Andrea Mariani Yes We Scan

Quando scansionare una vecchia foto è saper rendere un po' più nitide le vostre memorie.

quartiere NoLo

Scritto da Piergiorgio Caserini il 17 marzo 2021

Foto di Anna Adamo e Guido Borso

In un classico interiour milanese, di quelli che appena passato il portone proseguono per qualche decina di metri, stringendosi e allargandosi tra gli spiazzi, insomma tipo le vecchie case a ringhiera, a un certo punto troverete una strana struttura in tubolari verdi, che s’innalza come una cattedrale. Appena salite le scale che corrono attorno alla cattedrale, ecco i divanetti, le seggiole, i tavolini e gli ombrelloni. Non siete lontani, ma in viale Monza, e quello che vedete è la prima accoglienza di Yes We Scan.

Yes We Scan
Yes We Scan

E insomma, tutti mi hanno parlato di Yes We Scan!, ma davvero tutti. Pure coinquilini di amici. Non potevo non passare per chiederti di raccontarci un po’ di te.

Io sono nato in questa zona. In porta Venezia, in realtà, che è comunque qua dietro. Sono rimasto in città fino a vent’anni, e questo quartiere lo conosco da sempre. Pensa che ricordo ancora quando mia nonna mi diceva «Non andare in via Padova che è pericoloso». Idem questo spazio, lo conosco da ventitré anni. E sai, trent’anni fa qua questo era un posto pericoloso, una zona malfamata, con una fortissima immigrazione. Una strana mescolanza che il milanese classico non vede di buon’occhio. Ti dirò, quando racconto a mia madre di viale Monza, lei stenta a credere dell’energia che c’è negli ultimi anni, che quasi replica quelle di una decina di anni fa nel quartiere isola. D’altra parte, oggi NoLo “fa figo”, e anche io sono arrivato al punto di tirarmela per stare qua!

Com’è che hai scelto di aprire lo spazio qua?

Ho lavorato da sempre nel mondo della fotografia, come agente di vendita per i grandi marchi fotografici. E quindi avevo contatti e conoscevo bene parecchi fotografi, e ti assicuro che prima stavano tutti qua e in via Padova. Ce n’erano tantissimi negli anni in cui nasceva il digitale. Poi hanno cominciato a sparire nei primi 2000, quando il lavoro ha cominciato a calare… e tra chi studia legge, chi non può permettersi lo studio, chi non vuole investire per prendersi l’attrezzatura, insomma, si è svuotato. Quando ho smesso di fare l’agente di vendita la prima cosa che ho fatto è stata passare proprio qua sotto, da Dario, un amico che aveva il suo studio, giusto per salutarlo. Salta fuori che aveva uno spazio dove avrei potuto finalmente avere la mia “cameretta”, la mia sala giochi. Dopo una vita passata in giro per l’Europa non mi pareva vera l’idea di avere un posto tutto mio. E alla fine l’ho aperto, tre anni fa.

Com’è nata l’idea di Yes We Scan?

Dopo quindici anni di lavoro per Hasseblad, due per Leica e altri due in Canon, ero stanco di girare come una trottola, e ho investito in attrezzatura che conosco e in questo posto. Volevo offrire un servizio qualitativamente alto, ma che fosse anche un luogo in cui non sei tenuto a entrare con il camice bianco. All’inizio volevo chiamarlo Shelter, perché mi piaceva l’idea di offrire un ambiente qualunque e conviviale, dove se anche devi studiare, lavorare, ti serve la linea internet o che ne so, fare fotocopie, andare in bagno (sì, abbiamo anche il bagno) puoi rimanere. Ho portato dentro gente che conoscevo, e poi pian piano sto conoscendo tutte le nuove generazioni.

E l’idea è nata un po’ così, sfruttando in parte sicuramente che l’analogica sta tornando… in realtà io con le scansioni avevo l’idea di dare rifugio a chi lavora o voleva provare la pellicola, e poi sono sempre stato attratto dagli archivi fotografici. Ne ho raccolti molti durante la mia vita, e ancora le persone passano per digitalizzare vecchie foto. A te è mai capitato di trovarne? Di quando eri uno sbarbatello di dieci anni?

Non che ne abbia molta di barba, ma sì, ricordo nitidamente gli album di mia madre, con i ritagli, le foto accumulate in anni, le scritte… parliamo di questo genere di memorie?

Sì, sono quelli che uno trova nel cassetto quando cambia casa, che è morta la nonna bisogna svuotare… e devo dire che ho intercettato del materiale fantastico, qualche negativo ma soprattutto vecchie foto rigorosamente in bianco e nero. Ci sono persone, principalmente sessantenni ti direi, che passano di qua incuriositi di vedere le foto di decenni fa in digitale. Signori tutti emozionati che tirano fuori una foto piccolissima e cominciano a raccontarti di loro immortalati da piccoli, della sorellina, dei nonni. E vedere vestiti, automobili, ambientazioni e tagli di capelli degli ultimi settant’anni è una figata. Poi insomma, tutti noi abbiamo degli archivi fotografici che ci hanno lasciato i nonni o i genitori, e quindi tutti sappiamo un po’ cosa si prova a riprendere quelle immagini, le emozioni che chiunque possa avere quando trova le foto dell’amata nonna durante la cresima, nascosta in un cassetto un mezzo ai vestiti. Lo si vede dalla gente che mi porta qua le loro memorie, emozionati ed emozionanti. È la parte più bella, più piacevole. C’è da imparare. Fai conto che mi ricordo tonnellate di polaroid, ma non le instamax del cazzo, ma quelle di Andy Warhol. Cose che se anche non ti appartengono direttamente sanno emozionarti lo stesso.

Storie fotografiche di questa zona?

Abbiamo fatto un lavoro per il Pio Istituto dei Sordomuti, un collegio di bambini che si trovava qui in via Padova. Erano foto tra gli anni Trenta e Quaranta. Parate di bambini, posati, tutti in fila… È a dir poco incredibile pensare che una foto del 1932 possa essere così pulita, perfetta, giusta senza digitale. Gran parte delle foto le aveva fatte, pensa, il fotografo incaricato di ritrarre le nozze di Mussolini, che insomma almeno in materia di foto non doveva essere un coglione. E infatti vedi delle robe, che pensi: ma oggi siamo capaci di fare foto del genere? Ma meno male che c’è photoshop guarda, per tirare le linee dritte.

Oppure una signora, a cui non so dare l’età che queste mascherine me la nascondono in continuazione, che aveva trovato tutte le foto della mamma, in procinto di compiere ottant’anni. Era emozionata non per le foto in sé, ma a pensare quanto poteva essere emozionata sua madre in quel momento. Vivere queste energie positive in mezzo a tutto questo casino che è vivere, scalda. Arricchisce, umanamente. E per chi mi conosce bene, come i ragazzi che passano di qua, sa che per me è questo l’importante. È un’attitudine la mia. Prendersi cura delle persone. E con le foto ci si riesce, lì dove trovi delle memorie incredibili, che ti viene quasi la nostalgia che non sia così o che non lo stia diventando.