Filippo Romano

Il Super fotografo che racconta le città per immagini

Scritto da Alessandro Morana il 14 marzo 2018
Aggiornato il 20 marzo 2018

Foto di Floriana Onidi

Luogo di residenza

Milano

Attività

Fotografo

Cosa vuol dire “raccontare gli spazi urbani e le città”? Beh, se cʼè qualcuno che può sicuramente spiegarlo, questo è sicuramente Filippo Romano, fotografo, docente e “narratore di spazi urbani”. La sua storia inizia a Urbino, dove studia grafica editoriale con Michele Provinciali e si appassiona alla fotografia, iniziando così ad avvicinarsi alle immagini di architettura e di paesaggio. Successivamente va in Francia, per poi trasferirsi negli Stati Uniti, dove studia fotografia allʼICP (International Center of Photography). Tra i suoi progetti più importanti troviamo: OFF China, con cui ha vinto il premio Pesaresi/Contrasto, Statale 106 Jonica, un viaggio attraverso cantieri, edifici abbandonati, costruzioni abusive e scorci del sud Italia, ma anche il racconto di un territorio che va oltre la retorica e gli stereotipi (esposto alla Biennale di Architettura 2010 ndr), e Nairobi. Vado a trovare Filippo in Triennale, è sabato e oggi lui tiene il workshop “Insider Milano, Raccontala tu”, il progetto di Super che vuole raccontare le città, le sue periferie e i suoi hinterland attraverso gli occhi dei partecipanti al workshop. Gli incontri di Filippo e dei suoi ragazzi si tengono nella cornice della mostra 999 Una collezione di domande sullʼabitare contemporaneo e i lavori finali degli alunni (dei quaderni con le loro “narrazioni visive”) andranno a far parte prima di questa mostra e poi della festa finale di Super.

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ZERO: Come nasce questa idea?
Filippo Romano:
L’idea di questo lavoro è quella di spingere le persone, anche non necessariamente dei fotografi, (fotografi tout court, perchè ormai tutti sono fotografi) a usare la fotografia per raccontare le città. L’idea, lontana da ogni forma di snobismo, è quella di veicolare certe idee e certe visioni che non sono quelle tradizionali, e soprattutto un’idea di fotografia che in un certo qual modo sospende il giudizio, lasciando spazio secondo me a un’osservazione più attenta. Credo che la fotografia sia più interessante quando pone delle domande che non quando dà delle risposte. Ormai questa è una cosa ovvia, però non possiamo non partire da lì. Penso sia interessante non partire con un giudizio perché in questo modo le persone raccontano molto di più, l’incertezza impone profondità di osservazione, e quindi una maggiore ricchezza narrativa. Essere dentro questa mostra che è un grande laboratorio è a maggior ragione interessante perché ci permetterà di usare lo spazio della Triennale – che comunque è uno spazio istituzionale – e poi di raccogliere queste “micronarrazioni” che hanno una scala (spero piccola ridotta) ma che mi fanno sempre pensare che è molto bello essere realmente radicali (nel senso di lavorare alla radice delle cose) per avere un’idea molto più complessa di quello che vuol dire periferia. Io devo essere sincero, per me la periferia è una scusa, mi interessa il racconto sulla città, non credo che il tema periferia possa essere contenuto nella retorica che ho sentito gran parte delle volte in questo periodo storico.

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Che poi ormai è quasi una moda parlare di periferie…
Sì, ho deciso di ribaltare un po’ le cose: non è che non vado e non fotografo, lo faccio, ma stimolo le persone a raccontare, sono una sorta di medium, di figura intermediaria tra la curiosità delle persone e la realizzazione di un progetto. Io ti propongo di fare una cosa e tu sai di avere questa curiosità, quindi qui c’è qualcuno che ti può ascoltare. Ti aiuto a sviluppare, sono un motivatore, ed è quello che penso in generale quando insegno fotografia, non può che essere quello.

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A proposito di motivare e insegnare fotografia (gli sventolo davanti uno dei quaderni appoggiati sul tavolo)
In questo momento su questo tavolo ci sono i quaderni degli studenti della NABA a cui ho chiesto di fare un micro progetto. Poi diventerà un lavoro più grande che dovranno realizzare nell’arco di un anno insieme a NABA sulle case di Metropolitana Milanese. Queste sono delle “micro esplorazioni” attorno a queste case dove ancora non siamo riusciti ad entrare perché la popolazione è anziana ed è molto chiusa, diciamo refrattaria alle incursioni dei giovani fotografi. Però pian piano ce la faremo, queste sono ancora le prime esperienze. Ed è interessante perché gli studenti NABA per la maggior parte non sono milanesi, quindi esplorano la città per la prima volta e direi che anche questo è un tema importante.

Stimolo le persone a raccontare, sono una sorta di medium, di figura intermediaria tra la curiosità delle persone e la realizzazione di un progetto

Poi c’è un mio quaderno con delle immagini raccolte a margine di esplorazioni e viaggi nella città fatte assieme a Super, il festival lento delle periferie(di cui faccio parte). Più che la documentazione dei tour sono immagini che da un passaggio all’altro ho in qualche modo raccolto e per me sono semplicemente delle immagini interessanti raccolte al di fuori dell’area 90-91 (la linea di bus circolare) che poi è il vero confine tra il centro e le periferie. Con me c’è Federica Verona, che da anni ormai lavora su immagini di persone nella città di Milano che sono molto forti e interessanti, proprio da street photographer. Infine c’è il quaderno che abbiamo davanti, quello di Chiara, una sociologa e antropologa, che ha raccontato i propri tour, raccogliendo e documentando sia fotograficamente sia con la scrittura quello che è stato fatto da Super in due anni.

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Che cos’è Super?
Super è una sorta di “macchina della scoperta” della città, fondata sull’ascolto delle persone che agiscono sul territorio, ed è un gruppo eterogeneo di persone di cui faccio parte anche io. Ci sono architetti, sociologi, persone che si occupano di teatro, di danza, etc etc. Quindi identità molto diverse e soprattutto curiose di capire veramente cos’è Milano, non per arrivare a una definizione ma soprattutto per cercare di dare una voce diversa a questo mondo che sta oltre la 90-91, un mondo ricchissimo. Ci sono realtà molto interessanti che lavorano tanto col proprio quartiere e che generano innovazione. Noi vorremmo metterle in relazione tra di loro e fare una sorta di festival (diciamo che è già iniziato). Un happening (forse è più forte come idea) con una serie di eventi che pian piano si stanno generando in seguito a queste esplorazioni intorno alla città di Milano per due anni.

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Diciamo quindi che oltre il confine della 90-91 c’è molto da vedere a Milano
Milano è una città ricchissima di energia da sempre. Il vero capolavoro della città sono le energie che portano quelli che arrivano da tutta Italia perché pensano che qui si possano fare delle cose! È la città in cui da uomo puoi diventare donna. Faccio questo esempio perché da ragazzo quando abitavo in centro (in Via Santa Marta) c’erano questi trans catanesi che arrivavano a Milano, la città che per loro rappresentava la liberazione. Questo è veramente interessante, non la solita storia di quello che fa i soldi (senza voler parlare per forza di Berlusconi, ma l’icona che si porta Milano dietro è questa). Chiunque a Milano può farcela, questo è il bello. Secondo me nello spazio fuori dal centro – che è molto chiuso, cristallizzato e totalmente dominato dalla cultura della moda – c’è ancora una Milano che esisteva prima nel centro e che semplicemente si è spostata. La “Città Intorno”, una definizione che ora anche Cariplo ha adottato per i suoi progetti. Vedi, io stesso non amo il termine periferia, preferisco chiamarla Città Intorno, perchè quella che abbiamo visto è una città parallela, non una città subordinata, è una città che ha saputo costruirsi dei suoi centri e delle sue dinamiche. È una città in cui c’è ancora spazio, mentre in centro non ne hai più, tranne se non sei uno del Qatar e compri dei palazzi interi.

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Non c’è il rischio che questo possa succedere anche in alcune zone periferiche?
Certo, ma è un problema del Real Estate che non riesce a cambiare cultura e mentalità, che mette in atto queste operazioni e poi alla prima crisi economica lascia un sacco di appartamenti invenduti e spazi vuoti. Abbiamo bisogno di un grosso salto culturale non tanto alle radici, come si dice, ma nella parte alta della pianta. Chi fa management, anziché romperci le p***** con i master negli USA farebbe meglio a imparare davvero dagli americani a essere davvero flessibile. Prendi la storia di EXPO: è un’idea vecchia di fare soldi. Se ci fosse una cultura della managerialità diversa questa città potrebbe davvero diventare europea: non dico che non lo sia, però ho come l’impressione che ci siano persone che pensano di stare ancora negli anni 80.

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Su molte cose secondo me ormai Milano invece non ha niente da invidiare alle altre capitali europee, come sui locali, i club, gli eventi. Quali sono le zone che ti piacciono di più o dove ti piace uscire?
Amo molto la zona in cui abito, Via Canonica – Paolo Sarpi, perchè è ancora quartiere. Ci ho messo un po’ ad amarla, anche perché ho vissuto quasi dieci anni fuori Milano, a Parigi e negli Stati Uniti a New York e San Francisco, città che tuttora amo molto.

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Immagino anche che avrai dei locali e dei drink preferiti
Sì, c’è la Librosteria che è il mio posto preferito, loro sono amici di vecchia data ed è un posto dove mi sento a casa. Lo gestisce un ragazzo che è un bravissimo venditore di libri usati, abbiamo progettato di fotografare le vecchie copertine anni 50/60 che ogni tanto gli capitano. Ma giusto per il piacere di farlo: l’altra sera ho comprato questo libro dell’Einaudi a 10,00 €, un libro minore di Melville, solo per questa magnifica copertina… (ridiamo) è bello riuscire a trovare nella città una cosa così minima, ma che ti dia l’impressione di non essere in un centro commerciale, che compri i libri in mezzo ai pomodori. Che poi ci sta eh, quest’estate ero in viaggio ed ero in “crisi di astinenza da musica”, sono andato al centro commerciale di Milazzo e lì ho trovato delle cose incredibili per caso tra i cd… quello che voglio dire è che in quel quartiere ancora ci sono certe scene, i bambini che giocano in piazza, è una cosa desueta ormai. In Via Cesariano c’è una piazza orribile, è un lastrone che copre un parcheggio, ma è interessante che le comunità lo abbiano colonizzato.

the street sellers project: a series of portraits of the street sellers in the slums of Nairobi here is Mr Mtuo Michel sells bras and female underwear in the slum of Mathare, he is 50 years old, he has 4 children and makes 300 shillings x day.
the street sellers project:
a series of portraits of the street sellers in the slums of Nairobi
here is Mr Mtuo Michel sells bras and female underwear in the slum of Mathare, he is 50 years old, he has 4 children and makes 300 shillings x day.

L’Africa dopo la Cina è la nuova frontiera del Real Estate e del costruire, è la nuova frontiera delle megalopoli – che già esistono – però lì si sta “giocando un’altra partita”

Il tuo drink preferito?
Ultimamente Spritz con Cynar

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C’è qualche progetto in particolare che hai in mente di fare a Milano?
In realtà su Milano non ho un vero e proprio progetto specifico, se non dei lavori commissionati. Ho lavorato e continuo a lavorare su Nairobi perché per una serie di motivi legati all’esperienza con una ONG sono andato per la prima volta lì nel 2011 e ho pensato di fare un racconto su una città, che forse alla fine è un racconto sulla città africana contemporanea in generale. Un’esperienza iniziale molto forte dentro un ghetto, che va visto non tanto come luogo dove stanno i poveri, ma come una transizione necessaria per chi entra nella dimensione urbana dal mondo rurale in una città africana. Quasi tutte le città africane hanno degli slam o dei ghetti, Nairobi poi ne ha due grandissimi: Mathare, quello su cui lavoro, e Kibera.

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Perché parli di città africana contemporanea?
Perché l’Africa dopo la Cina è la nuova frontiera del Real Estate e del costruire, è la nuova frontiera delle megalopoli – che già esistono – però lì si sta “giocando un’altra partita”. Nairobi in particolare è una città abbastanza unica, ha una complessità e una diversità tali che è molto interessante da raccontare. In ogni caso, tornando su Milano: qualcosa di mio e personale lo farò, diciamo che questa dimensione dei workshop, delle osservazioni e del lavoro fatto con Super sono un po’ il terreno preparatorio per un progetto sulla città…

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Quello su Nairobi come si concluderà? Hai in mente una pubblicazione?
In realtà vorrei fare più pubblicazioni, perché sono tanti temi diversi. Mi piacerebbe fare dei “quaderni”, forse per mia natura prediligo le piccole pubblicazioni al grande libro, perché hanno un margine di azione diverso e di fruibilità diverso. Vorrei costruire una “biblioteca infinita” sulla città di Nairobi. Mi piace questa idea delle biblioteche o delle collane che non si concludono e penso che nell’incompletezza ci sia una ricchezza anziché una mancanza. Pone un limite alla presunzione alla fotografia – che apparentemente controlla e include le cose, ma in realtà non lo fa – e da voce all’aspetto più interessante della fotografia: l’ossessività del fotografo. Per dare vera complessità all’attività di chi fa fotografie bisognerebbe sempre concentrarsi sul soggetto. Non penso che l’estetica non sia importante, ma è talmente estetizzante la fotografia oggi che se non separiamo le due cose alla fine finiremo per annoiarci con delle fantastiche e bellissime fotografie. Io continuo a parlare di fotografia, mentre in parecchi ormai parlano di “artista fotografo”. Questa strana creatura che qualcuno dice morta, io dico che è ancora viva, lì, pulsante e che sfugge da tutte le parti. Quindi sì, mi piace essere un fotografo prima di tutto…

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C’era già Berengo Gardin che diceva…
No aspetta, sono milioni di kilometri distante da lui e dal suo perfezionismo. Non vorrei mai essere come Berengo Gardin. Lo rispetto profondamente, ma è di un’altra generazione, penso di avere altre inquietudini e altre problematiche. Dal mio punto di vista lui è un Cartier Bresson italiano. Lo stesso Cartier Bresson andrebbe riletto, perché quasi tutti i fotografi contemporanei lo odiano, ma più che sulla fotografia bisognerebbe ragionare sulle strutture delle sue fotografie, rileggerle in chiave contemporanea. Tutti amano Eggleston che dice di sé stesso: “Io sono il Cartier Bresson a colori”: chiaramente non fa la stessa fotografia, ma fa un ragionamento sulla fotografia di CB. Ecco, quello che manca nei fotografi che facilmente imitano i linguaggi, è proprio quello di fare dei ragionamenti sul linguaggio stesso. Questa mi sembra una cosa molto interessante. In generale, è proprio questa mancanza di spirito critico che leggo nella marea infinita di festival che la cultura fotografica italiana continua a produrre, o nella moda del self publishing, o delle tante nuove case editrici.

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Il rifiuto di Cartier Bresson è un po’ un mantra. Voglio dire: o parli di progettualità e concettuale oppure…
Sì, ma spesso chi parla di concettuale non sa neanche esattamente cosa stia considerando.

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Non è che si sta un po’ abusando di questo termine?
Sì, è una parola abusata. Mi interessa molto di più Lewis Baltz. I suoi scritti sono interessanti, mi fanno pensare e ragionare, lui di solito giocava a spiazzare. Bisogna imparare a spiazzare e a spiazzarsi per sentirsi vivi, perché il problema di una fotografia troppo estetizzante è che di piacere si muore. Poi sono un po’ stufo, ho come l’impressione che questo esercito di fotografi produca immagini che sono ovviamente autoriflettenti, ma forse lo sono troppo. Parlano solo di sé stessi… a me quello che interessa della fotografia è l’entrare in un intreccio di relazioni in una comunità ed essere parte di un sapere che è anche “altro”. Mi piace molto collaborare con le figure professionali come l’architetto, l’urbanista, l’antropologo o chi per lui, e se proprio non c’è mi immagino che ci sia. Mi faccio trascinare dalla curiosità, una curiosità esplicita che va al di là di fare delle buone fotografie.

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Uno dei motivi per cui mi piace fare questo workshop con queste persone è che non sono dei veri fotografi, hanno semplicemente un desiderio di fare delle foto per raccontare qualcosa che li circonda. Hanno bisogno di fare una foto proprio perché vogliono farla. Sembra una cosa elementare, ma in realtà è molto bella. È bello che ci sia un elemento che non controlli. Perché la fotografia non la controlli: la messa a fuoco, il controllo del particolare sono le nevrosi dei perfettini. Il fondamentale e magnifico film di Antonioni è su questo: il fotografo più figo del mondo che fotografa le modelle a un certo punto fotografa un parco e non ha capito che addirittura c’è un morto in quel cespuglio. Questo mette in dubbio il fatto che ci sia un controllo sulla realtà, ed è molto bello.

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La fotografia non la controlli: la messa a fuoco, il controllo del particolare sono le nevrosi dei perfettini

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