Alessandro Alo Casini

Il canto come vocazione, l'ironia, il cabaret e l'adozione di NoLo. Insomma non c'è palco che Alessandro Alo Casini non abbia cavalcato.

quartiere NoLo

Scritto da Piergiorgio Caserini il 1 marzo 2021
Aggiornato il 3 marzo 2021

Foto di Anna Adamo e Guido Borso

Se diciamo canto, palchi e cabaret si finisce inevitabilmente lì. Cioè, qui. Alle serate al Ghe Pensi Mi, allo Zelig poco più in là, a storie che scorrono da decine d’anni a questa parte e non finiscono mai. Non potevamo non farci una chiacchierata con chi questi palchi li ha cavalcati e continua a farlo con quell’attitudine a divertirsi in leggerezza che tanto ci piace, e allora abbiamo preso Alessandro Alo Casini e ci siamo bevuti ben due caffè in Caffineria. Canticchiava dall’inizio, tra sé e sé, e questo era già un buon segno.

Alo Rewind Poster. Foto di Ikka Mirabelli
Alo posa davanti a un portone. Foto di Ikka Mirabelli

Alessandro caro, raccontaci un po’ di te e della tua innegabile passione per il canto. E poi, come sei arrivato qui a NoLo?

Ciao Tesoro, allora io già a dodici anni ero nella mia prima compagnia di teatro, con Iaia De Rose come regista, che adesso è una influencer. Seppur cantassi e desiderassi di fare il cantante fin dalla tenera età di sei anni, quella è stata l’occasione in cui è nata la passione per la coreografia, per il ballo, la presenza scenica. I miei primi palchi solcati per l’Italia. Ma insomma, io sono Ligure, di un paese vicino a Imperia e avevo decisamente bisogno di cambiare aria. A diciotto anni mi sono spostato a Bologna, ma anche quella ha cominciato presto a starmi stretta. È bellissima, ma più ci passi del tempo più capisci che ha tutta una mentalità piuttosto provincialotta, che è poi quel lato da cui già avevo cercato di scappare. E allora ho scelto Milano, tre anni fa. Mi sembrava una città che potesse darmi di più, che poi forse è un po’ l’antitesi di Bologna, e sono partito da solo. Zero amici e zero contatti in città, tantomeno rispetto a quello che avrei voluto fare io. Ero convinto che qui avrei trovato più opportunità, ambienti che mi avrebbero soddisfatto davvero, e così è stato.

Sappiamo di te dai social e dalla tivù, sappiamo anche che canti e che sei bravissimo, pure Protopapa ci ha detto, giusto un attimo fa: «Ditegli di cantare!».

Allora all’inizio facevo casting per i musical, ma non mi hanno mai scelto per un ruolo di punta. Dopodiché è arrivato X Factor. Ho fatto una puntata che è andata estremamente bene, con un mio brano: Uomini che amano le donne. A quel punto la situazione era uguale a prima. Ero appena finito in televisione e continuavo a non conoscere nessuno. Ci ero andato da solo, un po’ come la piccola Dorothy del Mago di Oz. Pensa che quella sera in cui c’è stata la puntata sono uscito a ballare per i cazzi miei, a La Boum. Ma pochi giorni dopo mi ha chiamato Lorenzo Campagnari, che è un’istituzione qui a NoLo, uno degli autori di X Factor. Insomma, io ormai ero stato eliminato da tempo (le riprese erano state in estate) e Lorenzo mi scrive, si presenta e mi invita per la serata di cabaret Fantastico, al Ghe Pensi Mi. Chissà cosa mi credevo io, che aspettative avessi, perché alla fine sono finito nel retrobottega a fare la scema. Ma è stato bellissimo, mi sono divertito da morire. Ho cantato la mia canzone in una situazione simpatica che mi ha da subito messo a mio agio. Mi ha fatto ridimensionare il tutto, la tivù, le aspettative, in meglio. Sia Lorenzo che Rovyna (la drag presentatrice di Fantastico) si accorsero di questa affinità, e mi dissero che a Fantastico sarei sempre stato il benvenuto.

Hai vinto pure SanNolo, no?

Sì! Quando ci siamo accorti che ci divertivamo e che mi prestavo tantissimo ad essere preso e a prendermi in giro, a farmi ghignate, da lì sono nate una serie di cose, tra cui l’invito a SanNolo. Ho tentennato fino alla fine prima di mandargli un paio di brani, tra cui appunto Italiani brava gente che ancora non è uscito. Lì, con quel pezzo, sono stata consacrata a regina di SanNolo 2019. È stata l’occasione per entrare in contatto con tutta la famiglia del quartiere, con Gianni, con un sacco di gente del Ghe Pensi Mi… e nel frattempo continuavo con fantastico, che si è poi spostato a Zelig. È sempre tutto così: un grande giro che più frequentavo più mi legava a queste persone. Insomma, da cosa è nata cosa, sempre all’interno di questo quartiere. Tra l’altro allo Zelig è andata benissimo, il teatro era sempre pieno e Fantastico è diventato un programma in tivù di otto puntate, dove io facevo un po’ la soubrette: cantavo le mie canzoni, ho presentato una serata e facevo sketch stupidi, del tipo “chi vuole essere eterosessuale”.

Insomma, ti hanno adottato.

Esatto, la maggior parte delle amicizie le ho fatte qui, in questo quartiere e in questi ambienti. Certo è scontato che durante un momento di popolarità come quello in tivù uno si faccia delle conoscenze. Ma quelli che ho incontrato qua, anche in quel contesto, sono rimasti. E mi sono veramente legato. Pensa che quando mia madre venne a trovarmi per la prima volta fu durante SanNolo, e si sciolse in un brodo di giuggiole quando si rese conto che davvero gli altri mi volevano bene e mi stavano accanto, scalpitando anche per conoscere lei. X Factor era passato da mesi, e a SanNolo si era formata davvero una famiglia.

Ma infatti poi, con che etichetta ho firmato? Con FLUIDOSTUDIO e Protopapa ovviamente. Non è che siamo andati lontano: dal Ghe Pensi Mi allo Zelig fino a via Padova!

Si vive il quartiere come un paesotto, come una famiglia. Hai trovato qui le differenze che cercavi, dopo Imperia e Bologna?

Trovo che questo quartiere mi abbia fatto realizzare che Milano non è questa grande metropoli alienata, almeno non così come l’avevo vissuta nei primi mesi, andando a lavorare alle sei del mattino al McDonald in Maciachini. Tutt’altro. C’è qui un clima di convivialità che è quasi quello di paese, in cui girando per strada tutti ti conoscono, ti salutano e si fermano a far due parole anche perché tutti stanno qua, le facce sono un po’ sempre le stesse. Mi ha ricordato effettivamente l’atmosfera di Bologna, dalla quale scappavo proprio per un suo provincialismo che forse aveva poco equilibrio, più ristretto, per dire. Qui ci sono piuttosto quegli aspetti positivi della provincialità, svestiti dai pregiudizi che spesso si trovano. Che dire, è sicuramente il mio quartiere, quello che volevo altro e che ho trovato.