Deflorian/Tagliarini

Il prossimo 9 settembre Short Theatre Ospiterà il duo Deflorian/Tagliarini con Cinéma imaginaire, lavoro a firma Lotte van den Berg di cui hanno curato la versione italiana. Ne abbiamo approfittato per ripercorrere il loro intero percorso artistico, con un occhio alla scena teatrale di Roma, passata e attuale.

Attività

Artista

Scritto da Nicola Gerundino il 4 settembre 2017
Aggiornato il 27 settembre 2017

Sono una delle realtà teatrali più prolifiche e interessanti in Italia e fanno base a Roma. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini lavorano assieme dal 2005 e a farli incontrare artisticamente è stato Fabrizio Arcuri. Il prossimo 9 settembre presenteranno a Short Theatre, festival di cui proprio Fabrizio Arcuri è direttore artistico, presenteranno un nuovo lavoro, Cinéma imaginaire, che li vede collaborare con la regista olandese Lotte van den Berg. Ne abbiamo parlato in questa intervista, spostando però la lancetta indietro di una decina di anni, partendo proprio da quel primo incontro nel 2005.
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ZERO: Prima di parlare del lavoro che porterete a Short Theatre nei prossimi giorni, facciamo un po’ di passi indietro. Ormai sono diversi anni che collaborate assieme, ci potete raccontare com’è nato questo sodalizio?
Daria Deflorian: È successo nel 2005. Fabrizio Arcuri ci ha invitato a collaborare come attori a un suo progetto su un testo di Martin Crimp, Attentati alla vita di lei. Erano diciassette brevi scene e nella prima io e Antonio abbiamo lavorato insieme, anzi, abbiamo interpretato la stessa figura: eravamo vestiti uguali, Antonio con una parrucca bionda. Senza nessuna imitazione uno dell’altro ci alternavamo sulla scena. È nata una grande amicizia e abbiamo deciso di fare un progetto insieme dedicato alla nostra maestra comune, Pina Bausch, senza nessuna intenzione iniziale di lavorare insieme in maniera continuativa.

Vi eravate già incrociati prima?
Antonio Tagliarini: No, non ci eravamo mai incrociati, incredibile! Forse perché in quel periodo io lavoravo molto all’estero, soprattutto in Portogallo, e dunque ero poco presente sulla scena romana.

Qual è il primo spettacolo che avete portato in scena a nome Deflorian/Tagliarini?
Daria Deflorian: È stato Rewind, omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch. Un lavoro che, come gli altri nostri spettacoli, replichiamo ancora oggi e a cui siamo inevitabilmente molto affezionati. Guardando indietro, il racconto di quello spettacolo lo definirei felice. È nato un po’ da solo, senza troppi pensieri. Quello che ci ha guidato era l’interesse di conoscerci, di “ripensarci” a vicenda, riflessi in quel capolavoro mai visto. Abbiamo poi invitato il pubblico a guardarci, ad ascoltarci. Quando l’abbiamo presentato per qualche sera al Rialto Santambrogio pensavamo fosse una forma provvisoria, il testo non era nemmeno scritto. Invece non abbiamo cambiato una virgola e il debutto a Short Theatre è stato – tocca dirlo – davvero bello. Il pubblico rideva, seguiva. Eppure ci eravamo detti: «Ma a chi potrà mai interessare uno spettacolo su un lavoro di Pina Bausch del 1978?». Era il 2008, un anno prima che lei morisse.

Da allora cosa è successo?
Antonio Tagliarini: È successo che abbiamo avuto voglia di approfondire questa relazione artistica, continuiamo a confrontarci e a crescere insieme, ci entusiasmiamo, ci emozioniamo, ci arrabbiamo, ci immergiamo in nuovi progetti. Un nuovo progetto nasce sempre dal desiderio di osservare, investigare una questione che ci preme, che ci tocca personalmente. Siamo un po’ come degli esploratori che si avventurano in territori nuovi: il processo di creazione per noi è sempre un processo di conoscenza, prima di tutto personale, poi collettivo, nel momento in cui incontriamo il pubblico. Sono successe tante cose, sia nella nostra vita personale che artistica. Siamo cresciuti, il nostro linguaggio è divenuto più consapevole, siamo stati accolti molto bene dal pubblico e dalla critica, sia in Italia che all’estero, abbiamo avuto dei riconoscimenti importanti, ad esempio il Premio UBU nel 2014 come novità italiana/ricerca drammaturgica per Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni e, per lo stesso lavoro, il premio della critica come migliore spettacolo straniero dell’anno 2015 in Canada. Tutto questo è bellissimo, ci riteniamo fortunati. Certo le responsabilità aumentano, le difficoltà continuano, a volte peggiorano. Ma noi resistiamo e come artisti cerchiamo di ritagliarci spazi di ricerca sempre nuovi. Certo, a volte fa paura prendere certi rischi, ma altrimenti non ci sentiremmo vivi.

Da Zero sono protagoniste le città in cui scriviamo e che raccontiamo. Qual è il vostro rapporto con Roma? Partiamo dall’aspetto professionale.
Daria Deflorian: Abbiamo avuto la fortuna di vivere un periodo che potremmo definire “povero ma bello”. Un periodo di produzioni indipendenti sostenuti da spazi e da persone di qualità, in un panorama molto interessante. Spazi che da tempo sono chiusi e che mancano. Abbiamo avuto la fortuna di incrociare dentro e fuori dalla scena artisti come Massimiliano Civica, Lucia Calamaro, Michele Di Stefano, oltre al già nominato Fabrizio Arcuri. Il progetto Perdutamente del 2012 è stato uno snodo fondamentale. L’eco di quella energia ci aiuta ancora oggi a non sentirci troppo soli in questa difficile fase per Roma. Abbiamo avuto la fortuna che Fabrizio Grifasi con il suo Romaeuropa e poi il Teatro di Roma ci abbiano osservato, poi sostenuto e infine prodotto. Il nostro nuovo progetto su Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, che debutterà nel 2018, è prodotto da entrambi.

La locandina di Perdutamente.
La locandina di Perdutamente.

Oltretutto, il tema del luogo ritorna spesso nei vostri lavori. Quanto e come vi ispira un luogo nel momento in cui vi colpisce?
Antonio Tagliarini: Il luogo, lo spazio in cui siamo immersi, è per noi fondamentale. Dal punto di vista strettamente teatrale noi non dimentichiamo mai “il qui e ora”, siamo su quel palco specifico, in quella specifica città, davanti a noi quelle persone, in carne e ossa. Loro e non altri. Anche rispetto al processo creativo, all’indagine che apriamo, il luogo è fondamentale. Faccio un esempio: quando per Reality abbiamo iniziato a lavorare sui diari di Janina Turek – anonima casalinga di Cracovia che per oltre cinquant’anni ha annotato minuziosamente i “dati” della sua vita, 748 quaderni – abbiamo deciso di andare a Cracovia. Ci siamo andati ben due volte, sentivamo la necessità di conoscere quei luoghi, di collocare Janina nel suo contesto reale, di studiare la storia della Polonia tra l’invasione nazista, il blocco sovietico, il crollo del muro di Berlino. Il contesto sociale, politico ed economico in cui viviamo ci determina. Lo spazio in cui siamo inscritti quotidianamente determina le nostre scelte. Il luogo è diventato per noi oggetto di osservazione, di studio in tutti i nostri spettacoli. Prima di tutto ci innamoriamo di quel luogo specifico e così facendo attiviamo in noi e poi nel pubblico una relazione affettiva: a quel punto non esiste più bello o brutto ma la meraviglia di quello che è.

Molto legata a Roma è stata la vostra performance Quando non so cosa fare cosa faccio?. Ce la potete raccontare.
Daria Deflorian: Abbiamo già presentato Quando non so cosa fare cosa faccio? per tre volte. Lo rifaremo anche l’anno prossimo a giugno. Lo definirei un piccolo lavoro, con la consapevolezza di quanto sia importante e bella la dimensione del piccolo: io in scena, Antonio che guida una trentina di spettatori. Una piccola produzione, un breve periodo di prove. Una dimensione raccolta che permette scoperte che il “grande” non concede. Vogliamo alternarle queste due dimensioni, nella speranza di una osmosi tra le due esperienze. La performance è nata all’interno di un progetto più ampio, Gli anelli di Saturno, realizzato con 12 giovani performer e due urbanisti, Vanni Attili e Alessandro Coppola. Risente molto anche dell’incontro con Lotte Van den Berg: aver lavorato come attrice per la versione italiana di Agoraphobia nel 2013 è stato davvero importante. Quando non so cosa fare cosa faccio? è dedicato al tempo perso, al ciondolare, al cincischiare. A quella infinita zona urbana che non è centro, ma non è ancora periferia. A quello straziante e leggerissimo film che è Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli. È dedicato a Roma, all’arrivo in questa città, alla conquista quotidiana di Roma, a “Roma bella, Roma mia”, come dico nello spettacolo.
deflorian Quando non so cosa fare cosa faccio

Vi chiedo allora qual è il rapporto intimo e personale con Roma.
Antonio Tagliarini: Roma è la città in cui sono cresciuto. È una città difficile, dura, una città direi a volte poco inclusiva, ma è una città che amo profondamente. E come tutti gli amori a volte ti fa incazzare, a volte vorresti prenderla a pugni, ma poi, se mi fermo un attimo a guardarla, a guardare i romani, mi scappa un sorriso e tra me e me dico: «Roma, ti amo».

Daria Deflorian: Sono trentina, di madre genovese, ho studiato a Bologna. Mi piace leggere. Roma quando sono arrivata in questa città, per me era per prima cosa Pier Paolo Pasolini. Autore che ho amato e amo. Sono andata a vivere al Mandrione, nel 1995 ho curato un progetto su quella periferia dedicato a Pasolini a vent’anni dalla sua morte. Roma era Elsa Morante, era Fellini. Era l’Eur di Antonioni. Era via Merulana di Gadda. Ancora oggi, se vedo un film ambientato a Roma, mi emoziono a riconoscere un angolo della città, perfino vedere il Parlamento in un telegiornale ancora mi colpisce. Sindrome da persona nata in un paesino, forse. Anche dentro Il cielo non è un fondale ho cercato di restituire a mio modo il legame con questa città. Eterna lei, fragile io. Sicuramente ritengo importante rimanerci, cercare di contribuire come cittadina e artista a una sua rinascita culturale.

Qual è il vostro giudizio su Roma come scena teatrale e quanto vi hanno influenzato e aiutato nel vostro percorso persone, luoghi e compagnie della città e attive in città?
Daria Deflorian: Lo dicevamo prima: tanto. Bastano pochi posti per farcela. È bastato il Rialto, l’Angelo Mai. Certi momenti al Teatro India. Il Teatro Palladium in alcune stagioni. Ancora oggi un posto come Carrozzerie n.o.t. ci fa sentire a casa. Insegnare è diventato molto importante, una zona di incontro e di scambio imperdibile. Molti dei collaboratori e degli artisti con cui stiamo lavorando ultimamente li abbiamo conosciuti attraverso momenti di studio, da Valerio Sirna a Francesca Cuttica, da Francesco Alberici a Davide Grillo, solo per citarne alcuni.

Rassegne come Short Theatre ne testimoniano la vitalità, le compagnie anche sono in buon numero, forse quello che manca ora a Roma, tornando all’argomento di prima, sono proprio i luoghi?
Antonio Tagliarini: Sì, Short Theatre è un luogo fondamentale sia per noi artisti che per la città di Roma. Un luogo dove è possibile vedere spettacoli molto interessanti che altrimenti non arriverebbero nella nostra Capitale, ma, oltre a tutto questo, è anche un luogo di aggregazione vivo, reale. Ed è di questo di cui abbiamo bisogno, sia dal punto di vista culturale che politico. Conosco molto bene tutto il team direttivo e organizzativo del festival e dunque so bene lo sforzo immane che bisogna fare per realizzare in questa città un evento del genere. Purtroppo da qualche anno a Roma molti altri luoghi di aggregazione sono stati chiusi a seguito di una politica culturale miope e aggressiva, e questo è molto grave.

Short Theatre, edizione 2016. Foto di Claudia Pajewski.
Short Theatre, edizione 2016. Foto di Claudia Pajewski.

Il resto del panorama italiano com’è? Girando molto avrete sicuramente il polso di città o rassegne che sono al momento la spina dorsale del teatro in Italia.
Daria Deflorian: Difficile rispondere. Molte realtà sono in difficoltà, a Roma e fuori. Noi non siamo una compagnia finanziata, tutto il nostro fare dipende dal lavoro. A volte non riusciamo ad aiutare con la nostra presenza rassegne o stagioni indipendenti perché non riescono a pagare nessun cachet, neanche basso. Ogni volta cerchiamo di fare il possibile, onestamente. Ci sembra un gesto politico importante. Siamo molto legati a Cantieri Florida di Firenze, al Teatro delle Moire e al festival Da vicino nessuno è normale di Milano, al Festival di Granara. Cerchiamo di non rifiutare mai offerte dal Sud Italia, dove facciamo fatica a girare. Sto sicuramente dimenticando molti altri luoghi e persone, me ne scuso. Precisiamo una cosa. È stato bellissimo essere presenti a due edizioni del Festival dell’Automne, siamo emozionati all’idea di arrivare con Il cielo non è fondale al Piccolo di Milano. E a proposito della dimensione “piccola”, ogni volta che siamo invitati da una realtà locale che negli anni ha costruito un rapporto reale con il territorio, i nostri spettacoli crescono, riacquistano senso.

Arriviamo a Short Theatre. Innanzitutto vi chiedo quali sono i ricordi della vostra prima partecipazione.
Antonio Tagliarini: Abbiamo partecipato a tantissime edizioni di questo festival e lo abbiamo sempre frequentato come spettatori. Come ha detto Daria prima, Rewind, omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch, il nostro primo spettacolo, lo abbiamo fatto proprio qui a Short Theatre: ricordo che la sala era piena, la gente seduta per terra in attesa e prima di entrare sul palco e poi durante lo spettacolo sentivi questa vibrazione genuina del pubblico, persone che erano lì perché avevano voglia di nutrimento, di vedere arte, teatro, performance, danza, avevano voglia di stare insieme anche dopo, di parlare, scherzare, danzare… Ed è questo che crea una comunità.

In che altre occasioni avete lavorato con Fabrizio Arcuri, il direttore del Festival?
Daria Deflorian: Come abbiamo detto prima, io e Antonio ci siamo conosciuti grazie a Fabrizio e da allora il dialogo con lui non si è mai interrotto. Personalmente gli devo molto. Con lui ho scoperto il mio lato comico, ancora prima con lui ho avuto un dialogo sul teatro durato anni, quando ancora il rapporto con il mondo del lavoro, sia per me che per lui, era tutto da costruire. Abbiamo sempre parlato di teatro insieme, per ore, e la sua ironia, il suo distacco, sono sempre state una utilissima doccia fredda per me, inguaribile romantica. Durante Perdutamente, nel suo progetto Nollywood, una puntata è stata dedicata a me: è stato un momento di vera gloria!

Prima parlare dello spettacolo che porterete in scena, vi chiedo di un vostro lavoro precedente che abbiamo già citato, Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. L’ho sentito vicino a uno degli spettacoli di questa edizione di Short Theatre che più sono curioso di vedere, Nachlass – pièce sans personnes. Due prospettive diverse sulla relazione tra morte e società: nel primo caso un gesto politico, nel secondo caso il ragionare sul proprio lascito emozionale.
Antonio Tagliarini: Anche io sono molto curioso di vedere questo spettacolo, ma per adesso posso dire poco, prima lo devo vedere. Il tema della fine, della morte, è una questione sempre presente nei nostri spettacoli. Con Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni è diventato gesto politico, ultimo gesto di resistenza in una società che sta andando in direzioni pericolose. Non è stato semplice, volevamo innalzare la scelta delle quattro pensionate greche raccontata da Petros Markaris a gesto politico, collettivo, la possibilità di dire «No», «Adesso basta». Ma durante la creazione siamo entrati in crisi, ragionando appunto sul lascito emozionale di un suicidio. Ci siamo lasciati allora attraversare anche dalla disperazione, di cosa vuol dire non vedere altre possibilità di uscita se non la propria morte. E grazie a questa crisi siamo riusciti a portare sul palco entrambi i sentimenti: il coraggio di dire basta e la disperazione di non farcela. Viviamo in tempi bui.

Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Foto di Gabriele Zanon.
Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Foto di Gabriele Zanon.

Arriviamo allora a Cinéma imaginaire, Come avete incontrato Lotte van den Berg, l’artista olandese da cui nasce?
Daria Deflorian: Lavorare come attrice per il suo spettacolo Agoraphobia mi ha cambiato. Lotte è una persona speciale, di poche parole, di grande concretezza e con un sentimento dei luoghi e dello stare fisicamente nel Mondo che ha qualcosa di antico, ma nello stesso tempo fortemente contemporaneo. Io sono più mentale, con una sonda che viaggia dentro di me gran parte del tempo. Stare con Lotte mi porta fuori. Mi ferma e mi permette di vedere il movimento fuori di me.

La frase di Lotte per presentare questo progetto è «Per creare immagini forti non c’è bisogno di attori, registi e scenografie. Basta solo il coraggio di guardare». Cosa vuol dire per voi e come l’avete tradotta in scena?
Antonio Tagliarini: Questa performance, di cui noi presentiamo la versione italiana, non è su palco ma per strada, fuori, nella città. È una performance attiva, partecipativa in cui noi saremo delle semplici guide che indirizzeranno i partecipanti (il pubblico) a guardare fuori da sé, a guardare la città, le persone, i dettagli, l’insieme. Avere il coraggio di guardare non è poco: è un atto politico. Perché una volta che guardiamo, che non distogliamo lo sguardo per non sapere, non possiamo più fare finta di nulla. Dobbiamo prendere una posizione. È difficile. Cosa guardo? Cosa preferisco non guardare?

In primo piano Lotte van den Berg.
In primo piano Lotte van den Berg.

Cosa succederà in concreto?
Daria Deflorian: Una delle regole di questo “gioco” è non sapere troppo prima. Non essere preparati. Posso rispondere raccontando qualcosa che ho letto recentemente in un libro di scritti di Michelangelo Antonioni. Lui diceva che la cosa che gli piaceva più fare era quella di mettersi in un posto, starci, senza scopo, lasciarsi attrarre da qualcuno e cominciare a ricamare trame attorno a quella figura in quel luogo. A volte la seguiva, anche per ore, come se quello sconosciuto, quella sconosciuta fosse portatore di una verità altrimenti irraggiungibile. Da lì sono nati i suoi film, sia quelli realizzati che quelli solo immaginati. Beh, questo è quello che può succedere dentro Cinéma imaginaire, certo non viene regalato nulla. Nessuno lavora per noi, immagina per noi. Tocca aprire non solo gli occhi, ma il cuore.

Oltretutto, sullo sfondo di Cinéma imaginaire ci sarà sempre Roma…
Antonio Tagliarini: Sì, sullo sfondo c’è sempre Roma. Ma posso dirti che l’arte del guardare è infinita. Puoi passare due ore nello stesso tratto di strada a guardare e se lo fai veramente cominci ad accorgerti quanto ciechi siamo diventati.

Lotte ha visto la vostra “traduzione” di Cinéma imaginaire? Cosa vi ha detto?
Daria Deflorian: Abbiamo fatto un periodo di prove ad Amsterdam, insieme a Martina Ruggeri, che ci fa da assistente per questo progetto. Lotte vedrà il lavoro a Roma. C’è una grande fiducia, una bella stima. E poi, ripeto, molto è in mano agli spettatori.

In generale, che rapporto c’è tra i vostri spettacoli e il cinema? In Quando non so cosa fare cosa faccio?, che abbiamo citato in precedenza, si parte proprio da una pellicola di Antonio Pietrangeli.
Antonio Tagliarini: La nostra relazione con il cinema ha la stessa potenza del nostro rapporto con l’arte visiva e con la letteratura. Sono oggetti artistici che elevano il pensiero, alzano il tiro, ci costringono a riflettere e a osservare il mondo con occhi implacabili e allo stesso tempo pieni d’amore. «L’arte salverà il Mondo», non lo so, ma sicuramente è una zona di resistenza fondamentale.

Dopo Short Theatre porterete Cinéma imaginaire anche altrove?
Daria Deflorian: Saremo al Terni Festival e poi a Milano al Triennale Teatro dell’Arte, che è il produttore esecutivo della versione italiana del progetto.

Riuscirete a vedere anche altri spettacoli nei giorni di Short Theatre? Quali sono quelli che vi incuriosiscono di più?
Antonio Tagliarini: Sì, faremo di tutto per poter vedere più spettacoli possibile. Confrontarci con altri linguaggi, con altre domande, con altri artisti è sempre stato per noi fondamentale, è linfa vitale. Ci sono dei ritorni come El Conde de Torrefiel, che lo scorso anno ci ha folgorato, e artisti che non vediamo l’ora di conoscere.

In generale, quali sono le compagnie italiane, specialmente quelle nuove, che più vi stanno rubando l’occhio?
Daria Deflorian: Purtroppo lavoriamo molto! Scherzo: siamo molto contenti di come stanno andando le cose per noi, ma questo non ci permette di vedere molti altri artisti. Il nostro raggio di conoscenze è molto stretto e incompleto. Ci interessa la scrittura di Francesco Alberici, attore e regista che collabora con noi e che ha un suo gruppo. Abbiamo trovato bello Fak Fek Fik di Dante Antonelli, ma anche lo studio che ha realizzato Martina Badiluzzi una delle sue attrici, Il vivaio. Ci piace molto il lavoro di Valerio Sirna, ci ha colpito Lucifer di Industria Indipendente. Sono i nostri nuovi amici, che si aggiungono a quelli di sempre. Agli eterni, quelli come Roma. Importante punto di riferimento è sicuramente Claudio Morganti: i suoi raduni, le sue riflessioni sono come e più di uno spettacolo, sono segnali di fumo che ci ricordano cosa è importante e cosa non lo è. Sull’onda delle sue riflessioni stiamo provando con Silvia Rampelli a organizzare piccoli momenti di studio tra artisti a Roma. Proprio a Short faremo un secondo momento di studio, il primo è stato ad aprile a Carrozzerie n.o.t. Il progetto si chiama NOI, proprio per sottolineare l’importanza di una dimensione collettiva del pensiero artistico, per rafforzare il fatto che l’atto creativo non è la costruzione di un prodotto, ma ben altro.