Carlo Mognaschi

Il fondatore e proprietario del Q Club ci racconta la sua storia e quella della sua locanda

Luogo di nascita

Genova

Luogo di residenza

Milano

Attività

Direttore, Dj

Scritto da Eric Fiorentino il 23 ottobre 2019

Tutto cominciò nel lontano 1988, quando un giovane piemontese indossò una parrucca spelacchiata e un paio di tacchi per trasformarsi in Zia Wally e suonare al Diva di Genova. Da quel palco è iniziata l’avventura nel mondo della notte di Carlo: come dj ha suonato nei migliori club del nord e centro Italia, come Imperiale, Duplè, Faruk, Tartana in Toscana; Crossover e Studio 2 a Torino; ma anche The Base, PourHomme e Barbarella nel nostro capoluogo, oltre a inaugurare il Bar Partiqular, ben presto diventato una delle più importanti one night gay della città.

Attualmente lo trovate al Q, in via Padova 21, impegnato in un intenso restyling della sua “Locanda” che quest’anno inaugura la ventesima stagione di attività, e certe domeniche in consolle al Botox Matinée a trovare le sue amiche di vecchia data Bianca e Andrea.

Trent’anni sono trascorsi da quella sera con la parrucca, e Carlo continua a passare le notti (e le mattine) dietro una consolle con la stessa energia: la soddisfazione di avere davanti una folla che balla felice è per lui un virus incurabile. Zero augura buon compleanno al Q di Carlo con un’intervista che unisce la sua storia e quella del suo club, attraverso i gloriosi anni 90 della scena italiana.


Chi sei? Da dove vieni? Cosa fai nella vita?

Sono un bimbominchia imprigionato in un involucro che è un mix fra Babbo Natale e Sean Connery. Nacqui a Genova, e mi piace far star bene la gente, possibilmente facendola ballare.

Che ricordi hai della tua infanzia e quali sono stati i tuoi primi approcci alla musica in generale?

Ho avuto una adolescenza decisamente “controllata”, per usare un eufemismo: sempre chiuso in casa fino a 22 anni perché i miei avevano paura dei rapimenti, era il periodo in cui un sacco di ragazzetti di genitori medio ricchi venivano portati via e restituiti dietro congruo riscatto. Prima epifania sonora molto presto, a 10 anni: The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd. Il figlio dei custodi suonava il vinile in continuazione.


Come entra nella tua vita la musica elettronica e come l’hai interpretata?

Sempre per quella storia della adolescenza “controllata”, non potendo mai uscire ho sfogato le mie energie trasformando gradualmente la casa dei custodi in una discoteca a tutti gli effetti dove accogliere i miei compagni di scuola. Costruendomi stroboscopiche, luci psichedeliche, una palla di specchi che pesava 8 kg (che poi naturalmente è caduta durante un “party” perché il motorino che la faceva girare non era adatto). Ho anche bucato il pavimento della camera da letto che era sopra al “dancefloor” per far scendere dal soffitto il fumo con l’azoto liquido, e nel 1980 mi sono costruito da solo un laser rosso a elio neon: bigiai la scuola, andai a Torino a comprare il tubo per la considerevole somma per allora di 350 mila lire. Lavoravo con un giradischi senza controllo della velocità e un Lenco, di quei modelli con il selettore continuo della velocità da 18 a 78 rpm. Primo disco comprato: Love to Love you Baby di Donna Summer, e da lì folgorato da Moroder e tutto il filone che ne seguì.

Esordisti nell’88 al Diva di Genova come Zia Wally, descrivici le tue prime emozioni in console.

Star incontrastata di tutto quel periodo al Diva era Paolo Chighine, che giustamente difendeva con una dentatura affilatissima la sua consolle. Ho dovuto inventarmi quella scusa patetica e trasformarmi in una vecchia zia per creare un diversivo e avere la mia occasione. Mai dimenticherò le mie mani tremanti mentre mettevo il mio primo vinile in un posto pubblico: Pacific State di State 808.


Dal Duplè nacque il fortunato duo con Ricky Birickyno che vi permetterà di girare le discoteche d’Italia. Raccontaci un po’ la realtà clubbing italiana di quel periodo.

Non basterebbe un libro per parlarti di quel periodo: erano anni caratterizzati da una energia selvaggia e irripetibile, chi ha avuto la fortuna di viverli, e superarli senza esserne “travolto”, ha acquisito una saggezza e una tranquillità nel vivere molto prossima a quella di un guru tibetano.


Lasciasti Rapallo e il tuo party 24/7 per approdare a Milano nel ‘97. Che città trovasti? Quali furono le prime persone e i primi luoghi che ti accolsero in città?

È stato il mio primo contatto con la nightlife gay, lo ricordo come una scoperta continua. Un pomeriggio del ’97, a un aperitivo all’Elephant, incontro dopo 15 anni Fabrizio Bertero, mio compagno di scorribande al Diva quando studiava architettura a Genova, e mio futuro socio. Durante quell’aperitivo è nato il Q.

Che scena clubbing c'era nel milanese alla fine degli anni 90 e come ti sei ritagliato il tuo spazio prima del Q?

In 30 anni di consolle ho sempre avuto il culo di trovarmi al momento giusto nel posto giusto, con l’organizzatore giusto. Appena arrivato a Milano ho avuto il piacere di diventare resident del privè gay friendly del The Base di via Natale Battaglia, punto di riferimento della notte di quegli anni.

Il Q inaugurò il 9.9.99. Spiegaci la storia del progetto e com’era via Padova prima dell’anno Zero. Ci ricordiamo di Amanda Lear e della sua mostra.

“Ciao, fra poco inauguro un nuovo locale in via Padova, mi vieni a trovare all’opening?”. “Dove si sparano? Auguri!”. Queste erano le risposte che ricevevamo quando le mura di una vecchia centrale elettrica degli anni 30 in quello che ai tempi veniva chiamato “il Bronx di Milano” si sono trasformate in un club. Q ha preso il nome da un personaggio di Star Trek, un semidio bipolare e capriccioso, e nacque come ibrido locale da ballo/galleria d’arte. La mostra di quadri di Amanda, musa di Dalì, era perfetta per trasmettere il nostro mood, tutte le volte che la vedo adesso nello spot di Gaultier me la ricordo arrivare come la vera diva che è: a mezzanotte sul sellino posteriore del motorino guidato dal suo boy toy di 24 anni.

Quali sono le realtà e i personaggi passati dal Q (con cui immaginiamo hai diviso gioie e dolori del lavoro) che ricordi con maggior piacere? Quale è stato il più grande successo del tuo club fino ad oggi?

La prima fase della “locanda”, come mi piace chiamarla ormai da anni, è durata fino al 2004, poi come spesso accade per molti locali, anche il Q ha perso appeal, e complice una situazione familiare decisamente complessa, l’ho dato in gestione per quasi un lustro a 4 fratelli marocchini che lo hanno trasformato in un locale etnico, con tanto di donnine che ballavano la danza del ventre. Alla fine del quinquennio era praticamente distrutto, e una mattina, seduti in macchina io Maurino, quello che sarebbe diventato il mio nuovo socio, abbiamo deciso che i tempi erano maturi per ricreare a Milano un club gayfriendly, e iniziare la terza fase aprendo Q21, anch’esso ibrido, fra club e laboratorio. Con qLAB, la serata del venerdì, per anni abbiamo sperimentato le cose più assurde.

Raccontaci com'è cambiato il Q e le sue metamorfosi negli anni.

Sempre per quella voglia di sperimentare, abbiamo invitato un venerdì Rossy De Palma che ha voluto proporsi come dj, è una delle serate che non scorderò mai.
In vent’anni abbiamo avuto il piacere di ospitare tante organizzazioni, nel cuore mi sono rimasti quei ragazzacci di Take it Easy, per una profonda affinità di gusti musicali: non ho mai ballato nel mio locale così tanto come in quel periodo.
Esserci arrivato, a oggi! In questi vent’anni ho visto purtroppo tanti luoghi di aggregazione storici scomparire per i più svariati motivi.

Il tuo club compie 20 anni, come gestisci la tua locanda e con chi lavori?

Nuova decade, nuove crew, troppe per nominarle tutte in questa sede, e soprattutto nuove energie: tutto per me ruota intorno al concetto di energia.

Milano com’è cambiata negli anni? Oggi ti piace e come la trovi?

Milano è esplosa, passando da città grigia abitata da gente grigia quasi perennemente incazzata a “the place to be”, Capitale Europea che non ha nulla ma proprio nulla da invidiare alle sue colleghe più blasonate. Milano non è per tutti, molti miei amici durante questi anni non hanno retto i suoi ritmi, e l’hanno lasciata, dal mio punto di vista è sempre stata una città che non ha mai tradito chi ha veramente voglia di impegnarsi a fondo in un progetto e lavorare duro.

Come vedi il futuro della nightlife milanese?

Incerto, come in ogni altro campo del nostro futuro, non per questo meno stimolante. Mi viene da dirti: “ne rimarranno vive sempre meno”. Sopravvivrà, come in natura, chi saprà adattarsi meglio ai cambiamenti sempre più repentini, e assolutamente imprevedibili della nostra società, producendo nuovi ibridi. Al momento ritengo fondamentale una maggiore educazione, soprattutto durante le serate, a un divertimento consapevole: sciagure come quella appena successa alla inaugurazione del Jaiss non sono più concepibili.

Dove Abiti? Con chi vivi? Dove tieni tutti i vinili?

Vivo sopra al Q, con Carlos, il mio ex compagno, e due cani. Vinili? Del buddismo ho fatto mia la pratica dell’impermanenza, li ho venduti tutti una decina di anni fa: nulla è per sempre.

Dove compri la musica oggi? Solo on line? C’è un negozio dove ogni tanto vai a rifornirti?

Ho passato 10 anni ad andare a Londra una volta al mese a caccia di promo, adesso viaggio leggero, e compro solo musica online.

Qual’è il tuo luogo preferito di Milano?

La mia sdraio scassata sul tetto di casa.

Dove vai a bere? Qual’è il tuo cocktail bar preferito? Il tuo drink?

In tutti i locali di Paolo Sassi e Gianni Macario: Leccomilano, Mema, Noloso. La Salumeria del Design a Nolo. Durante la notte vado avanti solo a vodka Red Bull. Tanti vodka Red Bull!

Invece il tuo ristorante preferito? Il tuo piatto?

Note di Cucina, la mia seconda casa, in viale Monza. La posso raggiungere da casa passando per i tetti. Non ho un piatto preferito, telefono, “dì allo chef che mi prepari qualcosa” e lui improvvisa. Rigorosamente fuori menu.

Quando stai a casa generalmente come ti rilassi? Cucini? Guardi film?

Non ho la minima voglia di cucinare, anche se me la cavo abbastanza bene all’occorrenza. Spessissimo, soprattutto in questo periodo, quando arrivo a casa tocco il letto e perdo i sensi.

Oltre al tuo quali altri club ti piacciono?

Il Botox, il mio rituale domenicale al Silicone Club di via Plezzo, da Bianca e Andrea, aka “Quelle Due”.

Dopo il club: after, casa, baracchino, gita?

Nella maggior parte dei casi ricca colazione-casa-piumone-filmone. Negli altri casi tiro giù la serranda, vado in dritto in aeroporto e scappo per 4 giorni in qualche città estera dove ricarico le pile.

Qual è il party più figo a cui hai partecipato?

I 5 giorni di party continui di ADE ad Amsterdam 3 anni fa. Avevo riprenotato per quest’anno ma ho dovuto disdire a causa del reopening della Locanda.

Chi vieni al Q oggi? Ci fai un confronto tra il pubblico del passato e quello odierno?

Non riesco a trovare grandi differenze, sai? È sempre stato un pubblico talmente variegato, trasversale, easy, allora come adesso.

Ci racconti una situazione divertente?

Una domenica mattina a un torneo di burraco a squadre miste una trans aveva delle doppie carte nella manica e ha barato….

Qualcosa di tuo, invece?

Non sono domande da fare a una signora di mezza età!

Chi vorresti diventare da grande?

Una persona che ha imparato a risparmiare del denaro.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-11-01