Colle Der Fomento

«Ci siamo, siamo sulla mappa e ci siamo per rimanerci un bel po’!». Dopo 11 anni di silenzio discografico (ma tantissimi live nel mezzo), sono tornati con un album notevole, in direzione contraria rispetto al resto della scena. Alla vigilia del tour, intervista fiume a Danno e Masito su 'Adversus' (e molto, molto altro).

Foto di Daniele Peruzzi

Scritto da Roberto Contini il 6 febbraio 2019
Aggiornato il 20 febbraio 2019

Come si prepara un’intervista a Masito e Danno, le due anime col microfono dei Colle der Fomento? Si parte ovviamente dall’attualità, con l’uscita di “Adversus” lo scorso novembre che ha portato un impulso necessario a una scena hip hop che si stava piegando su se stessa, ma non si può prescindere dall’importanza storica di un gruppo che “spinge dall’era delle Jordan Cinque”, ovvero dai primi anni 90. Quattro album in studio, tour e live infiniti in oltre vent’anni di carriera, un impatto sulla scena dell’hip hop romano e italiano di quelli che hanno pochi eguali. Trovare la misura giusta non è facile: ma quando ti siedi davanti a Massimiliano (Masito) e Simone (Danno), sono loro a rompere il ghiaccio appena entrati nel bar deputato all’intervista, commentando l’immancabile pezzo trap in filodiffusione (“E te pareva…”). Quella che parte come un’intervista diventa una chiacchierata tra amici, davanti a un orzo e un tè per combattere il freddo invernale di Roma e parlare di hip hop, di vinili, del tour che parte a febbraio e di “Adversus”, in direzione contraria rispetto al resto della scena, ma sempre ben definita.

 

 

ZERO: L'album è fuori da un paio di mesi e il tour è pronto a partire: come procede? Soddisfatti della ricezione di "Adversus"?

Danno: Sì, soddisfatti sicuramente!
Masito: Senz’altro, feedback tutti molto positivi, interviste molto belle… Abbiamo fatto quasi l’en plein, difficilmente è stato detto qualcosa di “dubbio”, al massimo è stato detto “Sono i soliti, i soliti Colle”.
Danno: Che poi va anche bene, ce lo prendiamo, d’altra parte noi siamo questi e ci va bene anche questa come valutazione.

Sicuramente è un lavoro che ha avuto una grande cassa di risonanza da subito: vuoi per l'attesa, vuoi perché forse c'era “fame” di un album così, vi ha sorpreso un riscontro del genere?

Masito: Come accoglienza ci ha stupiti, soprattutto perché sono cambiati i numeri: c’è molta più gente che ascolta, molta più attenzione… In un certo senso ci danno anche più retta e nelle interviste ci trattano più da “adulti”, anche su quella che è stata la genesi del disco, ad esempio.
Danno: Abbiamo fatto perfino un documentario su come è nato il disco, “X tutto questo tempo”, quindi non può che farci piacere questo tipo di riscontro.

Tra recensioni e interviste, ho letto tanti aggettivi per definire "Adversus": introspettivo, combattivo, realista, consolatorio. Ce n'è qualcuno che vi ha colpito in particolare o qualcuno che non è stato detto, ma vi sarebbe piaciuto? Io, tanto per non tirarmi indietro, ci aggiungo “cinematografico”...


Danno: Sì, cinematografico ci piace parecchio, è perfetto e dà l’idea di quello che volevamo.
Masito: C’era l’idea di raccontare le nostre vite, ma con l’ottica da film, quindi ci sta.

Come dicevo prima, gli spunti cinematografici - Charles Bronson e il "bisonte bianco", ovviamente "Noodles", "Shining", l'universo di Leone... - in "Adversus" non mancano, ma ci sono anche tanti riferimenti letterari e al mondo dei fumetti, alle serie tv e alla musica italiana da De Gregori alla Ferri. Quanto fate leva su elementi esterni per scrivere i pezzi?

Masito: E considera che ci siamo pure limitati! Pensa che avremmo voluto fare molti più riferimenti, ad esempio a “Game of Thrones”… Comunque sì, noi in un certo senso nascondiamo sempre delle citazioni nelle nostre strofe, a volte più riconoscibili, ma a volte anche delle semplici parole che ci colpiscono. Ci sono citazioni abbastanza complesse che però non sappiamo sempre ricondurre all’ispirazione: altre, invece, sono proprio prese “di peso” da scene di film o altro.

Sì, c'è una tua citazione molto diretta de “Il Signore degli Anelli”, ad esempio.

Masito: Esatto, lì riprendo la scena di Gandalf che blocca il demone e gli dice “Tu non puoi passare”… Nel mio caso, però, il demone sono le mie paranoie.

 

 

Un altro esempio sono anche le cicatrici, con Victor Von Doom e la maschera in generale come tema, con la maschera giapponese del Mempo che è anche nella copertina.

Masito: Sì, con tanto di sottocitazione di Anna Magnani…
Danno: … Che veniva criticata perché non copriva le rughe, anzi, le rivendicava perché erano il segno di quello che aveva passato per arrivare fino a quel punto.

Ecco, già che parliamo della Magnani... C'è molto anche dell'universo “popolare”, romano e italiano, che ritorna in "Adversus", anche a livello musicale: Dalla, De Gregori, Gabriella Ferri...

Masito: Quella è stata una scelta abbastanza naturale, perché noi siamo cresciuti ascoltando quei dischi in casa, con i nostri genitori, magari mentre eravamo lì con i giocattoli da bambini. Ci sono tante canzoni che non ti rendi conto, ma magari sai a memoria e solo adesso riesci a decifrare, o comunque provi a farlo perché anche loro erano molto criptici.
Danno: La bellezza a volte è proprio quella: una frase sentita in una canzone magari la prendi e la adatti alla tua realtà… Poi magari scopri che quel cantante l’ha scritta per tutt’altro motivo, ma tu ne hai dato uno tuo. Il documentario nasce anche un po’ per questa ragione.
Masito: A me fanno impazzire i documentari che mi spiegano perché un Paolo Conte ha scritto una determinata cosa, sono proprio avido di sapere se corrisponde a ciò che avevo pensato io.
Danno: E poi, quando scrivi, di solito parti da un momento in cui metti tutto dentro: i libri e i fumetti che leggi, i film, le serie tv, anche le singole parole o la frase detta da un amico… Magari uno o due anni dopo, mentre sei in pieno processo creativo, ti rendi conto che potresti citare una di queste cose e quando succede è sempre un momento quasi magico. Passi anni a vedere e ascoltare cose che metti in una tua stanza segreta, poi, nel momento giusto dici «Ah, qui ci potrei mettere un riferimento a quella frase di De Gregori che è perfetta».
Masito: Io ho un’agenda dove ogni giorno mi appunto delle frasi, delle idee che poi all’occorrenza mi tornano utili, tipo magia… O tipo Tetris, ti rendi conto che manca proprio quel blocchetto perfetto da incastrare, come se il destino lo volesse.

Da "Anima e ghiaccio" sono passati 11 anni, ma in realtà non vi siete mai fermati, i live sono sempre stati numerosi: non si conciliava l'attività sul palco con quella in studio o a un certo punto avete preferito gettarvi a capofitto nell'album?

Danno: Praticamente dieci anni di concerti, ma abbiamo comunque sempre scritto e registrato, anche mentre eravamo in tour, solo nell’ultimo anno abbiamo deciso di fermarci per chiudere tutto quello che andava chiuso, anche perché ormai avevamo pronto l’album, ma andavano ultimati tutti i dettagli: bisogna fare i video, la copertina, organizzare la distribuzione… Oltretutto, con l’album finito non aveva molto senso continuare a fare i concerti “solo” con i pezzi vecchi.
Masito: Infatti negli ultimi tempi abbiamo cercato di variare un po’, per evitare che quello che facevamo suonasse “già sentito”: abbiamo provato a cambiare le basi, stravolgere un po’ i pezzi, ma è chiaro che erano sempre quelli… Non vediamo l’ora di salire sul palco con i pezzi nuovi, anche perché alcuni li abbiamo già da parecchio tempo e non li abbiamo mai fatti live.

 

 

Adesso è abbastanza diversa la ricettività di un album: prima quasi si andava ai live per scoprire i gruppi o sentire più a fondo artisti di cui magari sentivi una o due canzoni che passavano per radio, ora, anche a causa dei social, è tutto più immediato.

Masito: Negli ultimi sei anni sembra ne siano passati sessanta, non solo nei social: si è moltiplicato tutto, anche a livello di quantità dei live. Prima, quando avevi una data sapevi che avresti suonato solo tu quella sera, ora è quasi normale che nella stessa città, la stessa sera, ci siano altri due concerti di rap italiano: si è arrivati quasi a una saturazione. Per i social abbiamo chiesto consiglio perché per noi era un mondo completamente nuovo, abbiamo anche fatto qualche sbaglio, forse a livello di tempistiche… Abbiamo scelto un approccio abbastanza minimale perché non ci piace dover “catturare” l’attenzione o fare gli imbonitori. Molti, invece, li usano come se fossero la vetrina di un centro commerciale.
Danno: Noi mettiamo in luce le cose essenziali: le date dei concerti, il lancio del nuovo disco, il video, pensiamo che gli artisti abbiano un proprio seguito ed è giusto che chi ci apprezza ci venga a cercare.
Masito: In ogni caso, non ci sono solo appunti negativi sull’utilizzo dei social: prima, quando usciva il nuovo disco, dovevi essere presente fisicamente, magari in radio per fare il lancio, spesso a Milano… Ora, invece, metti il post col nuovo disco tranquillamente da casa e vedi la reazione della gente. A volte è stressante, ma ha i suoi vantaggi.
Danno: Chiaro, oltretutto cambia anche la capacità di esposizione. Una volta, poter avere la recensione su qualche rivista era molto complesso, spesso dipendeva da un discorso di pubblicità, per non parlare della difficoltà nel riuscire ad accaparrarsi quei pochi slot che ti concedevano le radio… Se non ci riuscivi il rischio era che il tuo disco rimanesse a casa tua e tu restavi uno sconosciuto. Ora quantomeno hai la possibilità di far uscire il tuo prodotto e farlo sentire agli altri in qualche modo. C’è stata una trasformazione radicale nel modo di fare musica, che parte dal momento in cui la tecnologia ha preso a costare molto meno: non devi più spendere 500 € al giorno per lo studio, ma puoi farti il disco dentro casa. Ognuno deve trovare il modo giusto per sé nell’interagire con questi strumenti, anche in relazione all’obiettivo che ci si propone.

Un trait d'union tra i live e il disco è la partnership con Craim dopo l'esperienza “Good Old Boys”: dopo un album con produttori diversi, siete tornati quasi alla mono-produzione. Una scelta del genere vi dà più consistenza o è dovuta alle affinità create on the road?

Masito: La cosa più bella e sorprendente è che non ce lo aspettavamo noi e non se lo aspettava nemmeno lui. Siamo partiti scambiandoci sample e opinioni, poi Craim ha trovato un sample che gli piaceva, l’ha mandato a Simone e gli ha detto «Fai una base con questo».
Danno: E io gli ho detto «Ma perché non ci provi tu?», lui, un po’ titubante, ha cominciato senza troppa convinzione, ma giorno dopo giorno ha avuto un percorso e tirato fuori grandi produzioni.
Masito: Anzi, praticamente avevamo l’imbarazzo della scelta perché è molto prolifico e le cose che ci mandava erano tutte molto belle, poi è stato un lavoro molto corale, in cui ci scambiavamo spesso spunti e “campioni” da cui partire.
Danno: Craim è uno che la musica la sente e la vive, se la “ragiona”… Non so se è perché ha le idee chiare su come volesse approcciare la produzione, questo lo deve dire lui, però ha sempre dato l’impressione di sapere dove volesse arrivare, abbiamo passato ore a parlare di musica e filosofeggiare sull’idea di un disco, anche sulla base di quello che ci piaceva, cercando di averne una visione a 360 gradi sul perché.
Masito: E dall’altro lato della medaglia, con tante cose che sentivamo anche nel rap italiano, abbiamo capito anche cosa non volevamo fare.

Con DJ Craim (foto di Daniele Peruzzi)
Con DJ Craim (foto di Daniele Peruzzi)

C'è stata anche un'evoluzione nei temi del disco, dicevamo. Magari un po' più adulti, meno battaglieri?

Masito: Un occhio alle tematiche lo abbiamo sempre avuto, già dai tempi di “Odio pieno”, penso a “Cinque a uno”: forse qui c’è un po’ meno di egotrip, ma penso che, più o meno, sia in linea con il nostro vissuto.
Danno: La scrittura magari risulta un po’ più asciutta. Come dicevamo prima, abbiamo preso un po’ le distanze da altri rapper italiani che si sforzano a fare i super incastri con la citazione gratuita solo perché fa rima con quello che hai detto prima: se citiamo qualcosa è perché quella cosa ha un senso e un significato, un discorso più di scrittura letteraria. In questo disco non puoi spezzare le strofe, invertirle e dire «Vabbé, alla fine ha comunque senso»… Se ci fai caso, a differenza di tanti altri dischi che escono ora, ci sono anche pochissime parole in inglese, proprio per questo motivo.
Masito: Cerchiamo sempre di avere una linearità e una chiusura del discorso in questo disco, cerchiamo di avere un pensiero chiaro da comunicare, «Voglio dire questo e lo dico». Magari sembra assurdo fare ‘sti discorsi nel 2019, ma invece riteniamo che sia proprio necessario in questo momento.

Ecco, poche parole in inglese, ma anche pochissime in romano. Roma è stata sempre protagonista nei vostri album, stavolta è messa un po' sullo sfondo, in disparte. Che peraltro, è un'ottima metafora per la situazione attuale della città...

Masito: Sì, giusto in “Nostargia” e un po’ in “Polvere”, dove ci sembravano più necessarie… Ho preferito evitare, perché altrimenti avrei dovuto parlare della città ed è dura, perché questo è veramente un momentaccio per Roma. Meglio evitare, avrei dovuto fare “Il cielo su Roma 2019” versione imbruttita e ho preferito non farlo, aspettare di farlo in un futuro in cui ci sia qualcosa di bello da raccontare e le cose siano migliorate un po’.
Danno: C’è anche da dire che sicuramente ora ci viviamo di meno Roma, stando più spesso in giro, e quando sei qui magari tendi meno a viverti la città. Inoltre, è un disco molto personale, che parla “di noi”, e la città in questo contesto diventa meno importante e più difficile da raccontare.

La scena hip hop ha avuto un legame forte con Roma, anche perché, essendo in pochi, c'erano dei punti di ritrovo più o meno fissi: il Flaminio, Babilonia con la galleria Colonna, il Forte e la Snia. Ora che non c'è più bisogno di questi riferimenti, si rischia di perdere qualcosa nel rapporto con la città e con gli altri?

Danno: Ora è sicuramente diverso, prima dovevi andare in giro a cercare le tracce di quello che ti interessava, la gente con cui potevi avere le cose in comune e per fare questo magari dovevi attraversare tutta la città e così la scoprivi.
Masito: Se questa fase fosse arrivata più tardi anche per noi, quando eravamo già più grandi, magari avremmo avuto comunque una delusione rispetto allo scoprire la città con certi occhi, quando invece vedevi per la prima volta un quartiere perché magari andavi a casa di un tuo amico con una situazione completamente diversa… Le storie si intrecciavano e la città la sentivi tua. Oggi purtroppo facciamo fatica a riconoscere la città, le persone: sembra tutto più distante. La differenza più grande è che non c’è più la gente per strada, i cortili dei palazzi sono vuoti. Io sono cresciuto a Montesacro, c’erano palazzi come il 139 dove quasi non potevi entrare nei cortili per quante comitive si radunavano lì e ti potevi confrontare con tutti. Oggi tutti quei posti sono deserti…

 

 

Lo stato delle cose sembra aver portato anche una stagnazione a livello di idee, ma soprattutto a Roma mancano i posti per le jam, per i concerti hip hop: trovare una location per il live nella vostra città è stata dura o la scelta dello Strike è stata immediata?

Masito: Nell’organizzare le prime date del tour, Roma è stata quella più problematica: purtroppo la scelta si risolve o tra posti con gestioni “particolari”, per così dire, oppure le strutture che ci possono interessare ed accogliere sono esattamente le stesse di venti anni fa, ma lasciate a se stesse, tanto che sono quasi abbandonate. C’è l’impressione che Roma sia una città che non si rinnova: l’Auditorium è un’occasione persa, ad esempio, sembra quasi sia stato fatto per farsi i “loro” concerti sotto al monte dei Parioli. Perché non è stata fatta una sala lì per mille-duemila persone, senza sedie per fare concerti anche di altri generi? La città è rimasta ferma, a differenza di tante altre realtà italiane, anche al Sud, che hanno saputo evolversi: in più, tanti dei posti che c’erano sono spariti, dopo gli sgomberi iniziati nel 2018 è “partita” mezza città…

Anche perché poi è un problema di fruibilità del concerto a tutti i livelli, non mancano solo le strutture intermedie, ma anche realtà diverse, a meno che, ovviamente, non si voglia sempre far pagare i biglietti a prezzi assurdi...

Masito: D’estate magari c’è qualche iniziativa in più, ma anche lì a livello organizzativo non sai a chi ti vai a mettere in mano, anche perché noi ci teniamo che i prezzi non siano troppo elevati. Praticamente, se togli i posti occupati non ci sono sale dove fare concerti da 600-1000 persone, come poteva essere il vecchio Circolo degli Artisti dietro Piazza Vittorio, ad esempio.
Danno: per questo alla fine la scelta su Roma è stata di fare il live allo Strike, che ci dava una tranquillità in tutti questi sensi e, in più, lo sentiamo come casa nostra.

A livello di live c'è qualche artista che vi fa impazzire o che prendete come esempio?

Masito: Se posso fare un nome in particolare, ci è piaciuto parecchio Pharaoe Monch, che abbiamo visto a Bologna qualche anno fa al TPO. Era un live con la band, ne abbiamo visti più di uno così, ma quello ci ha proprio fulminato, era molto teatrale come impostazione. Anche la scelta dei costumi, si cambiava tra le canzoni, usciva con delle giacche militari, ma, nonostante ciò, era molto minimale, aveva con sé basso, chitarra, batteria e un dj.
Danno: È un’evoluzione che ci piace e “Adversus” in un certo senso si presta a questa idea, visto che nell’album c’è uno spazio che riteniamo giusto a dei pezzi suonati.

 

 

Oltretutto, capita spesso che tra live e studio i valori si ribaltano. Mi ricordo un live di Freddie Foxxx all'Alpheus che spaccò tutto, pur con due album in venti anni...

Danno: Per noi il vero banco di prova è e sarà sempre il live: ancora oggi giudico a pieno un mc quando lo vedo live, il disco mi interessa fino a un certo punto, ovviamente lo ascolto, ma poi voglio vedere cosa fai sul palco per capire chi sei e quanto spacchi.
Masito: In più, adesso sembra quasi che i live siano un pretesto per stare lì e farsi le foto col pubblico, più che cantare i propri pezzi, ci sono tanti artisti che mettono la canzone in sottofondo e poi stanno lì a petto nudo a fare le pose.
Danno: Sì, però quella è anche colpa del pubblico… Se a loro va bene così, gli artisti si adeguano. Noi forse eravamo molto più rompicojoni, stavamo lì sotto al palco col fucile puntato e dicevamo «Mo famme vede’ che sai fa’…».
Masito: Noi abbiamo più di quaranta anni, ma quasi tutti i live con i Good Old Boys superano le due ore, scendiamo dal palco bagnati dalla testa ai piedi, ma a noi questo piace e questo vogliamo dare al nostro pubblico, è la nostra palestra.

Uno dei primi live sarà a Milano, che è diventata un po' l'epicentro di ciò che più si muove - a livello discografico e di dinamismo live - in Italia.

Masito: Milano è stata sempre uno dei centri focali per l’hip hop: Esa, Kaos, Bassi…
Danno: Tutta gente che è ancora in giro, per fortuna!
Masito: In più, al contrario di Roma, Milano è l’esempio lampante di una città che si è rinnovata. Hanno posti, strutture, possibilità enormi: ormai se viene un grande artista a fare un live in Italia, 99% lo fa a Milano.

È diventata anche un po' l'hub per la trap: pensate che ci possa essere spazio per entrambe le scene? I pischelli di oggi che sentono la trap possono trovare spunti da un concerto del Colle e, perché no, viceversa?

Masito: Beh, noi ce lo auguriamo e ce lo aspettiamo anche! Anche perché i pischelli non è che stanno a vedere il nome, il genere o quant’altro: loro si nutrono di parole, di energie, di emozioni. Se gli arriva qualcosa di positivo si fanno vedere, infatti, negli ultimi anni abbiamo avuto sempre una buona risposta dai giovani ai nostri concerti.

 

 

L'evoluzione in corso per l'hip hop è qualcosa di nuovo, proprio perché è una musica “giovane”, se la contestualizziamo: è successo al jazz, al rock, al punk...

Masito: È un discorso che si sente parecchio in giro ultimamente, la diatriba “vecchio contro giovane”, ma la musica non è lo sport, dove passati i trent’anni si comincia la fase discendente, anzi, negli altri generi è proprio questa l’età in cui si comincia a capire di più il proprio lavoro di musicista e noi, in fin dei conti, ci sentiamo musicisti anche se saliamo solo con il microfono e i piatti.
Danno: Il fatto che l’hip hop sia uno dei generi più giovani porta anche questa dinamica: adesso si cominciano a vedere i primi “adulti” che fanno questa musica in maniera continua, anche in America è così. A Roma con “Welcome 2 the Jungle” abbiamo ospitato il concerto di Masta Ace, che ha da poco fatto cinquanta anni: è paradossalmente ancora un fenomeno nuovo quello di vedere rapper adulti sul palco… Che magari poi vanno ancora come un treno, come Masta Ace.
Masito: Infatti quello che andrebbe detto ai ragazzi che si approcciano adesso è di non guardare l’età anagrafica, vedete quello che uno fa sul palco e giudicate da lì.

Su questo influisce anche la voglia dei media di incasellare sempre un po' tutto e suddividere etichettando: questo è rap, questo è r&b, quell'altro è trap...

Danno: Sì, quello è un po’ assurdo, perché ogni artista, ogni gruppo è un mondo a sé, che poi ha il suo percorso e cambia anche nel tempo, con la maturazione artistica.
Masito: Aggiungiamo anche che ogni generazione vuole un po’ cambiare le regole che trova in essere, quindi anche la trap, se vogliamo, è funzionale a questa logica di rompere col passato, creando un nuovo look, un nuovo suono… Magari, crescendo, anche loro capiranno che non sarebbero arrivati a questo punto senza ciò che è venuto prima.

 

 

C'è qualcuno di questa nuova generazione in Italia che vi colpisce particolarmente o che vi ha incuriosito più di altri?

Danno: Ammetto di avere una carenza di ascolti abbastanza forte in questo periodo, quindi non mi sento di fare nomi perché rischierei di andare un po’ a caso e citare qualcuno tanto per farlo: non ho la competenza per dare un giudizio che non sia superficiale. Quando trovo qualcosa che mi piace, non mi faccio problemi a farlo presente, però al momento mi prendo la mia “responsabilità” nel dire che non ho ancora ascoltato tutto quello che dovrei e quindi sarebbe un giudizio sicuramente incompleto.
Masito: Io non voglio fare nomi, però ci tengo a dire che quando si arriva a fare certi numeri e si raggiungono così tante persone, a prescindere dal genere, tu artista devi essere preparato, qualunque cosa fai. Per essere il numero uno non basta avere tanti zeri nelle visualizzazioni o nelle vendite, devi dimostrare di esserlo a livello di contenuti, di preparazione, anche negli spettacoli dal vivo, quanto spendi per allestire il tuo palco… Se vai a uno show di Salmo vedi che c’è un investimento nella scenografia, nelle persone che chiama a lavorare con lui, sono cose che ti aiutano a crescere in quello che fai. Se invece pensi a vendere di più e basta, arriverà presto uno più giovane di te, più motivato, più sulla bocca della gente di te e che finirà per “rubarti tutto”.

E verso la scena Usa come vi ponete? C'è un po' la tendenza a dire che anche da lì non arrivi più roba potente, forse è solo un po' più nascosta da quest'emergere della trap?

Danno: Non va dimenticato che questa “invasione” della trap è presente anche in America, parte proprio da lì. Personalmente, fatico tantissimo a trovare nomi riconoscibili quando leggo articoli o siti di hip hop americano, magari scorri le liste delle nuove uscite e pensi «Io questo non l’ho mai sentito». Se però ti metti a fare un lavoro di “digging”, ti rendi conto che un po’ di cose serie escono sempre. Certo, prima magari prendevi l’autobus per andare da Disfunzioni Musicali e stavi lì due ore a sentire tutte le nuove uscite, ora forse ti devi dare un po’ più da fare perché il rap che piace a noi è un po’ meno sponsorizzato, fa numeri minori ed è diventata un po’ una nicchia. Ma è una nicchia piena di vita, penso a uno come Al Divino, che secondo me è veramente il capo di tutto quello che esce da New York ultimamente.
Masito: Ci tenevo a dire un’ultima cosa sulla trap: da tutti questi artisti che di recente hanno avuto un grandissimo successo, personalmente mi aspetto qualcosa di più. Non vedo passi avanti, una volta giunti a quel tipo di audience sembra quasi che il loro pubblico non gli chieda più niente di nuovo e a loro basti così. Anzi, andando avanti sembra sia sempre meno quello che gli danno…

Al contrario, questo tipo di evoluzione c'è stata in artisti hip hop più maturi, penso ad esempio a Ghostface Killah...

Masito: Esatto, pensa ai due album con Adrian Younge o alla collaborazione con i BadBadNotGood per “Sour Soul”, quello è passato e futuro insieme, roba fortissima che va in una nuova direzione. Anche perché non ci scordiamo che gente che parlava di vestiti Gucci e droghe di ogni tipo c’era già nell’87… Aspettiamo di vedere della roba nuova che ci sorprenda un po’.

 

 

Torniamo sul tema del digging: negli ultimi anni c'è stato un ritorno del vinile, voi avete ancora il trip delle "crate" e, nel caso, c'è qualche negozio di riferimento a Roma e in Italia?

Masito: Sono un aficionado dei mercatini, ho una mia rete che cerco di tenere più o meno salda e cerco di darmi sempre un limite di spesa, a parte rare eccezioni. Ho comprato tutti i vinili di Dalla, lì chiaramente ho dovuto spendere un po’ di più, ma in generale vado più verso l’usato a 5-10 euro massimo. Non compro quasi mai rap, ma per il vinile mi oriento più su soul, funk, classiconi italiani, reggae…
Danno: Compro ancora abbastanza, ma ho i miei ninja sparsi in giro che sguinzaglio all’occorrenza… Se mi serve, non so, il bundle di Czarface col doppio vinile, loro sanno dove trovarlo e quindi io mi oriento a seconda della necessità! Poi può capitare anche di andare in negozio, a Roma di solito Radiation o Hocus Pocus, ma posso anche ordinare da internet, insomma, abbiamo canali multipli, anche perché i vinili ci piacciono ancora, noi siamo “nati” con quelli…
Masito: Infatti siamo anche rimasti un po’ stupiti quando abbiamo ristampato “Odio Pieno”, che ebbe un ottimo riscontro. Poi però ci siamo pure un po’ chiesti: «Ma tutte ‘ste persone che si comprano i dischi poi ce l’avranno a casa il giradischi o è solo un oggetto da collezione?». Insomma, spero che chi compra i vinili poi abbia ancora il piacere di ascoltarli.

Non ci rimane che darvi appuntamento ai live: oltre a quelle già comunicate, sono previste altre date?

Danno: Sì, per ora abbiamo otto date, ma se ne aggiungeranno sicuramente altre, non appena avremo il calendario definito verrà pubblicato man mano che riceviamo le conferme.
Masito: Per questo tour, inoltre, faremo anche qualche data all’estero: ci sono tante comunità di italiani a Londra, Berlino, Barcellona, Amsterdam… Abbiamo deciso di fare dei piccoli live anche fuori dall’Italia perché, per le esperienze che abbiamo avuto in passato, sono molto calorosi.
Danno: Non si raggiungono i numeri che abbiamo in Italia, ovviamente, ma stanno tutti a mille, sarà l’occasione di avere un live italiano, sarà la “Nostargia”, ma non vediamo l’ora!

 

 

Contenuto pubblicato su ZeroRoma - 2019-03-01