Fabio Quaranta

Roma città della moda perduta, Roma città della moda futura, Roma città della non-moda. A pochi giorni dalla chiusura del primo appuntamento del 2016 con AltaRoma, ne abbiamo parlato con Fabio Quaranta, designer di natali capitolini e tra le firme più interessanti emerse negli ultimi anni.

Scritto da Nicola Gerundino il 1 febbraio 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Ci hanno esposto Daniel Johnston, Adam Green, Bugo, Shoboshobo, Nazi Knife. Ci hanno suonato David Tibet, Jandek, Ben Chasny, Baby Dee, Scott Matthew, Estasy. Ci sono passati abiti firmati Raf Simons, Comme Des Garçons, Junya Watanabe, Kostas Murkudis, Carol Christian Poell. Pochi metri quadri su via Giovanni Lanza, a due passi da piazza san Martino ai Monti, quella con la Torre dei Capocci. MOTELSALIERI è stata una piccola, ma importante esperienza per Roma, un luogo aperto a tutti, dove è stato possibile toccare con mano la famosa molteplicità di stimoli che accompagna ogni processo creativo, toccando arti visive, musica e moda. Già, la moda; che relazione ci sia tra essa e la Capitale è ancora difficile da stabilire. Di sicuro se ne parla di più in due periodi dell’anno, durante le giornate di AltaRoma. Proprio in occasione del primo appuntamento del 2016 abbiamo deciso di far due chiacchiere con Fabio Quaranta (nella foto di copertina con Joanne Burke), designer che a Roma è nato, che per AltaRoma è transitato e che di MOTELSALIERI è stato il motore primo.

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Carol Christian Poell per MOTELSALIERI.

 

ZERO – Iniziamo dalle presentazioni, quando e dove sei nato?
Fabio Quaranta: nel ’77, a Roma.

Ti ricordi il tuo primo impatto con la moda e intendo la fascinazione per gli abiti e il mondo che li circonda?
Credo sia stato guardando mio nonno paterno.

Da ragazzo hai fatto parte di qualche sottocultura musicale, che da sempre rappresentano uno dei primi momenti in cui il modo di vestirsi assume un valore assoluto, quasi drammatico?
No, non era per me.

Come si vestivano le persone a Roma negli anni 80, 90 e nei primi 2000? Una parola per ogni decade.
Anni 80 pariolini. Anni 90 coatti. Anni 00 pariolini e coatti.

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Uno spaccato di Roma negli anni 80, tratto dal libro fotografico: “Dolce Via: Italy in the 1980s” di Charles H. Traub.

E come si vestono ora?
Da pariolini coatti.

Tornando al tuo percorso professionale, ti ricordi quando hai deciso di lavorare in questo campo in maniera definitiva? C’è stato un abito, uno stilista o una collezione che ha fatto scattare questo interruttore? Roma non è una città che mastica moda; sono curioso di capire come una persona di questa città se ne possa innamorare e possa fare strada, soprattutto se parliamo di generazioni pre-internet.
Ho capito che sarebbe diventato il mio lavoro nel 2010, quando vinsi il premio quale miglior designer italiano per Vogue, ma sono quasi sicuro che l’interruttore scattò quando vidi Arduina, la madre di una mia fidanzatina del liceo, indossare un impermeabile con un’etichetta completamente bianca che aveva comprato in un negozio vicino al Pantheon. Pochi anni dopo scopri chi fosse Martin Margiela e che la mia carriera sarebbe iniziata proprio da lì.
Per quanto riguarda Roma, è una città strana; ti seduce e frega e se ci sei nato ora puoi solo odiarla.

Hai frequentato scuole e accademie, o sei autodidatta?
Sono laureato in Economia Aziendale e oggi, che sono un ricercatore dell’università IUAV di Venezia – Design della moda e Arti multimediali – capisco quanto sia importante

Ti ricordi il primo abito che hai disegnato?
Certo, era una All Star tutta nera. Nel 2004.

C’era uno stilista cui ti sei ispirato per i tuoi primi lavori? In generale cosa fa nascere lo spunto per un’intera collezione, immaginando vi confluiscono tantissimi stimoli e di ogni genere?
L’ispirazione non viene mai dalla moda, piuttosto da persone e personaggi; nel frattempo registro continuamente idee, dettagli, qualsiasi cosa mi sia utile sul mio smartphone e alla fine è tutto lì.

Un punto di svolta della tua carriera immagino sia stato il concorso Who Is on Next, che hai vinto. Che cosa avevi disegnato per quell’occasione?
Il concorso è arrivato per caso e quasi contro la mia volontà; quindi non avevo preparato niente di speciale per l’occasione e questo a volte premia.

Pensi che Roma nel futuro avrà un suo ruolo all’interno del sistema moda italiano? Se lo avrà sarà solo un palcoscenico, o potrà anche essere quello di produrre creatività e talento?
Roma produce e ha già prodotto talenti, alcuni dei quali con riconoscimenti internazionali e anche se non è la città della moda è di certo la capitale delle sartorie e del costume, ma anche dell’arte e del cinema. Dal resto dell’Italia, e soprattutto dall’estero, Roma deve solo imparare a creare valore. E se i romani cominciassero a salutarsi sarebbe un primo passo.

C’è qualche giovane designer di Roma che ti ha colpito ultimamente?
Niccolò Magrelli, un giovane uscito dallo IUAV.

Delle vecchie case romane, invece, ce n’è qualcuna che hai sempre apprezzato di più?
Sì, molte. Le sartorie Caraceni e Panetta per citarne un paio.

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La sartoria Panetta di Via Puglie 7.

Legata al tuo nome c’è stata un’esperienza molto significativa qui in città: MOTELSALIERI. Ci puoi raccontare la sua storia?
Era il 2006 e in via Giovanni Lanza, con Emanuele Colella, “compagno di banco” in Carpe Diem, avevamo preso uno studio e ci occupavamo di comunicazione; lo spazio era tanto, c’erano una bella vetrina e un citofono. Abbiamo cominciato con uno dei primi temporary shop in Italia, poi la prima mostra, poi il negozio di Carol Christian Poell con la mia partner Grace Fisher, poi i concerti… E poi è successo il resto.

Tra i vari artisti ospitati, qual è quello di cui hai il ricordo migliore?
Credo David Tibet.

Motelsalieri durante l'esposizione "Docetica" di David Tibet
MOTELSALIERI durante l’esposizione “Docetica” di David Tibet.

Quando hai deciso di porre termine all’esperienza di MOTELSALIERI?
Erano i primi mesi del 2014 e i proprietari del locale non volevano adeguare l’affitto al mercato. Io praticamente vivevo in treno e avevo capito che la recessione non era affatto finita e che non aveva più senso impegnare tempo e risorse sulla vendita locale al dettaglio; la cosa che mi manca di più è avere un posto dove fare cose che nessuno vuole fare. Ma non è finita.

Quanto conta per te l’interazione fra musica, arti visive e moda? Sono piani che si possono separare, o sono sempre indissolubili?
La moda spesso si ispira all’arte, ma ha sempre vissuto un complesso di inferiorità nei suoi confronti; l’arte e la musica adorano la moda e spesso la sfruttano.

Arriviamo a questo punto a quella sfilata con David Tibet alla voce: ce la puoi raccontare?
Avevo già usato “illegalmente” una traccia dei Current 93 nella mia prima sfilata da indipendente, a Parigi nell’Espace Saint Martin; era il 2004. Dopo qualche hanno lo conobbi e organizzammo una sua mostra di suoi lavori a Roma. Da allora ci siamo continuati a scrivere e frequentare. Poi arrivò l’invito di Pitti Fondazione Discovery. E fu magico.

Vista la presenza di Tibet, immagino che i Current 93 siano il tuo gruppo preferito, o comunque quello che è stato in grado di aprirti diverse porte: è così?
Non credo possa dire sia stato il mio gruppo preferito, ma sicuramente hanno influenzato la mia vita, come d’altronde tutta la buona musica.

Altri musicisti che per sono stati, o sono tuttora, fondamentali?
Palace Music, Will Oldham, Bonnie “Prince” Billy.

Come sei riuscito a far suonare Jandek a Roma? Gli hai mai scritto per avere un suo disco?
Ero con Diego Manfreda – che mi ha seguito dal 2011 alla fine dell’esperienza MOTELSALIERI – a un dopo concerto dei Current 93 a Bologna e casualmente mi ero seduto vicino ad Alex Neilson. Era tempo che stavo cercando il modo di raggiungere Jandek e Alex Neilson era il suo batterista – e Richard Youngs il bassista- per le date europee. Quale migliore occasione? Mi disse che era un tipo all’antica e che quando doveva convocarli per una data in Europa spediva per posta una lettera scritta a penna! Alla fine mi diede un numero di telefono. Pochi giorni dopo provai a chiamare quel numero, ma come immaginavo nessuno rispose e lasciammo un messaggio in segreteria. Qualche tempo dopo – credo un mese – arrivò una mail intimidatoria firmata Corwood Industries, che ci chiedeva dove avessimo preso quel numero, cosa volessimo e ci intimava di non condividerlo con nessuno. Spiegammo che volevamo organizzare una mostra di foto delle sue cover e che ci sarebbe piaciuto ospitare un concerto di Jandek. Iniziò una corrispondenza di un anno, in terza persona e sempre firmata Corwood – e che gestì pazientemente Grace -, che cominciò con «Cercate degli lp su eBay, noi vi diamo l’autorizzazione a fare una mostra, ma il “rappresentante” della Corwood non potrà partecipare» e finì con una meravigliosa esposizione – la prima al mondo – di fotografie provenienti da negativi scrupolosamente recuperati da Starling – il suo vero nome.
Fu inaugurata con una performance matinée per sole 33 persone: luce naturale, chitarra e voce, no amplificazione, no foto e no video. Iniziato in un religioso silenzio per quasi 10 minuti di preparativi, a concerto finito mi disse «I tempi della segretezza sono conclusi» e per la prima volta nella sua vita tornò dal pubblico (Cliccate qui per vedere l’esizibizione di Jandek da MOTELSALIERI).

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Jandek

C’è una persona di Roma che ti piacerebbe vestire?
Ennio Morricone.

Il tuo scorcio preferito di Roma?
Le scalette in via de Capocci.

Un ristorante e un bar di Roma dove ti piace andare?
Da Alino, al Pastificio San Lorenzo.

Se potessi disegnare una collezione a quattro mani con chi la vorresti fare?
Un bravo giovane.

Il tuo capo preferito?
La giacca.

Il tuo stilista preferito?
Yojhi Yamamoto, tra quelli ancora in attività.

Come scegli la mattina cosa indossare e cosa di solito indossi per andare a lavoro?
Quello che avevo il giorno prima.

Cosa non dovrebbe mai indossare un uomo?
Una maschera.