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ICARO: vignaioli imprudenti dai Castelli Romani

A due anni dal primo imbottigliamento, vi portiamo alla scoperta dei vini realizzati da Rocco, Fabio, Gianmarco e Luca, e del movimento enologico in fermento a pochi chilometri da Roma

Scritto da Nicola Gerundino il 7 febbraio 2023
Aggiornato il 8 febbraio 2023

Luogo di residenza

Roma

Attività

Vigniaioli

Chissà se si è finalmente giunti a una svolta e le generazioni degli anni Zero, invece di continuare a mitizzare fughe e nuove vite costruite attorno al benedetto chiringuito sulla spiaggia, volgeranno il loro sguardo alla campagna che fortunatamente ancora abbraccia le città, nonostante palazzi e palazzinari ogni giorno cerchino di strapparne un pezzettino. Rocco, Fabio, Gianmarco e Luca a loro modo questo “salto” lo hanno fatto, dedicandosi a un’arte tanto antica quanto affascinante – e faticosa, non bisogna mai dimenticarlo. Quella del vino. No a birrette e caipirinhe servite in infradito, sì a stivali in gomma, cesoie e cassette dove raccogliere i frutti della vendemmia. E sì anche alla riscoperta di un territorio bello e ricchissimo da un punto di vista enogastronomico (e non solo) come quello dei Castelli Romani, il cui volto si sta rinnovando anche grazie a una serie di nuove e giovani cantine. A due anni esatti (o quasi) dal primo imbottigliamento, vi portiamo alla scoperta dei vini firmati ICARO, della loro cantina a Genzano e della vigna trentennale di Paola ed Egidio nei pressi di Velletri da cui provengono le loro uve.

 

Due anni fa sono uscite le prime bottiglie di ICARO, ma, anche se indirettamente, la vostra storia inizia molto tempo prima e parte dalla vigna da cui provengono le uve che utilizzate.

Sì, la “nostra” vigna in realtà non è nostra. È di Paola ed Egidio, che l’hanno impiantata trent’anni fa e curata come noi non sapremmo mai fare da soli. O forse non ancora. La vigna si trova a Velletri, vicino al monumento naturale di Torrecchia Vecchia. Un posto incredibile, tra querce secolari, alberi da frutta e una vista romantica sul mare e il monte Circeo in lontananza. Trent’anni fa hanno convertito la vigna al biologico e nel tempo hanno impiantato nuovi filari (Nero Buono, con potatura a guyot).

Cosa avete pensato quando l'avete vista per la prima volta?

Erano almeno due anni che giravamo per le vigne dei Castelli – una Rocco e Gianmarco l’hanno anche presa in gestione per un po’, facendo un vino super – ma appena abbiamo visto questa ce ne siamo innamorati all’istante. Una volta conosciuta Paola abbiamo poi preso la decisione: ICARO avrebbero messo qui le sue radici.

Quando avete parlato del vostro progetto a Egidio e Paola come hanno reagito e cosa vi hanno detto?

Il feeling è stato reciproco, avevamo la stessa visione. Paola è una “contadina illuminata”, ama la sua terra, i suoi animali e chiunque li rispetti. Per noi ICARO è anche un patto intergenerazionale, un progetto collettivo. Supportiamo il lavoro dei contadini che resistono e portano avanti un’agricoltura naturale e realmente sostenibile senza compromessi e senza cedere un millimetro della loro terra. Impariamo tutto quello che possiamo da loro e un giorno, se andrà bene, ne tramanderemo il sapere e la saggezza. Intanto abbiamo iniziato a dar voce a tutto il loro lavoro tramite il nostro vino.

Voi invece perché avete deciso di avviare un'attività enologica?

Senza dubbio la base è stata una grande passione comune per il vino naturale. La forte amicizia che ci lega ci ha dato poi il coraggio di rischiare con un progetto che all’inizio ci sembrava bellissimo, ma anche folle. Però valeva la pena rischiare. E l’abbiamo fatto.

La vigna di ICARO si trova a Velletri e la cantina a Genzano, entrambe nel pieno dei Castelli, territorio che tuttora suscita ancora qualche diffidenza quando si parla di vino. Per prima cosa vi chiedo che rapporto avevate con questa zona prima di ICARO.

Noi siamo Romani 100% (tranne Luca). Come per molti romani, anche per noi i Castelli erano legati all’evasione domenicale, al ristorante, alla fraschetta e al lago d’estate. Punto. Poi, proprio attraverso il vino e alcuni produttori della zona, l’evasione si è trasformata in un rapporto più serio. Abbiamo approfondito. Studiato. Conosciuto le persone e i luoghi. Abbiamo scoperto un mondo. Terre meravigliose, estremamente vocate alla vigna eppure senza voce. Da qui anche lo stupore per un tesoro vicinissimo a Roma, ma un po’ snobbato e valorizzato solo parzialmente.

Cosa avete imparato di questo territorio in questi anni di lavoro?

A rallentare. Ad essere meno complessi e più completi.

Ci sono altre cantine nella zona che vi piacciono particolarmente?

Colicchio, vero e proprio fratello, che ci ha aiutato molto. Colleformica e le sue bollicine. Ribelà, che ha dato gran voce ai Castelli, e ovviamente La Torretta. Ora anche Liane, conosciuti da poco ma molto interessanti. I Castelli hanno bisogno di un movimento. Tutti noi lo sappiamo e siamo qui per questo.

Quali sono le potenzialità ancora inespresse dei Castelli?

A frenare c’è solo l’assenza di un vero e proprio marketing territoriale e una strategia regionale. Se i Castelli fossero in Toscana, in Piemonte o in Trentino, la storia sarebbe diversa. Le potenzialità sono enormi, ma prima bisogna cambiare la mentalità. È una zona che ha tutto: terra, cultura, tradizione e la vicinanza di un mercato enorme come Roma. Ma i romani sono i primi a doversene rendere conto. Per questo siamo molto concentrati su Roma.

Tornando a ICARO, che uve si trovano nel vostro vigneto e che vini restituiscono?

Come uve bianche abbiamo Trebbiano e le Malvasie, che la fanno da padrone nella nostra vigna come ai Castelli in generale. I vini che se ne ricavano sono di grande freschezza, immediatezza, di buona acidità e pronta beva. Ci sono poi due piccoli tesori sui quali stiamo lavorando e sperimentando. Il Nero Buono autoctono della zona tra Velletri e Cori (uva rossa), e il Bellone, sempre un uvaggio antico autoctono dei Castelli (bianco), ancora da valorizzare al 100%. Bellone e soprattutto Nero Buono sono generalmente poco o per niente utilizzati e apprezzati. Praticamente sono sconosciuti fuori dal Lazio. Per noi sono un po’ il simbolo di una possibile rinascita.

La scelta del naturale è stata immediata?

Immediata. Necessaria. Unica via percorribile.

Com'è andata la prima vendemmia?

È stata rocambolesca, incredibilmente faticosa, ma divertentissima e appassionante. Abbiamo avuto tantissimi amici con noi che ci hanno supportato e dato coraggio e fiducia. Venivamo da un mese (agosto) in cui siamo stati chiusi in cantina con temperature vulcaniche a spaccare letteralmente a martellate il pavimento per i primi lavori. Abbiamo finito giusto in tempo per settembre. Il primo vino (il Nemico) è stato sin dal primo anno una bomba. Al primo assaggio non ci credevamo! Ci ha dato una grande carica.

Qual è stata la prima bottiglia che avete messo sul mercato?

Siamo partiti con una sorta di crowdfunding nel 2019, “vendendo” in anticipo il vino per finanziare l’inizio del progetto. Amici, ristoratori romani, appassionati. Non avevamo soldi, ma, fortunatamente, una grande rete sociale intorno. È stato un primo grande acquisto collettivo di cento folli che ci hanno dato retta.

Quali etichette avete in commercio ora?

Nemico – Bianco Vulcanico (Trebbiano e Malvasia in vetroresina); Operaio – Rosso Popolare (Nero Buono, Trebbiano e Malvasia in vetroresina); Anforgettable – Bianco in Anfora (Trebbiano e Malvasia); Schicchera – Rosato (Nero Buono, Trebbiano e Malvasia in macerazione carbonica). Prossimamente arriverà Friccica, la nostra prima bollicina ancestrale di Bellone e Malvasia, rifermentata in bottiglia.

Chi sceglie i nomi dei vini e chi invece disegna le etichette?

Il logo ci è stato disegnato da un caro amico. Le etichette e i nomi li disegna Fabio, ma li scegliamo tutti insieme.

A proposito, come nasce e cosa significa il nome ICARO?

ICARO lo ha proposto Fabio ed è stato subito accolto positivamente da tutti. Ha ovviamente un doppio significato. Da una parte è la nostra lettura del mito: il giovane che è disposto a rischiare tutto pur di raggiungere il proprio sogno, il sole. Non importa come sia andata a finire, l’attitudine era quella giusta: il rischio per la bellezza. Dall’altro è l’acronimo de “I CAstelli ROmani”. Il nostro sogno è quello di far vivere a questa terra un rinascimento attraverso il vino naturale. E di divertirci tremendamente nel farlo. Per adesso questa seconda parte (divertirci) ci riesce da dio. Sulla prima dobbiamo lavorare.

ICARO è legato da vicino a Vetro, una piccola enoteca che ha aperto da un annetto circa a Prati. Approfitto di questo collegamento per farvi qualche domanda su Roma, riprendendo anche degli spunti che avete dato qualche risposta fa. Come si beve a Roma? Qual è la qualità media dell'offerta, dal vostro punto di vista?

Sì, Vetro è l’enoteca di Gianmarco. E da Vetro, come in tanti altri locali ed enoteche, c’è un’offerta pazzesca, superiore alla maggior parte delle città italiane. Ma non è tanto l’offerta secondo noi a fare la differenza (entro certi limiti). È l’approccio. Sempre di più.

Cosa significa avere lo sbocco commerciale di una città come Roma per voi produttori? Senza il mercato di Roma a pochi chilometri avreste comunque avviato un'attività vinicola?

Roma per noi è un punto di riferimento culturale (nel bene e nel male) prima ancora che commerciale. Il mercato è ricco e pieno di sbocchi, non è un problema quello. Il nostro obiettivo però è quello di svegliare le coscienze sulla bellezza, ricchezza e il potenziale dei vini dei Castelli. A volte ci imbattiamo in realtà che hanno delle carte dei vini pazzesche senza l’ombra di un vino Laziale. Com’è possibile?

Così come per la birra artigianale e i cocktail, anche attorno al vino naturale si è creato un immaginario "giovane" e, passatemi il termine, “rock'n'roll”. Che ne pensate? C'è il rischio che diventi una moda e che la moda vada a scapito del prodotto?

C’è sicuramente questo rischio. Come per tutte le cose. Però non è assolutamente un motivo valido per chiudersi. Ogni ettaro in più di vigna che viene impiantato o convertito al naturale è una cosa bella, preziosa e sostenibile. Soprattutto perché c’è un grande ritorno generazionale all’agricoltura. Partiamo da questo che è un bene. Poi ci sarà tutto il tempo per imparare e migliorare.

Egidio e Paola ci vanno su Instagram? Loro che ne pensano?

Non pensiamo ci vadano! È gente seria quella. [ridono, nda]

A proposito di social, ho visto che ICARO ha anche un geniale profilo Tinder. Siete stati matchati qualche volta!?

Sì, ma mai quanto vorremmo!

Con il vino naturale si rimorchia?

Forse gli altri ci riescono!

Oltre al vino, quali sono le vostre passioni?

La musica, il sole, la montagna, i cani.

Per i primi cinque anni di ICARO cosa farete?

L’obiettivo è quello di trovare terra su cui mettere radici solide. Comprare una vigna tutta nostra, lavorare sempre a stretto contatto con gli altri contadini e vignaioli dei Castelli. Imparare, fare un vino spaziale e continuare a divertirci.