Sirna/Pol

In occasione dell'edizione 2019 di Short Theatre, abbiamo intervistato una delle realtà emergenti più interessanti del panorama teatrale di ricerca.

Foto di Antonio Ficai

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Scritto da Nicola Gerundino il 5 settembre 2019
Aggiornato il 6 settembre 2019

Una collaborazione artistica coltivata da Raffaella Giordano e sbocciata nell’eclettico e girovago collettivo Agostino Bontà, una maturazione che ha trovato nello spazio (domestico) e nelle relazioni tra persone i propri due assi portanti. Valerio Sirna (di origini romane) ed Elisa Pol (trevigiana) costituiscono una delle realtà più promettenti del teatro di ricerca italiano. Li abbiamo intercettati in occasione di Short Theatre 2019 – in programma dal 6 al 14 settembre 2019 in varie location, teatrali e non, di Roma – dove presenteranno la trilogia, appena completata, de “I giardini di Kensington”, ovvero “Il litigio”, “Il rifugio”, “Il trasloco”.

 

Mi piacerebbe far iniziare questa intervista dai luoghi, o meglio, da un luogo: il soggiorno, spazio domestico che è alla base del lavoro che porterete a Short Theatre 2019. Ci sono stati soggiorni che vi hanno segnato? Di solito i ricordi e le emozioni più forti sono legati a quello della casa natale: è così anche per voi?

Valerio Sirna: Il soggiorno è stato davvero il punto di partenza di questo lavoro; in particolare siamo partiti dalla poltrona, da quella dimensione di concretezza e insieme di assoluta metafisica che questo straordinario oggetto di arredamento può offrire. Le due figure che popolano lo spazio de “I giardini di Kensington” sono state abbozzate la prima volta molti anni fa, nello spazio prove della Sosta Palmizi a Cortona dove, tra oggetti di scena, costumi e mirabolanti chincaglierie, abbiamo rinvenuto questa poltrona mitologica, grande, rivestita con una pelle marrone consumata e strappata, comodissima. Dal ricordo di quella poltrona è arrivata poi la nostra, avvistata in uno spazio prove a Roma – dove è scattato il colpo di fulmine – e chiesta in prestito alla scenografa Barbara Bessi, che da allora ce la lascia trasportare in lungo e in largo.

 

Elisa Pol: Il passo successivo dopo quella prima poltrona è stato un soggiorno vero, quello dell’appartamento di Bologna dove io e Valerio mettemmo in scena nel 2013 “Hiroshima Mon Amour”, una performance site specific dedicata al capolavoro di Resnais. In quel caso ci trovavamo in uno spazio reale, quotidiano, molto elegante, che affacciava su una magnifica terrazza panoramica. Qualcosa di quell’atmosfera silenziosa, sofisticata, algida, è poi arrivata in eredità a questo lavoro, specialmente al primo capitolo, “Il litigio”.

 

VS: E una volta tornat* in sala abbiamo sentito la necessità che a quella poltrona si contrapponesse un oggetto meno connotato, più astratto, per cui abbiamo chiesto a dueamic* artist*, Mattia Cleri Polidori e Giulia Costanza Lanza, di realizzare una scultura, che in effetti ora si trova ad aleggiare nel nostro soggiorno. Per me un soggiorno particolarmente significativo è stato quello della casa dei nonni in cui sono cresciuto, dove mio nonno, ragioniere, tra dense nubi di fumo e la sua intramontabile eleganza, faceva i conti, riceveva il barbiere, leggeva il giornale fumando MS – ovviamente. Era uno spazio carico di mistero, di cassetti inviolabili, e mi sembrava enorme quando ero bambino.

 

EP: Anch’io penso al soggiorno della mia casa natale, con il grande divano a serpentone, bluette con motivi tipo azteco, anni 90. Riusciva ad accoglierci tutti a patto di incastri impossibili di gambe, teste e gomiti nelle costole. ci stavamo in sei con in più un cane e un gatto. Un divano immersivo, eterno, dove ho letto tantissimi libri e che ancora resiste nel salotto: ha cambiato rivestimento, ora con grandi fiori bordò su sfondo beige.

In generale, cosa rappresenta per voi lo spazio domestico: un luogo che protegge e accoglie o un luogo che costringe e spinge alla fuga?

VS: La casa, nella sua forma ideale così come è stata concepita da quel mondo – il nostro – che ha inventato la proprietà privata, dovrebbe essere il luogo in cui rifugiarsi dalle intemperie esterne e trovare ristoro. Chi di noi è già così privilegiat* da vivere in una casa, si ritrova in luoghi che sono solo un’approssimazione di quell’ideale: non sono mai abbastanza grandi, per raggiungere l’esterno occorre percorrere dedali di rampe e pianerottoli, le ciabatte rumorose della signora di sopra ci disturbano a qualsiasi ora del giorno e della notte, chi abita nel condominio di fronte vede perfettamente attraverso le nostre finestre tanto è vicino, etc.

 

EP: C’è stato un film – “Juste la fin du monde” di Xavier Dolan, basato sull’omonimo testo teatrale di Lagarce – che ci ha aiutat* a proseguire la riflessione sulla casa, su quanto lo spazio domestico possa rappresentare un intrico complesso di relazioni tra familiari o tra persone che convivono. Quello stesso film ci ha poi regalato uno dei brani che usiamo nello spettacolo, la canzone di Camille che dice: “Home is not an harbour / home is where it hurts”.

Quanto conta lo spazio in una relazione tra persone, fatta di emozioni, parole, gesti?

VS: Grazie anche alla ricerca sul paesaggio e sullo spazio pubblico che conduco insieme a Leonardo Delogu con il collettivo DOM-, sono abituato a pensare che interno ed esterno, soggettività e ambiente, coscienza e percezione, si influenzino costantemente. Lo spazio agisce sul soggetto e il soggetto agisce sullo spazio in una reciproca dissolvenza. Circoscrivendo questo ragionamento allo spazio domestico, come posso dunque non pensare che una cassettiera, il colore di un divano, un quadro appeso a una parete, la temperatura di una luce, con la loro materialità, agiscano sul mio corpo e sulla mia vita psico-emotiva?

 

Una relazione tra le stesse persone potrebbe avere esiti diversi se si costituisse e svolgesse in luoghi o in case diverse?

EP: È un po’ un azzardo stabilirlo, tuttavia possiamo ipotizzarlo, perché la qualità della relazione sarebbe sicuramente diversa… Ci sono componenti misteriose e imprevedibili che entrano in campo nelle relazioni tra persone e spesso sono proprio quelle che ne determinano gli esiti.

La vostra relazione artistica con i luoghi e gli ambienti domestici risale al collettivo Agostino Bontà, ci potete raccontare quella esperienza?

EP: Esatto. Dal biennio di studi in cui io e Valerio ci siamo incontrati nel 2011/12, “Scritture per la danza contemporanea” – un percorso molto significativo diretto da Raffaella Giordano – era nata l’esigenza, insieme ad altri artisti e artiste, di interrogarsi intorno al tema dell’abitare. Da quella esperienza era nato il collettivo Agostino Bontà (insieme a noi c’erano Francesca Antonino, Elena Giachetti, Simone Evangelisti, Giulia Ferrato e Valentina Bechi), che nei primi anni di attività si era occupato della creazione di azioni performative negli spazi domestici. Radunavamo appartamenti disponibili a ospitarci e poi ce li dividevamo: ne nascevano solo, duo e azioni collettive. È così che io e Valerio ci siamo ritrovati per la prima volta in coppia dentro un appartamento. Eravamo a Bologna, in una rassegna collegata a Danza Urbana. Fu molto divertente devo dire: avevamo concepito l’opera in due atti, uno ambientato in questo soggiorno elegante e il secondo in una grande terrazza. E li ripetevamo a loop per un pubblico di poche persone. Lì hanno iniziato a profilarsi gli antenati delle figure che sono emerse ne “I giardini di Kensington”: eravamo molto influenzati dal cinema esistenzialista di Antonioni, dalla Nuovelle Vague, dalle raffinate introspezioni di Wong Kar-wai, dagli interni in bianco e nero dei primi anni Sessanta. In quella fase non c’era ancora la parola, non lavoravamo ancora sulla scrittura scenica, bensì su delle sequenze di azioni concrete che assumevano coloriture perturbanti, astratte, grottesche. Tutti elementi che ci siamo portat* dietro.

Cosa altro del collettivo Agostino Bontà avete portato nei vostri lavori attuali?

EP: Il collettivo Agostino Bontà è stato una palestra irrinunciabile che ci ha allenat* alla creazione condivisa, all’orizzontalità, al dialogo tra provenienze e formazioni diverse, alla distribuzione delle mansioni. Lavoravamo in situazioni più o meno underground, senza reali sostegni, quindi portare avanti quell’esperienza a un certo punto non è stato più possibile. Ma ha profondamente segnato il nostro modo di lavorare insieme, di studiare, di condividere ricerche, di scrivere i testi e di predisporre il corpo alla scena e al movimento.

Cosa succede nel soggiorno de “I giardini di Kensington”? Perché avete deciso di dare a questo lavoro la forma di una trilogia?

VS: La ripartizione in tre atti da 20 minuti ciascuno è nata da esigenze contingenti: nel 2017 avevamo deciso di partecipare al Premio Scenario, un premio rivolto al teatro under 35, ed era necessario restare entro i 20 minuti. Il primo capitolo de “I giardini”, “Il litigio”, arriva da quei materiali. Poi il Premio non l’abbiamo vinto, ma abbiamo deciso comunque di completare l’opera ed è venuto naturale pensare ad altri due capitoli che portassero la durata totale dello spettacolo intorno all’ora. Lo dico perché è un esempio interessante, credo, di come ragioni poetiche e ragioni pratiche abbiano un peso più o meno equivalente nella realizzazione di un’opera.

 

EP: Il processo di creazione è stato molto lungo, siamo partiti senza una produzione, ma abbiamo ricevuto il sostegno, rivelatosi essenziale, di Armunia, dove abbiamo condotto la maggior parte delle residenze, e poi del Florian Espace di Pescara, di Atto Due-Laboratorio Nove di Sesto Fiorentino, di Spazio ZUT! a Foligno, siamo stati al Lavatoio di Santarcangelo: tutta quella rete di associazioni e di piccoli centri di residenza fondamentali per le giovani compagnie. Di volta in volta presentavamo un capitolo, oppure due capitoli quando eravamo pront*, fino ad arrivare al debutto a Castiglioncello questa estate. Abbiamo ragionato un po’ nell’ottica della serie, ci divertiva immaginare di lasciare il pubblico in attesa della puntata successiva.

 

VS: Personalmente, poi, le tripartizioni mi sono familiari, mi ritrovo spesso a ragionare in termini di trilogia, ho una predilezione per il numero 3, che si traduce spesso in una forma di dialettica tra le parti.

 

EP: Ogni capitolo è autonomo, ma risente degli accadimenti occorsi nel precedente, attraverso una trama di rimandi interni e di parallelismi. In ognuno sembra di tornare al punto di partenza: l’ultima scena si collega a quella di apertura, come se le due figure, nonostante tutte le dimensioni attraversate ed esperite, non si fossero spostate di un centimetro dalle loro posizioni iniziali. Una successione tautologica di parole e gesti, potremmo dire.

 

VS: Tautologia e circolarità sono stati anche temi corporei oltre che testuali: le scritture di movimento a cui abbiamo lavorato disegnano lo spazio, ma non arrivano da nessuna parte, si attorcigliano su loro stesse, si ripetono modificando l’orientamento della stanza, e dopo quattro ripetizioni si torna al punto di partenza; il loop potrebbe non fermarsi mai e continuare, identico a se stesso, all’infinito.

 

EP: Quello a cui il pubblico assiste è dunque la ricerca di una convivenza di due corpi e di due soggettività in uno spazio ristretto come quello domestico. Ci domandiamo cosa significhi starsi accanto, essere intimi, vivere in prossimità. I testi sono nati da lunghe sessioni di improvvisazione intorno a dei temi specifici, da cui poi traevamo blocchi di dialoghi, oppure riflessioni personali, ricordi biografici da cui scaturivano modalità del parlato e ritmi.

 

VS: Durante la fase di scrittura ci siamo anche immersi nella lettura di alcuni testi che sono diventati dei pilastri, da cui abbiamo tratto idee, citazioni e rimaneggiamenti. Il primo è stato la “Poetica dello spazio” di Gaston Bachelard, dove la casa, con le diverse emanazioni energetiche di ogni ambiente che la costituisce, con la generazione di immaginari che può provenire da ogni oggetto domestico, è entrata definitivamente al centro del nostro discorso. Poi ci è arrivato in dono da Daria Deflorian, a cui avevamo chiesto di assistere a una prova, un volumetto del filosofo François Jullien, “Accanto a lei”, grazie al quale abbiamo indagato le dinamiche della relazione in termini di accensione e offuscamento della presenza in presenza dell’altro. Infine, “Perché non è già tutto scomparso?” di Jean Baudrillard, in cui il filosofo traccia i contorni di un’arte della sparizione, di una scomparsa collettiva di tutti gli enti che costituiscono la realtà.

Il terzo atto è “Il trasloco”. Credo che il cambio di luogo sia una delle procedure materiali che aiutano e sono necessarie per mettere la parola fine a un qualcosa di immateriale. Un po' come lo è il tagliarsi i capelli. Che ne pensate?

VS: In realtà il nostro trasloco è una procedura immateriale di sparizione del dato materiale. Le cose intorno alle due figure spariscono, vengono traslocate, cancellate, sbiancano, come se la realtà tutta fosse sul punto di auto-elidersi. Non si va da nessuna parte, o forse ci ritrova dove si è sempre stati. Scusate le trovate ermetiche, ma non possiamo spoilerare apertamente il finale!

Questo sarà il vostro debutto per Short Theatre. In generale, qual è il vostro rapporto e il vostro pensiero rispetto a questa manifestazione?

VS: Short Theatre è una manifestazione a cui, da romano, sono personalmente molto affezionato. È un luogo che ha cresciuto artisticamente molte persone della mia generazione, permettendoci innanzitutto di fare amicizia, e insieme di allenare il nostro sguardo, affinando gusti e sensibilità con un’offerta sempre attenta al contemporaneo. Ricordo benissimo la prima edizione a cui mi capitò di assistere come spettatore, al Teatro India, non so più quanti anni fa, mentre – figuriamoci! – stavo preparando i provini per la scuola del Piccolo (bocciato subito). Oppure l’anno in cui partecipai al workshop di osservazione critica curato da Giorgio Testa, quando ci si ritrovava a discutere degli spettacoli, a studiarne i materiali con dei bellissimi approfondimenti. E poi la prima volta in cui, super emozionato, mi ritrovai nel programma del festival grazie alla preziosissima collaborazione con Silvia Rampelli e la compagnia Habillé d’eau, quando presentammo il primo studio di “Euforia”.

 

EP: Per la conoscenza che ho del festival mi sembra un luogo in cui, straordinariamente, non ci si ritrova solo tra lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, ma si ha davvero la sensazione che la città entri negli spazi del teatro, si incuriosisca e se ne nutra.

Il pensiero rispetto alla scena teatrale romana e italiana?

VS: Il mio livello di attaccamento a questa città sfiora il fanatismo! Sono convinto che la scena romana sia molto viva e che sia solo necessario darle fiducia, spazi, opportunità ed economie. Ci sono moltissime giovani realtà che si muovono nel chiaroscuro. In questi anni, per esempio, si sta formando una generazione di danzatrici e di danzatori che, se messa nella condizione di continuare a crescere, potrebbe diventare molto solida. Tra le altre cose penso a SiR – SharingInRoma, la piattaforma dedicata allo scambio di pratiche tra persone che studiano il movimento, che si incontrano regolarmente nel centro polifunzionale autogestito SCuP! e in altri spazi. O a DA.RE.., il processo di formazione per le arti performative diretto dalla danzatrice e coreografa Adriana Borriello. E poi a Roma abbiamo la fortuna di essere circondat* da maestri e maestre di grande sapienza. Soffriamo però di una patologica carenza di spazi in cui provare e incontrarci, che possano produrre le nostre ricerche, nonostante gli sforzi di auto-organizzazione dal basso che la cittadinanza continua fortunatamente ad attivare. Le politiche culturali di questa città dovrebbero rendersi più operative nella consapevolezza che la scena contemporanea romana è un bene comune, nonché una realtà su cui investire, investire, investire. Un ottimo segnale in questo momento arriva dalla nuova direzione del Teatro di Roma: in particolare le progettualità che Francesca Corona sta sviluppando al Teatro India fanno venire una gran voglia di essere a teatro tutte le sere. Il 21 settembre, in occasione dei 20 anni dalla fondazione del Teatro India, ci sarà una festa lunga 24 ore che dilagherà in tutti gli spazi e in tutte le sale del teatro per spalancarli al futuro. Credo sarà davvero un nuovo inizio.

Ci sono altre compagnie di cui apprezzate particolarmente il lavoro?

EP: Ci sono compagnie e maestri che apprezziamo e che hanno formato e influenzato il nostro percorso. Mi riferisco in primis a Raffaella Giordano, che ci ha fatti incontrare consegnandoci rudimenti fondamentali, a Mårten Spångberg, di cui amiamo i loop coreografici. Poi ci sono le esperienze teatrali e autoriali italiane di Deflorian/Tagliarini, Claudio Morganti e Lucia Calamaro che sono state e continuano ad essere riferimenti importanti.

 

Vedrete spettacoli di vostri colleghi a Short Theatre 2019? Quali sono quelli che vi incuriosiscono di più?

VS: Il desiderio sarebbe quello di vederli tutti! Sono molto curioso di ascoltare la lectio magistralis di Françoise Vergès a proposito di femminismo e decolonizzazione, organizzato in collaborazione con il Master di Studi e Politiche di Genere di Roma Tre – altra dimensione preziosissima in città. Non vedo l’ora di interrarmi negli “Scavi” di Deflorian/Tagliarini, che avrà luogo in uno spazio del cuore, Carrozzerie n.o.t., dove abbiamo avuto l’occasione di presentare i primi due capitoli de “I giardini di Kensington” durante la scorsa stagione. Poi ci sarà una delle mie sorelle di sangue, Sara Leghissa, che ci porterà illegalmente chissà dove. E non vorrei perdermi i lavori di Alessandra Di Lernia, di Ginevra Panzetti e Enrico Ticconi, di Claudia Castellucci. Vorrei shawalare per bene… E poi vabbè, c’è Kiddy Smile, quindi in alto i cuori – e i culi, se posso!

 

EP: Sottoscrivo il programma di Valerio e aggiungerei Nora Chipaumire con la sua performance e live album “#PUNK 100% POP *N!GGA”, i talk show, un po’ ragionati e po’ divertiti, del collettivo Sotterraneo, “Cock, Cock…Who’s There?” Di Samira Elagoz, un lavoro che sto inseguendo già da un po’… E non vorrei perdere la visione di “L’uomo che cammina” di DOM- + Boato/Danesin, non sono riuscita a vederlo l’anno scorso, per cui vorrei rifarmi con il film.

A cosa state lavorando ora e a che cosa lavorerete in futuro?

EP: In questo momento siamo concentrati sulla costruzione di un futuro per “I giardini di Kensington”, ci piacerebbe farlo tante volte! Abbiamo il forte desiderio di portarlo al Sud, facendo un giro delle province e dei piccoli centri della Campania, della Basilicata, della Calabria, dove così di rado capita di portare la propria ricerca e di incontrare il pubblico. Abbiamo già sperimentato insieme, presso la scuola di teatro di Laboratorio Nove, la forma del laboratorio in cui far confluire le nostre riflessioni e le nostre pratiche intorno al fare scenico. Per cui la tournée che stiamo progettando integra al momento performativo, quello della formazione e dell’incontro.