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Il culo è mio e decido io

Da ballo a strumento di riappropriazione del proprio corpo e di rivendicazione politica: abbiamo parlato di twerk e liberazione con Giulia D'Andrea, fondatrice di Twerk Movement e co-fondatrice del festival Risonanze - Tracce & Movimenti dalla Diaspora Africana

Scritto da Nicola Gerundino il 17 giugno 2026
Aggiornato il 30 giugno 2026

Del rapporto tra rivendicazione politica, ballo e musica dai bassi importanti, in questi ultimi anni se n’è parlato parecchio. A dir la verità, in senso quasi univoco, riconducendo tutto a rave, techno e clubbing. Un bouquet decisamente bianco e occidentale. È possibile spostare la discussione su altri ritmi, altri continenti e altre forme di ballo? È possibile, allo stesso tempo, liberare questo piano di alterità da una serie di stereotipi e preconcetti aggressivi e sessualizanti? È possibile porre sullo stesso piano una lezione di twerk e i classici sessanta minuti stesi su un lettino da psicoterapeuta; un freestyle con il racconto di un sogno o una nevrosi? A quanto pare sì, perché questo è quello che succede durante gli incontri di Twerk Movement, comunità fondata e alimentata da Giulia D’Andrea a Roma (passando per Milano). Twerk Movement fa base alla Palestra Popolare del Quarticciolo e da lì si riversa nella città, a volte in altri circoli e centri sociali, altre in strada, durante cortei e parade. Come l’ultimo 8 marzo, quando Twerk Movement ha partecipato alla tradizionale manifestazione cittadina promossa da Non Una Di Meno con una performance di ballo introdotta da uno striscione eloquente: “Il culo è mio è decido io”. Riappropriarsi del corpo, degli spazi, rivendicare la sessualità e la libertà di tutte e tutti: a partire dal bacino si può fare questo e altro. Ecco come.

 

Quando hai avuto il tuo primo incontro non tanto con il twerking, ma proprio con il ballo?

Innanzitutto vorrei ringraziare Jenita Allen, insegnante di danza e antropologa di origini caraibiche, che ha contribuito a formarmi e a condividere tutto quello che so sulla materia, grazie soprattutto a lei che il progetto è nato e le sarò riconoscente a vita. Allora, diciamo che sono figlia di artisti: mia madre è un’ex ballerina e mio padre si occupa di, quindi l’arte e il movimento li ho sempre avuti dentro, fin da ragazzina. Mi ricordo che creavo coreografie invece di studiare matematica, storia o geografia – e infatti si vede! È una passione innata. Sono sempre stata affascinata anche dal mondo afrodiscendente e da tutte le sonorità a esso legate: sia perché me le aveva trasmesse mio padre con la musica e l’arte, sia perché erano una mezzo per “andare contro” lo schema rigido della danza contemporanea da cui proveniva mia madre. Ecco, se dobbiamo fare uno scavo psicologico, è andata esattamente così. Alla fine quindi non ho mai studiato danza in modo accademico, ma l’ho sempre praticata per divertirmi. Ho seguito da piccola corsi di jazz e hip-hop, poi, quando mi sono trasferita a Milano a diciotto anni, mi sono concentrata sul mondo del reggaeton, di Porto Rico, della dancehall e dell’afrobeat, e ho capito che volevo sperimentare e vivere una danza legata a quegli stili.

A Milano hai seguito dei corsi?

Sì, anche se il più delle volte mi hanno affaticata, perché mi hanno sempre portato ad assorbire logiche performanti: c’è chi è più bravo e chi meno, c’è il movimento giusto e quello sbagliato, l’outfit giusto e quello sbagliato, il corpo giusto e quello sbagliato giusto, etc. Una rigidità che mi ha portato a chiedermi se si potesse vivere il movimento in un altro modo, sperimentare il twerk come un’espressione libera, in modo più amatoriale, proprio come si faceva alle origini, in mezzo alla strada.

Non c'erano situazioni o luoghi che ti permettevano di andare oltre questa rigidità?

Io ho provato sempre una grande passione per le discoteche, non per l’istituzione in sé, ma perché lì potevo ballare quella musica. Però anche lì c’erano grandi contraddizioni: la musica e la danza mi piacevano, ma non il contesto o l’approccio. Mi dicevo: “Cavolo, questa cosa è potentissima, ma si può ballare in mezzo alla strada come fanno i caraibici? Si può ballare col culo scoperto senza che gli uomini ci provino per forza, leggendo in quel movimento un consenso automatico ad avvicinarsi? Si può fare questa esperienza in modo diverso?” Non avevo risposte. Nelle dancehall dei centri sociali l’ambiente era un po’ più morbido e fluido, ma percepivo comunque una certa inibizione da parte mia. Poi, a un certo punto, un’insegnante di seconda generazione ha iniziato a insegnare twerk a Milano. Essendo una persona che stimavo molto, mi ha avvicinato a questo mondo che invece prima un po’ disdegnavo, perché ne avevo assorbito la volgarizzazione e la sessualizzazione.  .In passato mi era già capitato di affacciarmi ad una classe di twerk, ma non era andata bene, ho sentito molte rigidità tra cui la richiesta di indossare un perizoma o pantaloncini molto corti per partecipare alla lezione, un dress code quindi imposto.  Possono essere indumenti che danno una grande forma di libertà, ma io li vivevo come una costrizione.

Secondo te da dove nascono e perché si accettano queste rigidità?

Non ne ho idea. Forse per una forma di  conformità, forse perché si vede e si studia meglio il movimento, facilitando l’insegnante. Secondo me – e questo è un pensiero più scomodo – nelle lezioni di danza generalmente si tende ad assorbire il mainstream del dress code. Se pensi all’hip-hop ti immagini i pantaloni larghi. C’è un’iconografia molto forte. Io cerco sempre di inserire libertà nelle lezioni: ti puoi vestire come vuoi, dal perizoma  – perché anche quella è una forma di libertà – alla tuta, fino al costume. L’importante è che ti senti comunque una “strafregna” o uno “strafregno”. Quando mi sono affacciata su questo mondo grazie a i corsi delle mie insegnanti, ho deciso di prendere la parte che mi risuonava di più buona e scartare il resto. Mi sono detta: “Ok, questi movimenti mi piacciono, ci riesco, mi sbloccano delle cose,  mi fanno sentire libera e in contatto con la parte più viscerale del mio carattere, ho un buon movimento di bacino e non mi sento cretina”. Dall’altra parte, però, non mi piaceva dovermi mettere per forza un certo pantaloncino al saggio, cosa che vivevo come una forzatura, o dover sempre dare spiegazioni ogni volta che dicevo di frequentare un corso di twerk canonico, con tutte le pesantezze che questa cosa si porta dietro.

Come sei passata all'insegnamento?

A Milano mi ero trasferita per lavorare nella comunicazione, in agenzia. E negli anni ho somatizzato tantissimo il lavoro. Non dormivo la notte e lo stress si trasformava in allergie e disturbi vari. A un certo punto il mio corpo mi ha detto “stop”: a ventisette anni mi si è paralizzata la faccia, anche se per pochissimo tempo, circa cinque minuti. Stavamo preparando una campagna per Durex in una grande agenzia pubblicitaria e non dormivamo da tre settimane. E non era un non dormire per fare festa, ma per l’ansia e il magone del dover “salvare vite”. Mi si è paralizzata la faccia e, nonostante questo, sono andata comunque alla riunione, spostando la bocca un po’ più a destra o a sinistra per farti capire il mio livello di stacanovismo. Da lì ho detto basta e mi sono licenziata. Ho iniziato a fare lavori a caso: babysitter, ragazza immagine, pr, guardarobiera: qualsiasi cosa. In realtà non guadagnavo nulla perché erano lavori in posti assurdi fuori Milano e spendevo più di quanto incassassi e arrivavo sempre sfinita a fine giornata. Ho vissuto una grandissima crisi. Mi dicevo: “Ho sempre fatto la pubblicitaria nella vita, sono brava nella creatività, che faccio ora? Mi metto a fare la freelance? Cosa mi piace fare davvero? Chi sono?”. Ero arrivata a un punto in cui non riuscivo nemmeno a capire che gusto di gelato volessi: un blackout totale. Mi sono detta di ripartire dalle basi, non dalle cose “fighe” come fare l’art director. Volevo capire chi fossi, cosa sentissi, ripartendo proprio dalla terra, dai piedi, per capire cosa mi importasse veramente. Tutte queste riflessioni sono coincise con l’incontro con il twerk: mi sono resa conto che mi veniva bene, mi piaceva, mi aiutava e che il bacino custodiva molti traumi vissuti personalmente e, una volta sbloccato, mi ha fatto stare molto meglio. Anche nella sfera sessuale ho avuto molti blocchi legati all’iper-performance: il bacino raccoglie tantissime di queste cose. Ho deciso che volevo comunicare tutto questo, ma non nel modo in cui l’avevo vissuto fino ad allora. Volevo prendere questa pratica e usarla per la riappropriazione del corpo, per una rivalidazione e un esercizio di non giudizio all’interno di una comunità, proprio come se fosse una seduta di meditazione.  Una pratica che non avevo visto fino ad allora. Ci ho provato, e dopo quattro anni la risposta è sì, funziona. La creatività consiste anche nello spostare una cosa e inserirla in un altro ambito: io ho unito il twerk con una dimensione terapeutica. Da questa unione è nato Twerk Movement. È nato a Milano, ma poi mi sono trasferita quasi subito a Roma: è successo tutto insieme.

Dove hai iniziato a insegnare qui a Roma?

Alla Palestra Popolare del Quarticciolo. All’inizio lo facevo a casa, poi un’amica che faceva politica lì mi disse: “Giulia, guarda che questa è una cosa grande, non è solo una semplice lezione di twerk “. Mi ha sicuramente spronata a trasmettere questa riappropriazione del corpo anche ad altre persone e ho iniziato a farlo grazie a una specie di “inganno”: l’invito è “vieni a muovere il culo”, poi però faremo anche terapia attraverso il corpo, quindi molto probabilmente ne uscirai con le lacrime agli occhi. Da lì ho iniziato un percorso di formazione con insegnanti afrodiscendenti a cui ho chiesto un parere. Ho seguito molti corsi con insegnanti cubane, di Trinidad e del West Africa, a Roma, a Milano, a Barcellona e anche online. In seguito ho frequentato seminari di movimento somatico, danza-terapia e discipline simili. C’è tutto un aspetto di beneficio terapeutico che da una lettura superficiale non traspare, ma se vieni a lezione o agli eventi di Twerk Movement è più chiaro.

Poi hai aggiunto anche una parte prettamente politica.

Sì, perché ci sono molti concetti politici alla base. Twerk Movement cos’è? È un movimento innanzitutto, e già la parola implica un’azione, una scelta: muoversi insieme verso una direzione. Questa direzione è la consapevolezza, l’intimità, il mettersi a nudo al di là del costume. Il movimento è esplorazione della propria identità, del proprio orientamento e della propria sessualità all’interno di un gruppo che non giudica. Non a caso a Roma Est il progetto funziona, mentre a Roma Nord ha più difficoltà. Le persone lì sono meno educate all’idea di collettività e non conformità. Negli incontri facciamo twerk, cerchi di parola, meditazione dinamica, movimento-terapia, esercizi con l’arte e contaminazioni di movimento danza-teatro. Lavoriamo sullo sblocco del bacino e sulla riappropriazione del corpo a beneficio dell’autostima. Lo facciamo togliendoci ogni maschera e giudizio, che è difficilissimo. Pensa solo a quanto possa essere complesso fare una camminata davanti a uno specchio. Ci vuole un grande coraggio e tanto lavoro di non giudizio nel ridicolazzarsi. Spesso la richiesta è semplicemente: “Gioca con il tuo corpo, senza prenderti troppo sul serio, cammina o balla come se fossi Beyoncé, Tupac, Eminem o chi vuoi tu”. Chiedere di giocare con il proprio corpo e con la propria sessualità sembra una cosa fuori di testa. Significa uscire dagli schemi della codifica standard rispetto al concetto di desiderabilità, dell’essere sexy  – donna sensuale, con i tacchi, uomo con gli addominali, etc. –  per capire come connettersi con i propri sensi. Capire cosa ti piace e quale movimento vuoi fare per esprimerlo al meglio. È politico per questo, perché tocca tematiche femministe e transfemministe: capire chi sei, cosa vuoi e riconoscere che vali e hai gli stessi diritti degli altri.

Nel momento in cui indaghi te stesso, indaghi la tua identità. E l'identità può essere molteplice, non codificata: può essere qualsiasi cosa, anche qualcosa che magari ancora non sai.

Esatto. E tornando al mondo dei “fiori e degli unicorni”, noi citiamo spesso bell hooks, che  mi piace particolarmente. Parliamo di un atto d’amore, verso se stessi e verso gli altri che ne beneficiano, ma non inteso come mi voglio per forza bene. Piuttosto il concetto è quello di avvicinarsi a un’altra persona perché ci si accetta attraversando tutte le emozioni, anche quelle negative.

In generale, pensi che ritrovarsi a ballare insieme possa avere una funzione politica?

Totalmente. Anche solo occupare e prendersi lo spazio, insieme, non sentendosi soli/e. In più c’è la musica, che ha energia e risonanza.

Del twerk - e di tanti altri balli - invece da noi è arrivata quasi solo la dimensione del "rimorchio", se così vogliamo chiamarla.

Secondo me all’80% sì. è arrivato tanto questo. Nelle dancehall dei centri sociali un po’ meno e nei contesti separatisti ovviamente no, anzi, il contrario. Ma non voglio essere costretta a frequentare solo questo tipo di spazi, dovermi nascondere in una bolla per potermi esprimere liberamente. Nelle discoteche tradizionali non ce l’abbiamo fatta a cambiare le cose. Anche per questo insieme a una mia amica antropologa, Beatrice Tura, organizzo Risonanze, un festival sulle tracce e i movimenti dalla diaspora africana, cercando di spiegare i trend di cui ci appropriamo, facendoli spiegare da chi li vive in prima persona e abbracciando la complessità dell’appropriazione culturale. Invitiamo persone caraibiche e sudamericane proprio per parlare di questo e dare loro una restituzione. L’anno scorso a Roma, all’Esc a San Lorenzo, abbiamo per esempio ospitato i Musicologos, dei ragazzi dominicani che organizzano i kitipo per strada, con delle macchine dotate di impianti enormi. Li abbiamo invitati già due volte e ogni volta ci dicono: “Ma siete stupidi ad andare in discoteca e pagare per ballare? Il ballo è per strada!”. Vedere persone che a San Lorenzo ballano la soca – una musica delle Barbados e di Trinidad – quando di solito sono abituate solo alla techno, per me è una vittoria: non perché io sia la portavoce di qualcosa, ma perché stiamo portando in strada – o comunque in un centro sociale, che è la cosa che più si avvicina al marciapiede – un modo diverso di vivere la festa e la musica

Come si fa a rimanere al di qua della linea della sessualizzazione ?

Secondo me il twerk bisogna provarlo, capirne la complessità e conoscerne le origini, sapere che questo movimento ha una storia. Bisogna educare l’occhio di chi lo guarda, non di chi lo fa; bisogna capire che il sedere ce l’hanno tutti – grande, piccolo, duro o meno – e che dietro quel movimento non c’è sempre la ricerca di un’approvazione esterna o la voglia irrefrenabile di aumentare il proprio grado di desiderabilità o, nel peggiore dei cas, un consenso ad essere toccate. È un invito rivolto a tutti a sbloccarsi a divertirsi, a non prendersi sul serio e a usare il corpo anche per fini non performativi. Durante le manifestazioni la nostra call to action è: “Alziamoci tutti e tutte e occupiamo le strade con il movimento”, perché è un modo per sentirsi parte di un tutto. Nelle manifestazioni si liberano endorfine e dopamina e ti senti collegato a miliardi di sconosciuti e sconosciute. Il movimento accomuna le persone da sempre. Sentirsi parte di un tutto attraverso il corpo è diverso dal farlo in modo puramente intellettuale con i discorsi, che sono giustissimi, ma sono diversi dall’ esperienza fisica. Per me è fondamentale comunicare che queste classi sono aperte a tutte le persone. È difficile coinvolgere gli uomini cis etero per esempio, ma quando è successo c’è stata sempre una grandissima sorpresa e un’ottima restituzione. Forse per loro il twerk non è il mezzo giusto e funziona meglio la techno o qualcos’altro, ma voglio trovare il modo perché lo ritengo importante. Nel mio approccio cerco di muovermi sia a livello politico transfemminista che antirazzista. Mostro spesso immagini e video delle mie insegnanti che spiegano cos’è il twerk, perché io sono comunque una donna bianca: per quanto possa averlo capito e per quanto loro mi abbiano dato il “lasciapassare” dicendomi che la mia è appreciation (valorizzazione) e non appropriation (appropriazione), quando faccio eventi pubblici lascio che a spiegare da dove viene il twerk siano altre persone. In origine il twerk era principalmente un movimento sacro; poi con la diaspora è diventato altro, ma alla base è sempre stato uno strumento di appropriazione dello spazio, di comunicazione e di rivendicazione, esattamente come il voguing o l’hip-hop. Solo che qui c’è un grande sedere di mezzo. E noi siamo terribilmente spaventati dalla sicurezza e dalla consapevolezza di una persona che dice: “Ho un culo, lo muovo e sto bene così”.

Praticamente le parole con cui siete scese in piazza lo scorso 8 marzo: "Il culo è mio e decido io", che riprendevano un vecchio slogano femminista degli anni Settanta.

Esatto! Era una provocazione!

Qualcuno se l'è presa?

No, per adesso no. Essere presenti nei contesti politici ( manifestazioni e simili ) significa condividere la pratica con i valori e col significato con la quale è nata, così che le persone possano capirla. Vera Gheno spiega molto bene questo concetto: siamo spaventati da quello che non riusciamo a comprendere.

Ci sono luoghi e situazioni, a cominciare da Roma, in cui questa dimensione del ballo "libero", non necessariamente sessualizzato, è quella principale?

Sì, ci sono. Sono, a mio parere, piccole bolle, con persone queer che hanno già fatto un percorso di decostruzione. Ovviamente a questi eventi partecipa anche una percentuale di gente esterna. Questo è l’enigma della terza o quarta ondata del femminismo: dobbiamo escludere i maschi cis etero o educarli? Separarsi mi sembra una sconfitta, anche se la comprendo. Sia chiaro: io frequento quelle “bolle”, le adoro e ci ho anche lavorato,mi piacerebbe però anche creare un mio spazio in cui queste comunicazioni siano complesse e aperte a tutti: alla fine il lavoro di cura gratuito lo facciamo comunque, che ci paghino almeno!

Parlando sempre di Roma, oltre al Quarticciolo, hai provato a insegnare altrove?

Sì, insegno anche al Pigneto in un circolo Arci, Fivizzano 27, e a San Lorenzo, poi ho azzardato accettando delle richieste che venivano da Roma Nord in alcune scuole di danza, ma, come dicevo, non ha funzionato. Lì non si è formato un gruppo solido e per me ha poco senso lavorare con persone singole, perché è il gruppo che ti dà l’energia e il senso di comunità. Alla fine il progetto funziona a Roma Est e Roma Sud, con persone più disposte a mettersi in gioco, a decostruirsi e ad accettare l’idea di collettivo anziché voler superare l’altro/a. Questo per me è fondamentale. Io cerco di pormi non come un’insegnante, ma come una facilitatrice, proprio perché non vorrei sentirmi su un piedistallo. Con le persone che orbitano attorno al progetto siamo diventate molto amiche, l’ambiente è informale. L’obiettivo è divertirsi, non alienarsi dal proprio corpo, ma ricordarsi di averne uno e stare in uno spazio sicuro.

Ci sono delle resistenze tra chi partecipa ai corsi? Persone che alla fine non riescono a connettersi con se stesse o con il gruppo?

Sì, ci sono persone che se ne vanno quasi subito perché si aspettano una lezione di twerk canonica e non reggono il resto. O anche perché non piaccio o altri motivi ancora. Se la tua amica ti dice “Andiamo a ballare” e poi ti ritrovi bendata a lavorare sulle tue emozioni più profonde che possono sfociare in un piantino, te ne vai dicendo: “Io ho pagato per un’altra cosa”. Twerk Movement può essere visto anche come un tranello, come ti dicevo prima: “Venite, venite! Volete ballare e rimorchiare? Sì, sì…”. E poi invece finisce che si piange, perché dai traumi e dalle emozioni non si scappa. Questa cosa l’ho sviluppata piano piano e mi piacerebbe tantissimo aprirla anche al mondo maschile, devo solo capire come. È stato un grande tranello che ha funzionato, perché ho conquistato la fiducia delle persone che si sono affidate e hanno accettato l’idea di scavare a fondo. Se l’avessi presentata fin dall’inizio come tale, sarebbe stata tutt’altra cosa. Quindi sì, c’è gente che se n’è andata, ma io sono sempre contenta quando succede,  perché significa che non c’è stata nessuna costrizione. Al tempo stesso, ci sono persone che all’inizio non riuscivano nemmeno a partecipare a un freestyle e adesso ballano per tre minuti all’interno del cerchio e questo mi rende felicissima. Ci sono anche persone che, pur avendo raggiunto il loro obiettivo, rimangono perché ormai quel gruppo è diventato una famiglia.

Come in ogni percorso terapeutico, immagino che anche per Twerk Movement ci siano fasi e tappe.

Sì, i progressi li vedo direttamente, ma, a parte i miei occhi, ci sono molte restituzioni e i messaggi di chi partecipa o ha partecipato, con molti ringraziamenti. Persone che vengono a lezione per non pensare alle difficoltà lavorative, personali, che si rispecchiano nei valori del progetto, che riescono a sciogliersi, a focalizzarsi su loro stesse. Persone che adesso riescono a capirsi meglio, a non sforzarsi, ad essere coraggiose, a buttarsi, a fregarsene del proprio giudizio o quello degli altri. Persone che non riuscivano a seguire un corso in palestra o qualsiasi cosa implicasse un esposizione del corpo, adesso sono assidue frequentatrici.

E questo succede a causa del timore di incontrare un pubblico o per una difficoltà più profonda, relativa all'incontro con se stessi?

La seconda credo: l’incontro con il proprio corpo e con la propria immagine e tutto lo storico che si porta dietro. Anche per via dell’aspettativa legata alla performance e ai canoni di bellezza, al dover migliorare il proprio fisico. Una volta una persona mi ha scritto un messaggio dicendomi: “Guarda, ho consultato diverse psicologhe e psichiatre che mi hanno suggerito di fare esercizio fisico perché a livello chimico libera endorfine e può funzionare. Non ci sono mai riuscita per via dei miei blocchi, ma grazie a Twerk Movement ho trovato uno spazio in cui potermi ricordare di avere un corpo”. Questo è il punto.  In uno degli ultimi incontri abbiamo fatto un esercizio di movimento somatico in cui si ragionava sul rapporto che ognuna ha con il proprio corpo, che non deve essere per forza d’amore. Io non sono d’accordo con il “positivismo tossico”, con il doversi amare a tutti i costi. Deve esserci la libertà di potersi anche detestare, accettando questo stato senza sensi di colpa. Ovviamente bisogna lottare contro il perfezionismo e contro le icone, che non esistono, ma senza esagerare e finire nell’estremo opposto. Comunque, dopo aver fatto quell’esercizio, una ragazza mi si è avvicinata e mi ha detto: “Bellissimo, non mi sono sentita sola. Tanto tempo fa ho rinnegato il mio corpo tagliandomi i capelli a zero, perché non mi piacevo e mi odiavo. Grazie a questo percorso ho capito che posso vivere quella condizione senza essere giudicata, ma posso anche diventare altro, e infatti ora me li sto rifacendo crescere”.

Le persone come arrivano a frequentare Twerk Movent, specialmente quelle più "fragili"?

Tramite passaparola al 90%. Amiche di amiche, o conoscenti di persone che hanno frequentato il corso. C’è già una linea di fiducia di base che le fa avvicinare. Le primissime invece sono arrivate dall’universo, a caso, non saprei dire come! All’inizio avevo provato a fare delle inserzioni sponsorizzate, ma il passaparola resta la via principale.

Ecco, questo mi dà lo spunto per parlare dei social e del rapporto che Twerk Movement ha con loro.

Venendo dal mondo pubblicitario, all’inizio ho avuto grandi problemi di perfezionismo legati a questo progetto: se pubblicavo una foto doveva essere perfetta. Poi ho capito che questa dinamica mi creava un immobilismo totale, così ho detto “Vaffanculo, chi se ne frega”. Ho messo da parte la mia vecchia vita professionale e ho iniziato a pubblicare in modo spontaneo, anche perché non c’era budget. Il profilo è super amatoriale, con immagini sgranate, ma va bene così. Anche perché ricevo sempre molti feedback positivi. Chi guarda il profilo dice: “Si vede che vi state divertendo, che è spontaneo”. Questo è l’importante. All’inizio ho avuto grandi problemi legati all’esporre il corpo. Tutti i primi video e  reel mostravano solo piedi, gomiti o ginocchia. Poi sono detta: “Facciamo vedere anche il corpo, altrimenti sto andando nella direzione opposta, rendendo il sedere e il corpo un tabù, e noi non vogliamo questo”. Ho lavorato sul contesto, mostrandolo in modo naturale e spontaneo. Non facciamo vedere solo il sedere o il twerk, ma mostriamo i sorrisi, i cerchi di condivisione e gli esercizi di meditazione. In questo modo il messaggio arriva pulito. I social funzionano anche per le ricerche: molte persone cercano “Twerk Roma” e il mio profilo appare subito. Non ci sto molto dietro alle pubblicazioni, va avanti da solo. Riguardo alla privacy, chiedo sempre il consenso prima di riprendere qualcuno.

Come vedi relazionarsi le singole persone ai social e come vedi i social influenzare la percezione del proprio corpo? Non so se prima, dopo o durante gli incontri c'è la tendenza a riprendersi e a condividere.

Ci sono state persone molte attente alla propria immagine mediatica. La cosa interessante è che col tempo la maggior parte si sono lasciate andare dicendo frasi del tipo: “Chi se ne frega se ho i capelli sporchi e mi sento brutta, questa coreografia spacca, mi viene bene e quindi va bene se mi pubblichi”. Il percorso emotivo e comportamentale ridimensione l’ossessione per la perfezione nei social.

Dal tuo punto di vista i social rappresentano una barriera per l'accettazione di sé?

Sì, assolutamente. Molte persone si comparano sempre ad altre, credono che nei post e nelle storie ci sia la ricetta per il raggiungimento della felicità, ma credo sia proprio il contrario, io stessa quando sono serena mi scordo proprio di pubblicare su Instagram o di espormi a livello mediatico ( progetto apparte) . Alcune ragazze hanno hanno paura che il proprio lavoro possa essere compromesso, ad esempio chi fa l’insegnante. Per questo motivo molte ragazze si coprono il viso durante le performance pubbliche: hanno paura delle riprese e della diffusione mediatica. Io non mi nascondo, anche se nella vita insegno Arte e Immagine nelle scuole e ci sono stati casi, ad esempio negli Stati Uniti, di insegnanti di twerk che sono state licenziate o escluse dal lavoro scolastico. Sono fiera di metterci la faccia durante le performance, ma lascio sempre alle altre la libertà di scegliere.

Il coprirsi il volto è solo legato all'esposizione mediatica o ci sono anche altri motivi?

Se non ci fosse la diffusione mediatica non ci sarebbero problemi. Quando il materiale resta a uso interno la stragrande maggioranza delle persone non si coprono. Però c’è anche chi non riesce proprio a guardarsi nei video interni perché non si piace, non ama come muove il corpo o le proprie espressioni facciali. Anche su questo aspetto si nota un’evoluzione graduale. Strada facendo, e grazie anche alle performance, subentra il concetto latino di “corpus”,  di corpo collettivo. Si passa dal pensare “Non mi piaccio e sono venuta male” al sentire che “Tutte insieme siamo state potenti”. È un’evoluzione molto interessante. Anche io ero vittima di questo perfezionismo, poi ho visto che il progetto funzionava lo stesso, anzi, funzionava meglio. Il fatto che io stessa possa avere due chili in più e non abbia il corpo di una bodybuilder penso possa aiutare chi frequenta le lezioni a identificarsi. Per questo mi propongo come facilitatrice e non come maestra: per cercare di azzerare le distanze. Alle ragazze dico sempre: “Se dico una cazzata fatemelo notare, e se un passaggio della coreografia non funziona ripensiamolo insieme”. Con molte di loro siamo diventate amiche, quindi non voglio quel tipo di ruolo distaccato, anche se so che un minimo di autorità serve per guidare il gruppo.

Ci sono gli specchi nelle palestre dove vi ritrovate? Se sì, sono funzionali a qualcosa?

Sì, gli specchi ci sono quasi sempre. Per un freestyle o determinati movimenti l’assenza dello specchio è disorientante, anche se ti vincola allo schema del “bello vs brutto, corretto vs sbagliato”. Ho visto grandi evoluzioni grazie allo specchio e per me è funzionale affinché possa guardare tutto il gruppo contemporaneamente. Al tempo stesso facciamo molti esercizi senza, per capire la differenza. Ad esempio, faccio fare un freestyle davanti allo specchio, uno senza e uno singolarmente con gli occhi bendati. Davanti allo specchio il movimento è più performativo e meno libero. Senza specchio i movimenti sono più brevi, perché mancano i punti di riferimento in genere. Il freestyle singolo con le bende, invece, diventa un altro movimento ancora, completamente diverso, simile alla tecnica dei “cinque ritmi” e del movimento libero. Ultimamente ha iniziato a frequentare i corsi una famiglia di donne provenienti dal Perù: nonna, mamma e figlie. La nonna parla solo spagnolo ed è stupendo guardarla, perché nel momento del freestyle ballano cumbia e salsa con un sorriso a trecento denti: c’è solo da imparare! e reggaeton.

La musica durante le lezioni sei tu a sceglierla?

Ho studiato musica e ho suonato il pianoforte per sette/otto anni, quindi ho una mia musicalità, pur non avendo fatto il conservatorio. Quindi sì, principalmente sono canzoni che vengono dall’afrobeats, dalla dancehall, dalla soca, dalla bounce, dal funk brasiliano, dal reggaeton, e fanno parte dei miei ascolti quotidiani. C’è solo una cosa che dovrei fare e non riesco a fare sempre, lo ammetto: il controllo dei testi delle canzoni. Nonostante il mio lavoro, sono a volte politicamente scorretta, e ogni tanto prendo degli sfondoni incredibili, ma ci sto lavorando!