Music & The Cities

Raffaele Costantino presenta un viaggio sonoro in sette podcast tra le principali città italiane. Settima tappa: Bologna

Scritto da La Redazione il 22 marzo 2021
Aggiornato il 2 aprile 2021

Niente concerti, niente festival né tour internazionali. Dopo 365 giorni di Covid la musica non solo si è vista privata della sua dimensione live, ma si è dovuta spogliare dei propri abiti globali per guardare verso se stessa e i territori (fertili) in cui da sempre nasce e germoglia e che sono di natura locale. Amicizie, club, incontri casuali sotto palco, negozi di dischi, annunci di band che cercano nuovi componenti: tutto nasce da strade, piazze e quartieri, e dalle persone e suoni che li attraversano. Il progetto Music & The Cities parte proprio da qua: dalla voglia di far risuonare quelle città che ora sembrano mute e silenziose, ma che in realtà covano sotto la propria cenere un bagaglio e una storia musicale pronta a riesplodere al primo innesco di miccia.

Sette podcast per attraversare altrettante città italiane – Roma, Milano, Torino, Palermo, Napoli, Lecce, Bologna – in cui Raffaele Costantino, ideatore del progetto, sarà accompagnato da altrettanti “ciceroni” locali pronti ad aprire il cassetto dei ricordi e a condividere visioni sul futuro: Meg, Max Casacci (Subsonica), Piotta, Godblesscomputers, Alioscia Bisceglia (Casino Royale), Populous, Gianni Gebbia. A loro si aggiungeranno alcuni scrittori personalmente legati alle città presentate (Marta Barone, Pierpaolo De Giorgi, Davide Enia, Daniele Rielli, Igiaba Scego, Djarah Kan, Michele Dalai) e oltre trenta ospiti. Tutti i podcast sono stati registrati nel nuovissimo Studio 33 a Trastevere e potranno essere ascoltati sulle piattaforme Spreaker, Spotify, YouTube, sul sito di Studio33, e su italiana.esteri.it, il portale della Farnesina per la promozione della lingua, della cultura e della creatività italiana nel mondo.

Il settimo e ultimo viaggio è attraverso la musica di Bologna, accompagnato dalle parole di Godblesscomputers, Marco Ligurgo, Cristian Adamo, Daniele Rielli
Disco D’Oro

Raffaele Costantino: «Riconosco a Bologna una capacità innata di mettere a proprio agio le persone.  Tra gli indicatori che utilizzo per capire quanto sono stato bene in un posto, c’è la quantità di tempo che trascorro a guardare lo smartphone. A Bologna il più delle volte mi dimentico di averlo perché ci sono gli amici, c’è qualcosa da bere fuori da un bar mentre i portici sono pieni di ragazzi e ragazze che vanno e vengono e quel movimento, quell’atmosfera mi avvolge, mi fa sentire presente, ma pure più giovane e più saggio, perché a Bologna sono tutti più giovani e più saggi».

Lorenzo Nada (Godblesscomputers): «Conoscevo già Bologna, perché sono originario di Ravenna, quindi Bologna me ha sempre rappresentato la grande città, è lì che ho esplorato e scoperto le mie passioni. Come sai sono cresciuto ascoltando molto hip hop, quindi quando ero adolescente Bologna era un po ‘la Mecca, era una città in cui accadevano molte cose. Tante volte nel fine settimana prendevamo il treno per Bologna, andavamo nei negozi di dischi, a vedere i graffiti, i primi concerti …La città è cambiata molto: negli anni ’90 era molto viva, con movimenti spontanei, sotterranei, e per certi versi ha ancora una forte identità artistica … Ma ora la città si è trasformata in una città turistica, che mai lo era davvero, e ora il centro è sempre più dedicato ai turisti».

Marco Ligurgo: «L’edizione più bella di roBOt per me è stata quella del 2013, per noi è stata la consacrazione di un sogno, avevamo lavorato davvero dall’inizio per creare un festival internazionale di musica elettronica in Italia, ed è stato allora che abbiamo finalmente capito di averlo fatto esso. È stato un festival incredibile in termini di atmosfera, formazione e attenzione dei media».

Cristian Adamo: «Era il 2008 e Laurent Fintoni, scrittore e curatore musicale, tornava da una residenza in Giappone, portando con sé il desiderio di creare una sorta di ponte culturale tra il Giappone e l’Europa, riferendosi soprattutto alla scena beatmaker. Così insieme a Yassin Hannat e Alessandro Micheli abbiamo fondato Original Cultures nel novembre 2008. La prima residenza d’artista è stata nel giugno 2009, e ha riunito artisti dal Giappone, Italia, Inghilterra: DJ Tayone, tatsuki, Om Unit ed Ericailcane, Will Barras e DEM per il lato visivo. […]Dal 2012 Original Cultures è anche etichetta discografica, e la nostra ultima uscita è l’album di Okè, trio bolognese guidato da Katzuma».

Ascolta “Music & The Cities | Bologna” su Spreaker.

Il Sesto viaggio è attraverso la musica di Roma ed è accompagnato dalle parole di MAI MAI MAI, Tommaso Zanello, in arte Piotta, Gianni Santoro, Andrea Lai e Igiaba Scego.
Il Monk di Via Giuseppe Mirri

Raffaele Costantino:«Quando il traffico in strada si prende una pausa, il suono della capitale lo riconosci dalle parole. Chi popola questa città ha sempre qualcosa da esprimere. Una frase, un fischio, una nota».

MAI MAI MAI: «Partendo da ciò che mi è vicino, geograficamente perché parliamo di Roma Est, e anche musicalmente penso a Ugo Sanchez, con la sua Pescheria che è il suo studio ma anche un luogo dove organizza piccoli eventi dove le persone possono venire e scambiare dischi, idee … sta alimentando questa energia creativa dal basso che si traduce in cose davvero interessanti. E poi c’è la sua mitica notte Tropicantesimo a Fanfulla».

Piotta: «Un giorno mentre ero in bagno a saltare i calcoli, mi sono imbattuto in Paolo Martinelli, Chef Ragoo, che mi ha fatto ascoltare Onda Rossa Posse, che poi è diventata Assalti Frontali, e io ha detto: cos’è questo ?? Era rap italiano e non avevo mai sentito niente del genere. Ed è allora che ho iniziato a pensare di rappare in italiano. C’era questo evento dancehall e rap al Forte Prenestino, gestito da Lampa Dread. Ben noti MC sarebbero andati, ma era anche un microfono aperto, una notte tutti i miei compagni di scuola erano lì e mi hanno incoraggiato a fare un tentativo e ci sono stati un enormi applausi dopo aver fatto alcuni versi, quindi questo mi ha spinto a continuare a provare».

Gianni Santoro: «Il panorama musicale romano secondo me è alla vigilia non proprio di una rivoluzione ma di una trasformazione, negli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla nascita e alla crescita di artisti che hanno portato ad un vero e proprio salto generazionale. È iniziato nel regno che chiamiamo indie per semplicità, ed è diventato mainstream».

Il quinto viaggio è attraverso la musica di Lecce, è dedicato ad Andrea Mi ed è accompagnato dalle parole di Dj War, Populous, Don Pasta, Gabriele Poso, Pierpaolo De Giorgi

Raffaele Costantino: «Non sono stato molte volte a Lecce, ma quando ci trovo trovo che l’atmosfera sia intima. Forse è grazie alle tante storie raccontatemi dai Salentini che conosco in tutta Italia. C’è una cosa che accomuna i salentini: non ho mai sentito nessuno di loro negare le proprie origini, le portano in giro con onore, sono orgogliosi, vogliono esportare la loro cultura, ma allo stesso tempo sono super ricettivi alle innovazioni , cambiare. C’è sempre un pezzo della loro terra nelle loro idee, nell’estetica, nel modo di vivere. Lecce per me è esotica e familiare allo stesso tempo.
Il Salentino per eccellenza per me è sempre stato Andrea Mi. Purtroppo non è più con noi, ma rimane sempre non solo nei nostri cuori ma anche nelle nostre orecchie».

Populous: «Una delle domande che mi vengono poste più spesso è perché ho deciso di restare a Lecce. Sono felice qui, negli anni ho capito che non sono fatto per spazi troppo grandi e prediligo realtà un po ‘più piccole, nella musica, nell’arte, e ora anche a livello urbano. Penso anche che questo sia un posto che offre molto anche in inverno. Dico sempre ai miei amici di evitare di farmi visita in mesi come Luglio, quando è troppo pieno di gente».

Don Pasta: «Per capire il Salento bisogna andare all’inizio degli anni ’90, quando ci fu questa rivoluzione dei ragamuffin, nata grazie a Sud Sound System. Queste sale da ballo sulla spiaggia erano spesso accompagnate da pasti abbondanti, perché nel Salento le feste sono sempre state convivialità e comunità. […] I Sud Sound System cantavano nel nostro dialetto ma a ritmi giamaicani, e fu l’inizio della nostra rivoluzione culturale, che veniva dal basso, dalla cultura contadina, e allo stesso tempo era nuova e tradizionale».

Pierpaolo de Giorgi: «L’unicità della musica popolare salentina è che è un’opera d’arte, e come tutte le opere d’arte è unica e ha la capacità di trasformarsi e rinascere sempre. Da un punto di vista strutturale e tecnico, credo che sia la composizione della cellula ritmica melodica ad essere unica: è un po ‘come quella del blues: è una specie di swing…. Dove c’è una parte lunga, una parte breve, che si ripete e crea qualcosa di unico e intrigante, ti avvolge».

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Il quarto viaggio è attraverso la musica di Torino, accompagnato dalle parole di Max Casacci, Marta Barone e Sergio Ricciardone (Club to Club).

Raffaele Costantino: «C’era una Torino piena di operai che andavano a lavorare e poco altro. Era la città delle cucine che chiudevano alle 9, della rabbia che montava, delle fabbriche. Una città rigida, ansiogena, di eroina e alienazione, di tensioni sociali, che aveva già smesso di piangere il suo Fred Buscaglione, che aveva riposto la musica nell’ultimo cassetto, un posto autocritico e resiliente riscaldato solo dai pochi e sparuti bagliori di cambiamento, magari modulando le frequenze di Radio Flash. E poi ce n’era un’altra di Torino, che poco a poco perdeva l’incanto del sogno industriale, e iniziava a trasformarsi in un’altra città, la Torino dei giovani che aumentano e che si prendono gli spazi, senza mediazioni. È la Torino delle infinite band che nascono, crescono e muoiono senza superare la tangenziale, ma sono tantissime e fanno davvero sul serio. E allora Torino inizia a vivere per 24 ore, la Torino del copioso movimento hardcore, di Franti, Negazione, Nerorgasmo, il pellegrinaggio a El Paso, Hiroshima Mon Amour, ma è anche la Torino dei fratelli artisti Michael & Johnson Righeira, dei Murazzi che si animano, dei mod di piazza Statuto, degli Statuto. Erano gli anni ’80 e chi era a Torino e amava la musica ha capito che c’era qualcosa nell’aria, qualcosa che non avevano mai sentito».

Max Casacci: «Torino era una città molto, molto underground. Verso la fine degli anni ’80 la prima band che ha avuto la forza di emergere a livello nazionale, fatta eccezione per quelle un po ‘più legate al post-punk e alla new wave come I Franti, furono i Negazione che erano interni a questa scena hardcore e a uno spazio occupato chiamato Puzzle, che forse era uno dei luoghi più attivi in ​​termini di resilienza culturale nella Torino della seconda metà degli anni ’80. E poi c’erano altri locali come Hiroshima Mon Amour, che è ancora oggi un luogo di concerti, e club come Beat Club, Studio 2. Allo stesso tempo, tra gli anni ’80 e ’90, nel contesto della musica dance ci sono state alcune esperienze interessanti , con Latin Super Posse, e tutto quello che poi è diventato Club to Club … e questa è la scena da cui alla fine è uscito Eiffel 65… BlissCo, che è questa sorta di laboratorio per programmatori di musica elettronica».

Sergio Ricciardone: «Penso che in qualche modo il festival, in questi 20 anni, abbia davvero ispirato la produzione musicale in città e non solo. Possiamo dire che, insieme a Max Casacci e ai Subsonica, ha fatto davvero la storia di questa città. Attraverso una serie di eventi di club prima e il festival in seguito, abbiamo plasmato un “codice musicale” che ha fatto parte della fortuna della città. Le giovani generazioni hanno avuto l’opportunità di ascoltare dal vivo artisti e produttori stranieri che altrimenti non avrebbero mai visto, e sono stati ispirati da questo, hanno trovato il loro stile. Negli anni il festival ha esercitato la sua influenza anche attraverso il progetto Italian New Wave, che mette in mostra un certo tipo di attitudine alla musica».

Marta Barone: «Per chi vuole visitare Torino, un libro che consiglio e che mi ha particolarmente sorpresa sul lato magico delle cose è “Le Venti Giornate di Torino” di Giorgio de Maria… è un po’ un horror in cui le strade si animano, scritto nel 1977 e recentemente ripubblicato. È decisamente sorprendente, ma forse non è il massimo per conoscere davvero Torino. Per questo consiglierei anche Natalia Ginzburg “Lessico Famigliare” – Detti di famiglia – o Lalla Romana, “Una Giovinezza Inventata”, “An Invented Youth”, e naturalmente “La Donna della Domenica”, “The Sunday Woman” di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, questo è davvero il ritratto perfetto di una Torino agiata. E poi c’è una sorta di guida letteraria “Torino è casa mia” di Giuseppe Culicchia, che l’ha scritta sui suoi luoghi preferiti, ma dal suo punto di vista, quello di scrittore…».

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Il terzo viaggio è attraverso la musica di Napoli, accompagnato dalle parole di Meg, Djarah Khan, Napoli Segreta, Laura Lieto e Danilo Vigorito.
Napoli Centrale

Raffaele Costantino: «A Napoli non manca niente, perché Napoli è internazionale, è “nera a metà”, come si dirà più avanti quando all’ombra del Vesuvio arriva la blaxploitation di James Senese, di Pino Daniele, dei Napoli Centrale, eredi di quel suono che naviga per anni e poi torna indietro, attraversa la Bocca Grande ed entra nel golfo, dove qualcosa suona familiare, dove il jazz è di casa, dove in un altro secolo, prima di internet, prima dei file compressi, prima del digitale ma pure prima dei nastri e degli acetati la musica già correva veloce, di voce in voce, perché a Napoli i testi delle canzoni finivano sulle copielle, nelle tasche dei posteggiatori, artisti e intrattenitori che a volte avevano anche il loro talento, per esempio un certo Enrico Caruso, quel ragazzino che cantava ai “Bagni Risorgimento” in via Caracciolo e che poi diventò il tenore più famoso del mondo».

Napoli Segreta: «Napoli può dare l’impressione di una città che tutti conoscono e capiscono, ma è una città che in realtà si nasconde molto, e più si nasconde più si genera interesse e desiderio. Quello che trovi nelle compilation di Napoli Segreta è solo un diversivo che ci permette di preservare e nascondere un patrimonio musicale che non vogliamo che venga svelato».

Meg: «C’erano suoni e ritmi provenienti dal Regno Unito, sto parlando dei primi anni ’90, quindi era tutta una questione di Jungle, Drum & Bass, Triphop … Ricordo che passavo molto tempo in Via San Sebastiano, che è la strada di Napoli dove storicamente ci sono i negozi di musica e strumenti… quella strada è bellissima, ma è davvero triste vedere ora che molti negozi stanno chiudendo per fare spazio ai ristoranti per i turisti. Ma all’epoca era un posto molto romantico, e il conservatorio era vicino quindi c’erano sempre musicisti in giro».

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Il secondo viaggio è attraverso la musica di Palermo, accompagnato dalle parole di Gianni Gebbia, Davide Enia, go-Dratta e Vincenzo Barreca (Ypsigrock).
Buskers a Ballarò

Raffaele Costantino: «Palermo per me è tante cose: è l’Italia, è l’isola, è l’Africa, è l’America. Palermo per me è musica e arte, è storia, è alta, altissima cultura. A Palermo mi sento piccolo, intimidito. Quanto sono belli Palermo e la sua gente. Un luogo dove perdersi nella pigrizia fisica e ritrovarsi nel dinamismo intellettuale. Perché Palermo è così, si prende il suo tempo ma quando arriva è fantastica. Qualcuno ha scritto che a Palermo la musica arriva dal mare. (…) Perché se a Milano arrivano le onde sonore delle capitali europee, di Parigi, di Londra, a Palermo gli stimoli arrivano dal Mediterraneo e bagnano una scena musicale già di per sé fertile e rigogliosa, che ha nei cantastorie le sue radici, che è piena di talenti naturali come Rosa Balistreri, la canta storie che ha reso tangibile l’anima, più di certi blasonati bluesman afroamericani».

Gianni Gebbia: «Quando stavo crescendo non c’erano né pop né rock a Palermo…. Oltre alla musica classica, c’era il pop progressivo, il jazz non molto avanzato, del genere più classico… Anche se c’erano delle eccezioni, come Claudio Lo Cascio, che sperimentava il folk jazz. Poi c’era questa roccaforte del folk, e anche i primi tentativi di world music, di cui facevo parte… stavamo cercando di capire come definire quel suono, c’era chi diceva di chiamarlo NeoFolk, Pop-Folk, mentre altri lo facevano un po’ più di senso, come Enzo Rao che diceva di chiamarla musica mediterranea…».

Go Dratta: «La cosa veramente interessante di Palermo è che, mentre ascolti musica e prendi qualcosa da bere, puoi affacciarti su una bellissima piazza ed essere circondato dalla cultura, di cui la città è davvero piena. Ad esempio c’è St’orto, che si trova tra diverse belle piazze: c’è Bellini, e vicino alla cosiddetta Piazza della Vergogna, e anche Piazza Sant’Anna appena sotto. E puoi ascoltare ottima musica, ma anche bere ottimi cocktail. Ma in questa città la musica è ovunque, dai mercati, dove la gente urla e canta per vendere la propria roba, ma anche nei quartieri, come Ballarò, questo quartiere multiculturale dove praticamente ogni giorno si possono assistere a dei meravigliosi spettacoli musicali».

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Il primo viaggio è stato attraverso la musica di Milano, accompagnato dalle parole di Alioscia, Venerus e tanti altri ospiti.
La Fabbrica del Vapore a Milano. Foto di Giovani Dianotti.

Raffaele Costantino: «Contrariamente ai più banali stereotipi, Milano ha il ritmo nel sangue. Seguitemi, è un fatto storico: pensate alla musica popolare, che già a metà Ottocento si diffondeva in città. Canzoni dialettali che parlano d’amore, di guerra e di politica, di banditi e malavita. Canzoni che nonostante fossero anonime facevano veloce il giro della città, perché a Milano c’erano i “barbapedana”, suonatori ambulanti che intrattengono alla bisogna, che saltano da un’ osteria a una festa in casa e quei canti diventano virali. Era la città dei Molaschi, dei Bracchi, dei Mascheroni, delle canzoni alla milanese insomma, di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi, dell’immortale Madonnina di Giovanni D’Anzi».

Alioscia: «Vivevamo per le strade, le piazze, i parchi di quartiere, in auto con potenti sistemi audio. E ogni tribù aveva il proprio spazio. La mia zona era quella che andava da Milano Nord e arrivava in Piazza Cairoli, poi da lì c’era via Torino, e sulla sinistra c’era La Loggia Dei Mercanti, che era la sede del MODS, degli Scooter Boys. Non siamo andati a San Babila perché era territorio dei Paninari, chi seguiva uno stile di vita di lusso e consumo, ossessionato dall’abbigliamento firmato. Più avanti nella Galleria Vittorio Emanuele c’era un muro dove si riunivano rapper e interruttori. È qui che a Milano sono nati hip hop e rap. Lì vicino, dove si trovano le colonne, c’era il regno dei Metal Head, ma era frequentato anche da una folla sempre diversa, la folla del Plastic».

Venerus: «Sono nato a Milano, è casa mia. Quando sono tornato a casa da Londra ho scoperto che la città rispondeva alle mie esigenze creative, avevo bisogno di sentire che il mio percorso fosse rilevante. A Milano ho trovato una famiglia nel panorama musicale, nell’etichetta Asian Fake, che con grande felicità ho visto crescere negli ultimi anni soprattutto da quando ho firmato. Penso che rappresenti davvero lo spirito di questa città: veloce, dinamica, capace di crescere. Anche la scena musicale sta crescendo in modo molto spontaneo e bellissimo. Insomma, sono molto felice di essere tornato a casa».

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