Marco Fasolo dei Jennifer Gentle ti spara in orbita con dieci ascolti psichedelici

Sviaggi sonori per arrivare preparati ai loro live e alla due giorni lisergica del Rome Psych Fest

Scritto da Chiara Colli il 14 novembre 2019
Aggiornato il 15 novembre 2019

Ogni opera d’arte (o quasi) può essere considerata psichedelica quando c’è la visione. Ci si perdoni il gioco di parole, ma il concetto a questo punto è chiaro: usciti ormai da tempo dal decennio che la psichedelia l’ha nutrita più di ogni altro, ovviamente i Sessanta, la storia della musica (ma non solo) ci ha insegnato che tutto – se con l’attitudine e lo sguardo volti a stravolgere le normali coordinate spazio temporali, a creare connessioni tra corpo e mente, magari mescolando le percezioni sensoriali visive e uditive – può avere “effetto psicotropo” (dai Broadcast ai Massive Attack, per menzionare due nomi che i generi musicali ordinari vorrebbero pressocché agli antipodi). E allora impossibile negare che questo esperimento sugli ascolti psichedelici ci diverta tantissimo, per il modo in cui prescindendo da qualsiasi genere musicale (reale o percepito…) i risultati abbiano sì qualche punto di contatto, ma sicuramente molte interpretazioni differenti – seppur perlopiù tutte orientate alla dilatazione e distorsione del tempo, alla dimensione del viaggio interiore o esteriore, del movimento verso qualcosa di “alieno”.

In tempi non sospetti (cioè a fine Novanta) i Jennifer Gentle di Marco Fasolo sono stati forse la prima band italiana a recuperare e reinterpretare la “psichedelia” facendo tesoro dei grandi classici dei Sessanta ma stravolgendo, deformando alla propria maniera le strutture delle canzoni, i timbri, le direzioni melodiche intraprese. Dopo dieci anni di silenzio discografico sono tornati con un album omonimo che è un’opera pop psichedelica complessa, variegata, visionaria, contaminata con numerosi fuori pista sonori (dal funk a frequenze disturbate quasi noise). Una narrazione che si moltiplica in mille rivoli tra il super orecchiabile e l’alieno, perfetti per un live a metà tra il confortevole e il disturbante. Sono attualmente in tour, con un passaggio il 15 novembre al Monk per il Rome Psych Fest e l’occasione era ghiotta per chiedere a un “experienced” della psichedelia come Marco Fasolo la sua versione dei fatti. La presenza di nomi quali Suicide e Ligeti accanto a Barrett e Flying Saucer Attack non ci scompone affatto, ma rende ancor più interessante lo sviaggio.

SKIP SPENCE – “OAR” (COLUMBIA, 1969)
Psichedelia come viaggio nella mente di chi crea e di chi fruisce. La mano sugli strumenti suonati e ogni suono materializzano il mondo interiore, l’intimità.

THE RED CRAYOLA – “THE PARABLE OF ARABLE LAND” (INTERNATIONAL ARTISTS, 1967)
Una finestra su un mondo inedito, che rivisita il proprio tempo. Dissociandosene.

FLYING SAUCER ATTACK – “NEW LANDS” (DOMINO, 1997)
Un vero viaggio siderale. Si ha la sensazione di muoversi al di fuori di tempo e spazio.

SYD BARRETT – “THE MADCAP LAUGHS” (HARVEST, 1970)
Il lato infantile come purezza. Mettersi a nudo con le proprie visioni.

JOHN FRUSCIANTE – “SMILE FROM THE STREETS YOU HOLD” (BIRDMAN RECORDS, 1997)
Perdersi nei propri incubi, avendo il coraggio di donarsi all’ascoltatore, anima e corpo.

GYÖRGY LIGETI – “LUX AETERNA” (1966)
Musica autogenerata. L’autore si annulla. Esce di scena. Diventa invisibile. Le voci, ora, non sono piú umane.

THE BEACH BOYS – “SMILEY SMILE” (BROTHER RECORDS, 1967)
Spingersi oltre i propri limiti, perdendo la ragione. Costruire il proprio mondo, mattone dopo mattone, creando una “realtà” altrimenti impossibile.

GIOVANNI GABRIELI – “SONATA PIAN’ E FORTE” (1597)
Arriva come un’estasi chimica. Pianure nebbiose, e ci si estranea dalla realtà.

SUICIDE – “SUICIDE” (RED STAR RECORDS, 1977)
Il ritmo ci ipnotizza e ci aliena. Esorcismo musicale come via di redenzione.

KRZYSZTOF PENDERECKI – “KOSMOGONIA” (1970)
Il potere del Rumore, del suono che diventa un’esperienza fisica, tattile. Una struttura architettonica che ci contiene e ci abita nel contempo.