The Virus Diaries – Quarta parte

Un racconto della serie di ZERO 'Propagine. Storie del contagio'

Scritto da Marina Zucchelli il 22 marzo 2020
Aggiornato il 11 maggio 2020

Illustrazione di Roberto Alfano

 

TOPI

Si mangia pasta a casa di mia madre due volte al dì. Si mangia carne anche, tanta carne, sempre primo e secondo e poi un minuscolo piattino di contorno, come se le verdure fossero un ornamento, una piccola decorazione all’angolo, come certi ukoyo-e giapponesi. La nostra cucina invece, il nostro frigorifero, i nostri cereali, hamburger di legumi, il tofu che ordiniamo al negozio di prodotti bio, la pasta integrale, la pizza integrale, il sushi al lavoro, il pane arabo del forno sotto casa, frutta e verdura del negozietto, pesce fresco, cibi di un mondo urbano che il mio corpo sta cercando, cibi di un mondo ricostruito, artefatto. A volte qui in campagna la mattina faccio i pancake, esco in giardino e ne do al bambino che gioca con mia nonna, dicendogli: Mangia questa frittella americana! come fossimo dentro a romanzo tradotto tanti anni fa. Mia nonna viene dentro e mi dice che il bambino ha ancora fame, di dargli un’altra pizzetta. Poi vedendomi così, davanti al fornello acceso a colare impasto su una padella, mi dice che si è stufata di penne e rigatoni e cannolicchi, ammassiamo un po’ di pasta fresca. Va bene. Porta il pancake al bambino, va verso la sua cucinola e inizia ad ammassare sulla sua spianatoia vecchia, spaccata al centro, che lei rattoppa momentaneamente con la carta Scottex. Andiamo avanti e indietro negli spazi aperti attorno a queste due villette che abitiamo come i reclusi delle navi da crociera di cui abbiamo notizia di tanto in tanto, che vagano su qualche oceano, che vengono bloccate al largo di qualche costa, noi usciamo sul ponte della nave, poi rientriamo. Mi dice che la devo aiutare ad ammassare perché lei non ce la fa, le fanno male le braccia. Va bene. Siamo sei, sei uova, logico, tanto le galline in questi giorni ne fanno in quantità. Io resto lì seduta, aspettando che lei mi dica di aiutarla ad ammassare. Siamo nella sua cucinola, non la cucina ufficiale, ma quella all’aperto, sotto un piccolo portico davanti alla cantina. Lei dice che ieri sentiva un topo dentro alla cantina, poi c’ha messo il veleno, ma oggi non è ancora morto, perché ancora non è ora, ma sta per morì.

Io aspetto seduta che mia nonna mi faccia ammassare, ma lei ripone il panetto sotto a una ciotola e prende la macchina per stendere la pasta.

È un’Imperia professionale di acciaio lucido che riflette i suoi movimenti di vecchia; sono anni che mia nonna non stende più col mattarello. Io intanto allungo l’orecchio e cerco di sentire i rumori di quel topo. Mia nonna taglia il panetto a strisce che schiaccia con le mani e poi passa nei rulli della macchina. Li passa tutti, i panetti schiacciati, poi stringe la morsa. Il veleno che si usa per i topi è quel tipo di veleno che i topi mangiano, e sulle prime non succede nulla. Chiedo a mia nonna se vuole che l’aiuti, lei dice di no. Fa sempre così, vuole solo compagnia. Io guardo in alto verso il paese e vedo una fila lunga di auto parcheggiate lungo l’alberata. Sono le persone che sono andate a far spesa, a comprare cibo, è sabato mattina. Quando al topo improvvisamente viene sete cerca di abbeverarsi dove può, ed è quella goccia d’acqua ad essere fatale, perché il veleno che aveva ingerito si scioglie nel suo corpo di invertebrato distruggendogli l’intestino, e lui ne muore. Mia nonna dice che quando sei lì a stenderla sembra che la pasta ti si stia seccando in mano, poi quando vuoi che la pasta si secchi in fretta, quella non si secca mai. L’ha ormai stesa tutta, è suonata la campana delle dieci. Monta il pezzo della macchina che servirà a tagliarla, perché non ha voglia di farlo a mano, le fanno troppo male le braccia. Così infila il foglio di pasta, gira la manovella, e ne escono, da quella specie di distruggi documenti, tagliatelle morbide di un giallo vivo.

DIAMOND PRINCESS

Quello che facciamo ora che abbiamo un figlio e c’è la pandemia è dare al figlio dei baci sulla fronte, e con le labbra serrate sentire se la fronte è calda. È l’agonia di chi deve misurare la febbre con le labbra a un essere piccolo per il quale il mondo non è affatto diverso. La temperatura dei corpi rispetto alla temperatura esterna, che è alta. Arriva la primavera il 21 marzo. Batte il sole tutti i giorni, il cielo è sgombro di nubi. Io e mio fratello giochiamo a tennis sul retro della casa, il bambino ci gira attorno; vuole una racchetta, o almeno la pallina, se non può avere la racchetta. Gli alberi fioriscono e tutta la natura germoglia, gli amici mi scrivono che non può essere la fine del mondo, perché la fine del mondo è con il tempo brutto, tuoni e fulmini. Questa non può essere la fine, perché è primavera, noi siamo su una nave da crociera tutta nostra, giochiamo e ci affacciamo dalle nostre camere, passeggiamo avanti e indietro, prendiamo aria, sul lato un mare verde di erba e foglie si muove appena.

Siamo al largo di Yokohama, siamo al largo di Aukland.

Non si può morire con questo sole, a bordo di posti così belli, a bordo di navi con nomi così brillanti, così promettenti, che ci ricordano gli anelli sulle dita delle nostre cugine, pietre talmente trasparenti che ci si può vedere il giorno dopo attraverso. La pallina rimbalza avanti e indietro, mio fratello piega le gambe e fa saltelli talmente piccoli che sembra stia giocando a badminton; io porto occhiali da sole Mark Jacobs. Sulla nostra nave non pensiamo a cosa faremo quando tutto questo sarà finito, perché non riusciamo a immaginare una vita al di fuori di questa. Quando si è fuori dalla propria realtà non ci si ricorda di cosa si facesse prima, di come si era. Il virus è su un’altra riva e non ci tocca: siamo sani, stiamo galleggiando. Mia madre si affaccia da una balaustra, dice che farà la pizza per cena, è sabato. A cena mangiamo una pizza accompagnata da supplì fatti e congelati mesi prima, svuotando bottiglie di Stella Artois. Mio fratello prende il bambino sulle gambe e soffia nel collo, nella bocca della bottiglia. Poi chiede al bambino: Come fa la nave quando rientra nel porto?

COME ERAVAMO

Domenica piango in videochiamata con mio marito, lui dice di telefonare al numero del Ministero della Salute, che ci dicano loro cosa fare per ricongiungerci. Li chiamo e mi dicono che lo posso andare a prendere in macchina. Che lavoro fa suo marito? Quanti anni ha? É stato a contatto con soggetti positivi? Si può fare, signora, basta viaggiare in sicurezza. Ma bisogna sentire i carabinieri. I carabinieri dicono che il marito deve prendere il treno, lei non può andare a prenderlo, finché i mezzi ci sono, e stia tranquilla, non c’è nessun rischio signora. Telefono alla polizia, per vedere se confermano una delle due ipotesi. Me ne impongono una terza: assolutamente il marito non può venire, perché non è quella la sua residenza, quindi dovete essere voi, lei e suo figlio, a tornare a Roma.

Domani, ci diciamo in videochiamata, facciamo questa cosa.

Vengo a prenderti e ti porto in campagna, anche se sia la polizia che i carabinieri dicono di no. Domani sera vengo perché è lunedì, ci sarà più gente in giro, magari meno pattuglie a scovare i vacanzieri, passiamo la notte a casa nostra, facciamo l’amore quattrocento volte e il giorno dopo ripartiamo. Domenica tutta così, a non mettermi le mutandine rosa né le culottes perché voglio mettermele il giorno dopo. L’altro fratello, che chiameremo Fratello 2 dice, in assemblea plenaria, che non vuole che mio marito venga perché è stato a Roma a contatto con la gente, anche se ha fatto 10 giorni a casa e non sono venuti fuori sintomi: Fratello 2 non vuole. Mia madre dice incespicante: Ma cosa stai dicendo? Fratello 1 dice che non c’è rischio, è stato in casa. Alla terza videochiamata io e mio marito siamo già stanchi di essere due fuggiaschi. Dico che voglio tornare a Roma, col bambino, anche se dobbiamo stare chiusi dentro a cinquanta metri quadri non me ne frega un cazzo, anche se il bambino starà male nell’appartamento, almeno starà con noi, con noi due, e noi staremo insieme, appiccicati, e lo dico senza vigore che sono stanca come sono stanche le poltrone dei salotti. Ogni giorno siamo diversi, in questi tempi del virus, non siamo mai quelli del giorno prima. Anche se i giorni sono tutti incredibilmente uguali, noi cambiamo. A volte cambiamo nell’arco di poche ore. Una sera andiamo a mangiare la pizza coi nostri amici, e il giorno dopo ci sembra assurdo averlo fatto. Domenica sia io che lui ci siamo arresi alle complessità attive e retroattive di questo tempo che non decifriamo, alle idiozie, alle indecisioni, ai dubbi, soprattutto ai dubbi. I miei fratelli preparano hamburger e io non ho fame; è solo routine, è il regolare flusso della giornata. Aspettiamo il TG di LA7, è presto, c’è un film che è un bel film perché è domenica, la gente se lo merita. Il telegiornale dirà che il Presidente del Consiglio, come per bastonarci da dietro, ha emanato un altro decreto che impedisce stavolta di tornare alla propria residenza.

Ma questo dopo, ora stiamo guardando il film, io sto ancora progettando di andare a Roma.

Barbra Streisand non è ancora incinta, guarda a sua volta il film che ha scritto Robert Redford, è la scena in cui lei gli fa capire che sa di essere stata tradita. Poi la Streisand è incinta, ha la pelle incredibilmente luminosa, porta un vestitino rosso stupendo mentre lui prepara la cena, anche lui, ma non toccano cibo. Lei è seduta sul divano, si tocca la fronte con le dita e gli dice: Sarebbe bello se fossimo già vecchi e potessimo guardare a tutto questo.

The Virus Diaries: prima, seconda, terza, quinta parte.