Bassi Maestro

Funk, soul, house, italodisco, insomma l'elettronica anni Ottanta prende il nome dal quartiere: è North of Loreto, il progetto musicale di Bassi Maestro.

quartiere NoLo

Scritto da Piergiorgio Caserini il 22 aprile 2021
Aggiornato il 21 aprile 2021

Abbiamo parlato con Bassi Maestro. E qua la presentazione potrebbe finire. Perché se sei un Millennials, ma siamo già al limite eh, non puoi non sapere chi è. Insomma gli abbiamo chiesto del suo nuovo progetto che si chiama North of Loreto, conta già due album negli ultimi due anni e ha un certo hype a livello internazionale, e ovviamente arriva da lì. Da NoLo (e da dove sennò).

Foto di Anna Adamo e Guido Borso
Ghe Pensi MI. Foto di Carmen Colombo

Ciao Davide, sono un tuo fan, ma sorvoliamo per ora. Ci racconti del tuo giovane progetto musicale che prende il nome proprio dal quartierino?

North of Loreto nasce quando ho interrotto la mia carriera da rapper, quando non era più tempo di scrivere, diciamo. Cercavo un altro percorso che potesse rappresentare un po’ quelli che sono i miei interessi e ho cominciato a mettere insieme le mie influenze musicali. Mi sono detto: cerchiamo una confort-zone, dove riesco a fare cose che mi piacciono a prescindere dal discorso hip-hop. Dove posso fare un pezzo che mi ha rappresentato nel corso degli anni ed essere musicalmente a mio agio.

Così in entrambi i dischi, North of Loreto e M, anche se sono piuttosto diversi tra loro, ho esplorato un po’ tutto il mondo degli anni 80. Sono partito con le robe un po’ funk “californiante”, electro funk e modern soul, più black insomma. Mentre il secondo disco (che è uscito a luglio) è decisamente più elettronico, va dritto verso la house music, la acid house e l’italodisco. Il riferimento sono gli stessi anni ma è decisamente più strumentale.

Insomma, l’idea era di rimettersi in gioco legandosi ai miei anni di crescita musicale, in un periodo in cui anche il quartiere mi ha dato molto.

Come dire: cambia il quartiere e cambia la musica.

Beh, considera che l’ho visto crescere. Sono lì da 13 anni, immaginati, ho assistito proprio a tutta l’evoluzione. Prima ad infossarsi e poi, quattro o cinque anni fa, la rinascita. Pensa che io sono sempre stato abituato a stare molto sulle mie, e solo con questi cambiamenti ho cominciato a uscire e a frequentare un po’ tutta la nuova scena dei protagonisti di questa resurrezione di NoLo. E tra artisti, musicisti, cabarettisti, gente che comunque veniva qua per trovare una situazione umana che evidentemente non c’era negli altri quartieri, mi sono fatto tirare in mezzo anche io.

Era in quel periodo che cercavo un nome che fosse internazionale, non necessariamente legato a un nome italiano, ma che rappresentasse la mia zona. E NoLo era perfetto. Perché da un lato rappresenta la mia zona e dall’altro il quartiere in crescita. Se vogliamo, c’è un parallelo tra il mio rinnovo e quello del quartiere.

E quel “Don’t get stopped in Loreto Milano” della prima traccia?

È un tributo alla colonna sonora di Beverly Hills Cop. L’originale è Don’t Get Stopped in Beverly Hills, un pezzo di Shalamar, che se guardi il film è il trademark di quel suono dell’83/84, con batterie elettroniche, un pop soul che si mischia al rock. È fighissimo, ed è un pezzo che volevo tributare perché è un sound che è molto di riferimento per me, anche se poi non è mai uscita quella roba. E poi mi piaceva il fatto che appunto: non dobbiamo fermarci qui. Non limitiamoci al fatto che possiamo trovare tutto intorno, in prossimità. Questo è l’inizio, evitiamo di rimanere incastrati. E infatti poi M non sta per niente fermo, non resta bloccato su quel sound del primo disco.

Domanda tautologica: quanto NoLo c’è in North of Loreto?

Guarda, alla presentazione del primo disco ho riunito un po’ tutte quelle persone che rappresentano le forze creative del quartiere. C’erano le opere di Fabio Pinna, che ha fotografato i luoghi simbolo di NoLo, poi negozianti e rappresentanti della zona, come il Ghe Pensi Mi, i ragazzi di Bici e Radici (un negozio un po’ precursore della zona, avanti sulle tendenze milanesi), oppure Fatto Da Yo, che disegnano magliette da un sacco di tempo. Insomma, dall’inizio ho sempre tirato in mezzo diverse realtà locali. Mi piace l’idea di girare nel quartiere ed essere parte di questa nuova realtà. L’ho visto crescere e mi fa piacere che ci siano cose che funzionano e affianco una comunità forte che ti dà supporto.

Se poi fai qualche serata la gente ti vede anche un po’ come uno tra i rappresentanti, ed è un bel modo di dare indietro quelle energie positive che ho recuperato negli ultimi anni, dopo un periodo di chiusura mentale e chiusura in studio, perché questo era poi il discorso.

Il quartiere è cambiato molto negli ultimi anni, e progetto North of Loreto è in parte rappresentativo di questo cambiamento, con cui non tutti sono proprio d’accordo e insomma, come si sta a NoLo oggi?

Allora questo è un discorso abbastanza comune che mi è capitato di affrontare. Io credo che alla fine il benessere porti nuovi stimoli. L’importante è non snaturare il quartiere, ma sistemare quello che si può. Per dirti, tornando a piedi dal centro di notte, mi è capitato di fare delle fughe da gente che mi voleva rapinare; ma ora è un’altra cosa. Chiaro che questa trasformazione ha portato a una crescita dei prezzi e anche un’esagerazione sul potenziale della zona. Cioè, se tu arrivi a NoLo aspettandoti che sia Brooklyn ci rimani male. Rimane ancora una zona in crescita. Ma in fondo, penso che quello che c’è è quello che dovrebbe esserci, ed è quello che si era perso: gente che esce di casa e si incontra al bar o in piazza, come se fosse un piccolo paese, dove anche chi arriva da fuori è già parte di questa realtà. Insomma, mi sembra non che non si sia perso niente, tutt’altro. Per ora è ancora tutto al suo posto.

[indiscrezione!] Realtà cabaret milano 70, ghe pensi mi, lo Zelig… ha a che fare con il quartiere?

Allora, ti rispondo a metà. Assieme a Sandro Patè (un esperto di comicità milanese, che ha scritto la biografia di Jannacci – con lui – e tutta una serie di altri libri, su Cochi e Renato, Guido Nicheli…) e Matteo Russo del Ghe Pensi Mi, ci siamo messi a tavolino. Avevamo una passione in comune e abbiamo preparato un format che purtroppo non ha ancora visto la luce, doveva essere la prima settimana di lockdown.

Anche questo progetto è sempre nell’ottica di fare qualcosa al di fuori della musica e nel quartiere. Aspetto pazientemente che si sblocchi la situazione, e non ti svelo nient’altro che lo voglio vedere partire da zero. Però ti dico che l’idea era di farlo “a casa”, al Ghe Pensi Mi, che è diventato un po’ un punto di ritrovo, sia tra amici che a livello artistico. Quattro anni fa abbiamo cominciato a fare delle serate con i vinili e abbiamo avuto un bel richiamo, nel genere è stata una delle serate di riferimento negli ultimi anni.

A questo punto, a te che sei un Nolers vecchia scuola, orientaci un po’.

Mah, non è che ho dei posti, ma ci sono i bar storici come il Fantastic Bar, che è lì da 40 anni come i proprietari. Ci vado tuttora. Poi il Ghe Pensi Mi, che è diventato in poco tempo un punto di riferimento, oppure Bici&Radici. Il sushi Blu Nami è un altro che ha iniziato 10 anni fa in via Venini con tre tavoli, e prima ancora che NoLo partisse comprarono un grosso locale. Insomma, ce ne sono tantissimi. Il mercato coperto, i peruviani, che se vai con lo spirito giusto è una bellissima esperienza, quella è una realtà completamente diversa ed è una comunità che sta qua da molto tempo. C’era il 1420, il primo ristorante sudamericano di carne, sempre in Venini, oppure Chifa Perù in via Oxilia. Lì trovi i piatti tipici di un’area peruviana in cui la cucina cinese si è installata anni fa, e ti ritrovi in un miscuglio tra Cina e Perù, con le famiglie che si divertono al karaoke. Sei a Nolo ma sembra di stare in Perù.