della città come hub nel quale proporre questo genere di chiccherie. Perchè il parterre che si presenta in questa due giorni al Maschio Angioino questo è. Si va dalle deflagrazioni di elettronica accelerazionista e post-industriale di casa Posh Isolation di Croatian Amor (che presenta il suo nuovo delizioso album), alle scie di suono trance-ambient di Fis, dall’avantgarde di C.M. Von Hausswolf, alle sonorità non distanti dal noise di Luciano Chessa. Non bastasse: Felicia Atkinson, la regina dell’elettroacustica europea con la sua label Shelter Press, l’ipnotico violoncello di Okkyung Lee (collaboratrice degli Swans), il septet guidato da Anthony Pateras con la presenza di Lucio Capece, la quota non-music rappresentata da Michal Libera, droni e tuoni con Rudolf Eb.er e Erik Bunger. E troppo, troppo altro. Mens sana, sanissima.
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JAZZ IS DEAD! (TORINO, 24-26 MAGGIO)


Incastonato tra l’appuntamento rodato del Torino Jazz Festival e la ricerca certosina in ambito black del Jazz:Re:Found, Jazz is Dead era il gioiellino che mancava per confermare la motorcity come uno dei più vivaci avamposti italiani in materia di jazz a 360°. Giunto alla sua terza edizione, il festival prodotto dall’ARCI con la direzione artistica di Alessandro Gambo continua ad alimentare eresie artistiche all’insegna di avanguardia e contaminazione, nell’azzeccata cornice dell’ex cimitero di San Pietro in Vincoli (e per tre giorni rigorosamente GRATIS). Il concetto di jazz è chiaramente ampliato e trasfigurato, “ucciso” per essere rimesso in discussione e in circolo, come per alimentare il fuoco di una jam session che non dovrebbe mai rischiare di arenarsi sugli standard. Il flusso strumentale dell’attesissimo trio australiano The Necks, in questo senso, è uno spot ideale: incatalogabile, trascendente, libero. Così come il vibrafono dello sciamano pugliese Lino Capra Vaccina o il sax di Evan Parker, qui in dialogo con l’elettro-acustica di Setoladimaiale Unit: tutti pronti ad alimentare un cortocircuito nel nostro cervello. I Tomaga hanno recentemente lasciato a bocca aperta molti torinesi dopo una performance da brividi al Teatro Carignano con la loro avanguardia minimalista e misticheggiante, mentre The Winstons hanno fatto faville come “resident” del palco del Dopo Festival di Sanremo e per l’occasione ci faranno sentire dal vivo il nuovo disco “Smith”, imbevuto di psichedelia cosmica di matrice british. Ci si avventura in una psichedelia che fa il giro del mondo con gli Al Doum & The Faryds (più mediorentaleggianti) e degli Indianizer (su coordinate sudamericane cumbia oriented). Il nome di sua maestà Thurston Moore in cartellone fa ovviamente rumore già di suo e affiancargli il jazzcore selvaggio del Jooklo Duo rende la presenza dell’ex Sonic Youth ancora più imprevedibile e stuzzicante. Ma è il festival nel complesso a essere così sorprendentemente sopra le righe (e sopra la media), tanto da farci credere nel paranormale.
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ZUMA (MILANO, 31 MAGGIO-2 GIUGNO)


Per il terzo anno l’Alleanza Galattica spalanca il suo terzo occhio e, attraverso ZUMA, ci fa vedere e sentire cose dell’altro mondo. Universi sonori vicini oppure lontanissimi che altrimenti non avremmo mai esplorato, sviaggi interiori lungo una linea favolosa che solo un dream team ragionevolmente folle e inaspettatamente lucido poteva avere il coraggio, ancora una volta, di organizzare. Perché far funzionare bene il terzo occhio, ce lo dicono gli esperti, non è roba da tutti: ci vuole allenamento (quello che i componenti dell’Alleanza fanno da anni nel sottobosco “controculturale” di Milano), intuito, predisposizione, autenticità. Ci vuole un festival che in due edizioni ha costruito attorno a sé una salda schiera di supporter da mezzo Stivale grazie a una solida base DIY, con line up tutt’altro che facili, una dimensione magica e condivisa di scoperta, giocosità e apertura mentale, l’attitudine divertita ma consapevole dei giusti, le persone prese bene, la grafica immaginifica e la comunicazione senza pose, l’hype che pure lui vorrebbe presenziare ma casca male, ché qui nessuno “se lo caga”.La genesi di ZUMA la sappiamo: tante teste (scoppiate) dell’underground milanese si mettono insieme e, d’amore e d’accordo, tirano su un festival di tre giorni in un’antica cascina un po’ freak alla periferia della città con una line up visionaria, un forno a legna per fare la pizza, pubblico che arriva da tante parti d’Italia, che dorme lì in tenda e il giorno dopo continua a sorridere. ZUMA è un esperimento riuscito, un incontro di idee: tra generazioni diverse di musicisti che condividono insieme il palco per la prima volta, discipline artistiche e non (oltre alla musica anche yoga, laboratori per bambini e workshop di teatro), il bagaglio culturale e artigianale di realtà italiane che contribuiscono alla causa e alle varie parti del festival, dai visual alla birra, giorno e notte che si confondono con set fino oltre l’alba (tra sabato e domenica con Tropicantesimo Circus). ZUMA è condivisione ma, come dice il saggio, per molti versi “music’s not for everyone”. Perché quest’anno la scelta artistica che troverete negli spazi di Cascinet sarà ancora più ardita delle edizioni passate, una sessione di studio/giro del mondo per far gongolare le orecchie più curiose e spericolate. Oltre al free jazz politicizzato degli indomiti Sunwatchers, le armonie celesti e arcaiche del Maestro Lino Capra Vaccina e la psichedelia mistico-mediterranea dei Lay Llamas (finalmente con una live band), voleremo in Illinois con le improvvisazioni di Duo Infernal (Hartmut Geerken & Famoudou Don Moye del mitico Art Ensemble of Chicago), scalo a Città del Messico con il groove di La ReDaDa, per rientrare in Sardegna con il tradizionale canto a tenore di Orgosolo (!!!). Ripartenza verso Tular, nel sud ovest del Madagascar, in sella ai ritmi frenetici della Tsapiky di Damily, una particolare danza che porta a uno stato di trance attiva, e poi fino Nel cielo di Indra, il coro di canto armonico fondato nel 2015 da Roberto Laneri. Direzione oriente con il Gafarov Ensemble, e il suo repertorio colto e popolare di musiche dall’Azerbaijan ai Balcani e ritorno in occidente con le sperimentazioni dei 72-HOUR POST FIGHT e l’afrokraut di Karl Hector & the Malcouns , passando per il Mali con i ritmi ipnotici della tradizione musicale dei nomadi Kel Tamasheq suonata dai Tartit. Immancabili le collaborazioni speciali fuori dal tempo e dallo spazio, con l’accoppiata inedita, a base di synth analogici e percussioni, composta da Pak Yan Lau & Federico Sanesi o la magia di Riccardo Sinigaglia, stavolta assieme al Trio Cavalazzi, trio d’archi composto da tre giovani fratelli. Tutti da scoprire i nomi italiani: la caffettiera dei Cucoma Combo, i Maistah Aphrica, friulafricani innamorati di Sun Ra e Pharoah Sanders, la ricerca sulle danze del sud est asiatico di Neurotica Exotica (progetto di Luigi Monteanni, co-fondatore di Artetetra), il garage’n’roll dei Love Boat, il set di solo pianoforte sotto al fienile di Giovanni Di Domenico, il cantautorato folk di Servant Song, il sole della riviera romagnola dei Supermarket, la musica di New Orleans rifatta da The Hot Teapots e poi la schiera di fidati ed esperti selecter che completeranno la visione dal pomeriggio alla notte (Henry, Soulfinger, Tropic Disco Sound System, Les Giants, Spiritual Zuma, Bob Corsi, LLL, Nice Strangers & Serpentine Dance). Non esageriamo se diciamo che, musicalmente parlando, ZUMA è la cosa più interessante e coraggiosa nata a Milano negli ultimi anni.
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EUROPA

RE-TEXTURED (LONDRA, 28-31 MARZO)


Una gitarella a Londra non fa mai male. Se poi di mezzo ci mettettiamo questa nuova creatura chiamata Re-Textured, i motivi per trasformare una vacanza per cercare dischi o chiccherie modaiole dalle parti di Brick Lane in una immersione elettronica si moltiplicano. Questo nuovo festival nasce in verità da un immaginario fin troppo abusato: brutalismo e location austere, installazioni, musica elettronica con un taglio molto preciso. Però il mood telefonato glielo si perdona agilmente vista la line-up proposta, con una impostazione invero un po’ penalizzante (live in contemporanea in diverse location della città – dal Southbank Centre al Village Underground – e con diversi ticket, ma alle maratone festivaliere ci siamo abbastanza abituati). Però, al solito, badiamo al sodo e leggiamo: Cabaret Voltaire, Alva Noto, The Orb, Nina Kraviz, Shackleton se ci fermiamo agli headliner. Poi, spulciando per bene, anche Aisha Devi, Andy Stott col nuovo live, lo splendido a/v dei Demdike Stare, il viaggio in 4 /4 di Karen Gwyer, gli acquerelli di Jan Jelinek, Puce Mary, Lee Gamble che presenta il suo ultimo album, il live a/v di Caterina Barbieri & Ruben Spini e molto altro. Quanta grazia.
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REWIRE (L’AIA, 29-31 MARZO)


La missione del Rewire sta (quasi) tutta nel suo nome: rifarvi l’impianto elettrico. Una sorta di exit strategy per uscire dal torpore invernale ed elettrizzarvi, rimettendo tutte le sinapsi in connessione con il mondo – interiore ed esteriore. Pochi dubbi sul fatto che il Rewire sia nella top 10 dei festival europei che hanno a cuore sperimentazioni contemporanee e suoni elettronici: da parte nostra resta ancora tra le primissime posizioni, e per tutta una serie di motivi sarà difficile che altri appuntamenti riusciranno a breve a scalzarlo. Iniziamo dai prezzi: € 80 euro di abbonamento (come prezzo finale, badate bene) per una tre giorni di intensità unica. Proseguiamo con le location: chiese, teatri e club della città, tutti in centro e perfettamente raggiungibili a piedi, con una diffusione più contenuta rispetto ad altri grandi festival olandesi come Le Guess Who?. La città? Den Haag è quanto di più tranquillo, ospitale e a misura d’uomo che l’Olanda possa offrire. Chiudiamo parlando della line up, tra collaborazioni ad hoc introvabili altrove, artisti appena saliti alla ribalta e rarità generali: Low, Julia Holter Duo, William Basinski & Lawrence English, Andrea Belfi & Valerio Tricoli, Tim Hecker & Konoyo Ensemble, Chris Corsano & Bill Orcutt, Nicolás Jaar & Group, Jlin & Company Wayne McGregor (quindi con collaborazioni che sfociano anche nella danza), Lotic, Laurel Halo, Lucrecia Dalt & Alessandra Leone, Maurice Louca Elephantine Band, Gazelle Twin, Tashi Wada Group, Tirzah, Yves Tumor, YEK (Mohammad Reza Mortazavi & Burnt Friedman), Mark Fell e molti altri. Tanta energia, un po’ meno cassa dritta, ma un sacco di dilatazione mentale in più.
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THE LONG NOW (BERLINO, 30-31 MARZO)


Quanto dura un istante? E questo preciso istante, il momento in cui stiamo leggendo, ascoltando, vivendo? Quanto dura il presente, quello iato che separa ciò che fu da ciò che sarà? E cosa c’entra tutto ciò con un festival musicale? A queste domande, o quantomeno all’ultima, prova a rispondere la maratona conclusiva del MaerzMusik, The Long Now. Un orologio sonoro di 30 ore, nelle quali alla Kraftwerk di Berlino si cercherà di dilatare l’istante in musica, quest’anno messo in moto dai curatori Berno Odo Polzer, Laurens von Oswald e Harry Glass. Tra palchi e giacigli, performance, live, video a audio installazioni, il pubblico potrà sentire le proprie domande più profonde rimbalzare nei timpani accompagnate dai suoni di Donato Dozzy, Frederic Rzewski, Eli Keszler e poi tutta una serie di anteprime mondiali e progetti speciali come il libanese Mazen Kerbaj accompagnato da un ensemble di trombe, lo showcase The Harmonic Series, il quartetto Tonaliens e molto altro ancora. A cui si aggiungono due vere e proprie chicche per nerd: il progetto “Tele-Visions”, che presenterà tesori nascosti da oltre 20 archivi di tutto il mondo con uno spaccato della tv più visionaria e d’avanguardia tra gli anni ’50 e ’90, e la performance multimediale “Time Time Time” incentrata sulla percezione dello scorrere del tempo a cura della musicista Jennifer Walshe insieme al filosofo Timothy Morton. Tutta gente che sembra non sentire il tempo che passa, che sa scandirlo e manipolarlo, connetterlo istante per istante in un lungo e profondo presente.
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BRDCST (BRUXELLES, 4-7 APRILE)


“Contaminazione” è la parola chiave di tutti i festival europei attualmente più interessanti (e ok, non diciamo nulla di nuovo). Elettronica e musiche dal mondo che vanno a mappare più o meno minuziosamente il contemporaneo e le varie produzioni “local”, possibilmente guardando al futuro e rivedendo il concetto di confine. Alla quarta edizione, il BRDCST (da leggere “Broadcast”, proprio come quel gruppo lì…) prosegue in questa direzione nel suo lavoro di selezione e ricerca: nel centro storico di Bruxelles, fra le tre sale di uno degli spazi più rinomati per la musica live della città, l’Ancienne Belgique, si incroceranno coordinate geografiche e sonore diverse – Egitto, Turchia, Siria, Israele, Italia, Spagna – con una panoramica sempre interessante dei vari artisti occidentali, e in particolare britannici, con radici nel Medio Oriente. Jazz, avanguardia, elettronica, psichedelia, punk, hip hop e poesia con The Comet Is Coming, K Á R Y Y N, Steve Gunn, Nadah El Shazly, Maurice Louca, il talento soul anglo-nigeriano Obongjayar, Yonatan Gat & The Reduced Eastern Medicine Singers, Mumdance, Jason Sharp, Lea Bertucci, il “nostro” Khalab, Hannah Silva, Aisha Devi, ZULI, 1127 e le scorpacciate di psichedelia turca con i dj set di “Ladies on Records”. Un programma non esoso ma accuratamente pensato, dove ogni proposta distribuita nell’arco dei cinque giorni risponde a un percorso artistico con un tema o accoppiate ben precise. Noise made by the people, from all over the world.
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LISTEN! (BRUXELLES, 17-21 APRILE)


Quel dubbio che qualcuno ti abbia messo qualcosa nel bicchiere e tu non te ne sia accorto. Puffi, Asterix, Tintin e una pletora di musicisti che farebbero le fortune di qualsiasi festival. Sta succedendo davvero!? Mica male l’idea di fare un festival in una sezione del Moof Museum di Bruxelles, istituzione culturale dedicata ai pupazzetti: sì, alle riproduzioni in plastica dei più disparati protagonisti di fumetti e cartoni animati. La location c’è – ed è pure in pieno centro – la musica ce la mette uno dei festival rampanti d’Europa, certamente tra quelli che sta spostando il baricentro del clubbing di prima classe, allontanandolo tanto dalla Germania quanto dall’Inghilterra. Concerto inaugurale il mercoledì con la combo Jeff Mills-Tony Allen, poi via di cassa in quarti, dal venerdì alla domenica: Kamaal Williams, Avalon Emerson, Funkineven, Lefto, Maurice Fulton, Kamma, Masalo, Motor City Drum Ensemble, I-F, Palms Trax, Karenne, Shackleton, Helena Hauff, Andrew Weatherall e anche un po’ di Italia, con Elena Colombi e Front De Cadeaux. Da segnalare anche dei live collaterali, che si terranno negli sessi giorni in altri club della città: Ammar 808, Croatian Amor e Varg.
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ALL POINT EAST (LONDRA, 24-26 MAGGIO & 31 MAGGIO-2 GIUGNO)


D’accordo: Londra è diventata una città caotica e ormai non è di certo la più accogliente nel Regno Unito. Se però volete arraffare quanti più live di peso possibile, magari non già in alta stagione, questo è il festival da puntare. Perché a Londra, si sa, le cose vengono fatte sempre in grande. All Point East è una relativamente nuova serie di concerti spalmati su due weekend, con base al Victoria Park (quello che a lungo ha ospitato il Field Day, per intenderci), tra le massime espressioni dell’intensa attività legata alla cultura e all’intrattenimento di Tower Hamlets, zona a Est della città che negli ultimi tempi sta lavorando alacremente per diventare il quartiere di riferimento in città per la musica e le arti in genere. Due weekend che quest’anno pescano a piene mani tra quelle che sono le migliori – o le più popolari – uscite discografiche degli ultimi 12 mesi (o plausibilmente in arrivo). Ma lasciamo che siano i nomi a parlare: nel primo weekend (24-26 maggio) piatto ricco con Chemical Brothers, Primal Scream, Spiritualized, Hot Chip, The Racounters, Johnny Marr, Interpol, Parquet Courts, Courtney Barnett, James Blake, Kurt Vile & the Violators, Kamasi Washington, Beach House, Yves Tumor, Anna Calvi e una valanga di altri; nel secondo (31 maggio – 2 giugno), Run the Jewels, Idles, Bon Iver, Mac DeMarco, John Grant, Dizzie Rascal e ancora altri. Sì, esatto: mancano solo i due liocorni.
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LENTE KABINET (AMSTERDAM, 25-26 MAGGIO)


Se a questo punto avete ancora dubbi sul fatto che l’Olanda sia la nazione che in Europa organizza attualmente i migliori festival musicali – versante elettronica / dance / jazz / world / sperimentazione – il Lente Kabinet è la prova del nove definitiva. Dietro c’è sempre lo zampino del Dekmantel (che Dio lo benedica) che, a quanto pare, da otto anni ha deciso di concedersi un warm up in vista dei suoi due festival di agosto: l’originale a inizio mese e la versione Selectors in Croazia qualche settimana più in là. Il centro di gravità è sempre Amsterdam, più precisamente una riserva naturale poco fuori il centro cittadino che si chiama Het Twiske. I suoni sono world/clubbing e in line up c’è una vagonata di gente, a partire dai live che annoverano Seun Kuti & Egypt 80, Orlando Julius & The Heliocentrics, i Nu Guinea in versione full band, Dengue Dengue Dengue, Gaika, The Mauskovic Band, Ross From Friends. E pure sui dj set c’è l’imbarazzo della scelta: Mall Grab, Daniel Wang, Gatto Fritto, I-F, Sadar Bahar, Rp Boo, Antal, Lena Willikens, Todd Terje.
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Hanno collaborato ai testi: Alberto Asquini, Francesco Augelli, Fabio Battistetti, Marco Caizzi, Nicola Gerundino, Filippo Grieco, Salvatore Papa