Alessio Ascari

Chi c'è dietro Kaleidoscope

quartiere Porta-Venezia

Scritto da Lucia Tozzi il 31 agosto 2020
Aggiornato il 1 settembre 2020

Undici anni fa ha creato Kaleidoscope, un magazine che più di altri intercetta e interpreta il punto di vista di artisti molto diversi tra loro e dal puro sistema delle gallerie. Alessio Ascari, editore e curatore, è sempre in viaggio, e il suo giornale ha cambiato molte sedi, ma sempre intorno a Porta Venezia, che per lui è come è una calamita, fino ad approdare a via Maiocchi, a due passi dal Bar Basso e da Champagne Socialist, dove ha fatto atterrare un progetto inedito e in continua metamorfosi, Spazio Maiocchi, mettendo insieme energie diversissime. A distanza di un anno dalla bellissima intervista di Gianmaria Biancuzzi, lo abbiamo incontrato per approfondire il suo rapporto con questo quartiere-monstre, intenso come nessun altro a Milano.

 

Alessio, puoi raccontarmi come avete scelto insieme a Slam Jam proprio questo spazio in Porta Venezia?

Lo spazio era un ex garage, dismesso già da diversi anni. Slam Jam lo ha individuato come potenziale spazio per showroom ed eventi, ma poi hanno deciso di coinvolgerci fin dal giorno uno e l’idea man mano è diventata più ambiziosa: creare uno spazio che a Milano mancava, uno spazio dove – come recita l’about in inglese – “art, design and fashion blend to shape new cultural experiences”. Insomma un anti-museo in grado di connettere scene diverse, e Porta Venezia da questo punto di vista era il quartiere perfetto – già prediletto dalle gallerie d’arte e luogo di contaminazioni culturali come non ce ne sono tanti a Milano.

Che relazione avete con questo quartiere così bello e pieno di complessità?

Personalmente sono molto legato al quartiere perché KALEIDOSCOPE ha avuto – in questi dieci anni – tre redazioni, e tutte e tre in Porta Venezia. Siamo di casa.

Ti sembra più verosimile affermare che avete portato un pubblico di persone nuove, estranee ai giri di Porta Venezia, o che avete attinto a una popolazione locale?

Direi entrambe le cose. Il pubblico di Spazio Maiocchi è un pubblico unico – giovane, internazionale, multiculturale, fluido. Sicuramente una fetta di pubblico risiede o lavora in zona, ma molti vengono a trovarci da tutti gli angoli della città e del mondo.

Collaborate con persone e spazi nei dintorni?

In questi primi tre anni ci siamo concentrati sul creare un’identità e una programmazione per lo spazio, che essendo molto grande richiede produzioni piuttosto impegnative. Ma da circa un anno con l’attività di Artifact – uno spazio più piccolo che affaccia su strada, e che consideriamo come una specie di museum shop dedicato a eventi pop up, lanci di libri e live set – ci siamo legati a diverse realtà e personaggi locali, per creare un filo diretto con la scena milanese.

Nell'immensa scelta di bar ristoranti e locali di cui siete circondati quali frequenti, e chi ci incontri?

Il Bar Basso è a un minuto a piedi da Spazio Maiocchi, e questo è un grande plus sia per il nostro team sia per il pubblico internazionale di passaggio a Milano. Poi Champagne Socialist tra i posti più nuovi, La Belle Aurore tra i classici. Tra i ristoranti frequentiamo spesso Terza Carbonaia, Gattò, Pasta Fresca Brambilla.

Nella tua mappa mentale di Porta Venezia, fino a dove si estende, e quali sono i luoghi che ami di più?

Porta Venezia va da Palestro a Loreto, da Risorgimento a Città Studi. Amo molto il fatto che spazi dal posh al “ghetto”. Di questa zona amo l’architettura: la casa liberty di via Malpighi, Casa Galimberti; la Torre Rasini di Gio Ponti che domina i Bastioni di Porta Venezia, affacciandosi sul parco; la Casa Boschi di Stefano con la sua collezione d’arte italiana. Tra gli spazi d’arte, la Galleria e Fondazione Marconi è un’istituzione.

 

foto di Carmen Colombo

La percepisci come un'area in continua metamorfosi o piuttosto come un luogo con un'anima stabile?

Forse è la zona che di Milano è meno cambiata negli ultimi dieci anni. Già allora faceva della diversità umana e culturale il suo segno distintivo, e questa caratteristica rimane centrale: è la zona storica del pride milanese, e l’enclave eritrea ed etiope è un pilastro identitaria del quartiere.

Che progetti avete per il prossimo futuro?

Durante la quarantena abbiamo lanciato AFTERIMAGE, una nuova piattaforma online dedicata all’immagine in movimento, e ogni due settimane presentiamo video d’artista e di giovani filmmaker sperimentali. Questo progetto, nato per riempire il vuoto creato dal lockdown, proseguirà anche quando l’attività dello spazio riprenderà a pieno ritmo.

Per l’autunno abbiamo in programma una grande mostra (connessa ad un numero speciale di KALEIDOSCOPE) dedicata al tema dell’outdoor – natura, ecologia, geografia. Mentre a novembre tornerà l’appuntamento con la fiera di editoria indipendente Sprint. Tanti altri progetti sono ancora in the making, ma l’obiettivo sarà rendere Spazio Maiocchi sempre più un punto di riferimento aperto quotidianamente, da mattina a sera, dove la nostra community possa ritrovarsi.