Il lavoro del TPO nel quartiere Porto: intervista a Flavia Tommasini

quartiere Porto

Scritto da Salvatore Papa il 27 luglio 2020
Aggiornato il 30 luglio 2020

TPO / Ya Basta

Flavia ci aveva già raccontato la storia del TPO, dalle occupazioni al nuovo centro sociale riconosciuto dalle istituzioni pubbliche. Un luogo importantissimo per la città, ma soprattutto per il quartiere Porto, con i propri servizi sociali e culturali aperti alla cittadinanza e alle fasce più svantaggiate.

 

Ciao Flavia, ci racconti in cosa consistono le attività nel quartiere Porto del TPO?

Il TPO è in via Casarini dal 2007 e fin da subito abbiamo cercato di strutturare un rapporto reciproco con il quartiere. Non è stato semplice e neanche immediato. All’inizio ci siamo scontrati anche con la diffidenza rispetto alla nostra identità e alle pratiche di auto-organizzazione che ci distinguono. Negli anni, accanto a servizi come lo Sportello Migranti, la Scuola d’Italiano e successivamente la Polisportiva, lo Sportello Lavoro e il Doposcuola si sono sviluppati dei rapporti di reciproco scambio. I nostri servizi sono molto accessibili e con il tempo abbiamo seguito pratiche per permessi di soggiorno, aiutato a imparare l’italiano, lavorato con le ragazze e i ragazzi in situazioni di fragilità, portandoli a fare percorsi sportivi con i progetti legati all’Under 18 e da ultimo fornendo la possibilità due volte a settimana di avere un aiuto scolastico gratuito. La maggior parte di questi servizi sono svolti da volontar* e coinvolgono l’Associazione Ya Basta e la Polisportiva Hic Sunt Leones. La Polisportiva, oltre che nel Quartiere Porto, lavora anche al Navile, dove ci sono i campi di calcio e rugby del Centro Sportivo Pizzoli nella zona della Pescarola. Lavoriamo a stretto contatto con le ragazze e i ragazzi, le loro famiglie, alcune Scuole e i servizi dei rispettivi Quartieri. Durante il periodo del lockdown siamo partiti proprio da queste relazioni per mappare la situazione economica, sociale e sanitaria della zona e abbiamo strutturato un crowdfunding che ci ha permesso di attivare le Brigate di Mutuo Soccorso. Un progetto che coinvolge volontar*, famiglie, residenti in modo molteplice. Alla raccolta alimentare hanno partecipato in tante e tanti, portando materiali direttamente al TPO. Poi ci sono stati i commercianti e i supermercati della zona che hanno donato e ci hanno permesso di avere dei presidi settimanali per raccogliere alimenti nei loro negozi. C’è stata la fase di coinvolgimento di nuovi volontari per la distribuzione e l’organizzazione. Abbiamo fatto una ricognizione del quartiere tramite le persone che conoscevamo per capire che esigenze ci fossero, dalla perdita del lavoro alle difficolta di accesso agli ammortizzatori sociali, dal problema dei dispositivi tecnologici per fare le le lezioni on-line, fino al coinvolgimento di chi veniva aiutato nel venire con noi ad aiutare altre persone. Finora abbiamo raggiunto una quarantina di famiglie e l’impegno continua nell’idea di partire dalla solidarietà per costruire una comunità di persone che provano a prendersi cura l’uno dell’altro. Stiamo sperimentando e dalla scorsa settimana, tutti i giovedì riapriremo lo spazio come un centro di socialità di quartiere, ma anche come luogo in cui le persone possano sentirsi libere di venire, cercare e dare conforto in questa situazione mondiale piuttosto drammatica e con probabilmente una crisi economica senza precedenti da affrontare e che vogliamo fare partendo dal basso e dall’auto-organizzazione.

Quali sono le caratteristiche principali del tessuto sociale con cui vi confrontate?

È una parte di città con molte differenze. Porta Lame-Zanardi è una zona fortemente residenziale, un po’ dormitorio e con un alta popolazione di anziani che hanno acquistato le case dalla Cooperativa Risanamento. Il Quadrilatero Scalo-Malvasia è formato da molti palazzoni Acer in cui vivono famiglie assegnatarie di case popolari. C’è una forte presenza di migranti, molte seconde generazioni, famiglie numerose e parecchi problemi di micro-criminalità, integrazione, violenza domestica, abbandono scolastico. Alcune case furono poi assegnate a persone con fragilità psichiatriche, perché fino a poco tempo fa in via dello Scalo aveva sede il Centro Salute Mentale. In più denuncerei che da anni le case soffrono di una terribile incuria da parte di Acer e di una riqualificazione mai fatta. Se vai lì vedi che il verde pubblico è completamente abbandonato da anni, che ci sono problemi di infestazione, che c’è un assenza totale di manutenzione minima nei palazzi e nelle aree comuni. Negli ultimi anni i progetti di riqualificazione sono stati fatti, ma ancora non si vede nessun risultato tangibile.

E in generale, come la descriveresti l’anima del quartiere?

È una Bologna della periferia anche se è a ridosso del centro. Un’anima frastagliata, di grandi chiaro-scuri. Come dicevo vi è l’anima più residenziale che ha una vita molto ritirata, frequenta i bar della zona e gioca molto ai videopoker, anche se al Centro Anziani Porto la domenica il ballo liscio non manca mai. Dall’altra parte ci sono le case popolari del quadrilatero dove la socialità avviene ancora in strada, con tutti i pro e i contro della situazione. È un ambiente complesso, dove i nodi sociali, dell’integrazione, delle povertà emergono in modo evidente e rude, con uno spaccato umano importante e per niente pacificato.

Oltre a voi, chi lavora con il quartiere nella zona e che tipo di collaborazioni avete in questo senso?

In via dello Scalo da qualche anno lavora Piazza Grande, che con Condominio Scalo ha aperto un percorso di cohousing per persone senza dimora, tra cui persone Lgbt, neo-maggiorenni, coppie, persone dimesse dal carcere, anziani, in quella che era la sede del CSM. C’è la Biblioteca Borges, che come tutte le biblioteche di quartiere fa un grande lavoro culturale e sociale. Ci sono le Cucine Popolari che ci hanno aiutato con la raccolta viveri per le Brigate di Mutuo Soccorso. C’è il Meno Uno Lab che è una sala prove, studio di registrazione con cui ci sentiamo spesso in questo periodo, per capire come affrontare i problemi che hanno la produzione musicale e culturale in questo periodo pandemico.

Tu da quant’è che abiti nei dintorni e com’è la tua giornata tipo nel quartiere?

Sono residente nel Quartiere Porto dal 2012, in questo strano pezzettino che si snoda lungo la via Emilia e che sfuma verso Santa Viola e Borgo Panigale. Un angolo di città che ha l’Ospedale Maggiore che s’impone da una parte, lo Stadio e la Certosa dall’altro e San Luca che svetta sullo sfondo. Non posso dire di avere una giornata tipo, perché spesso sono al TPO, oppure rientro tardi la notte. Vivo il quartiere su fusi orari un po’ strani per questo ringrazio dell’esistenza di luoghi come il truck delle piadine aperto tutta la notte sotto all’Ospedale, Al Mi Furner con il sorriso di Leo e degli altri regaz che mi vedono sempre rientrare dopo le serate e mi rimpinzano di comfort food. Da donna che rientra sola la notte è sempre un conforto essere accompagnata sulla strada di casa da luoghi familiari, dove di può sempre trovare riparo. La stessa cosa direi dei bar sotto casa, con le bariste cinesi che si preoccupano sempre che io sia tornata tardissimo il sabato sera e mi tengono da parte un cornetto la domenica mattina.

Anche qui tutto cambia molto velocemente. Ci sono dei cambiamenti che stanno impattando più di altri?

Ve ne sono tanti che non saprei da dove partire. Il progetto attorno allo Scalo ferroviario del Ravone, con migliaia e migliaia di metri quadri di capannoni industriali, alcuni che ancora devono essere bonificati dall’amianto e che è talmente vasto da arrivare all’Ospedale Maggiore e oltre. Ci sono i Prati di Caprara, con la grande partita aperta su cosa diverranno nei prossimi anni: speculazione edilizia e commerciale o un Bosco Urbano come vorremmo noi residenti? Quello che colpisce della zona è l’estrema vastità dell’area con il Ravone e i Prati di Caprara che sono collegati. Penso spesso a una lettura del territorio come una grande macroarea cittadina che parte dal Forno del Mambo e dalla Cineteca, che scende verso via Casarini, con il TPO e Dumbo collegati attraverso il Ravone e il bosco urbano dei Prati di Caprara fino all’Opificio Golinelli e il Mast. Pensa che cambiamento sarebbe? Invece si parla già di speculazione edilizia, hotel, centri commerciali e distretti della moda. Per non parlare della Cierrebi, davanti alla Certosa a due passi da casa mia, con i suoi impianti sportivi, compresa una piscina all’aperto, che sembrava destinata a diventare l’ennesimo ipermercato. È un quartiere che sta già conducendo le sue lotte per garantire un futuro sostenibile e degno ai suoi abitanti e credo che nel prossimo futuro ci sarà da combattere per non perdere le grandi risorse che ci potrebbero essere per la comunità.

Quali sono i tuoi luoghi preferiti del quartiere?

Sul lato Zanardi-Casarini ti citerei la super pizza napoletana de La Praja con i ragazzi che staccano dal lavoro e passano a bere una birra al TPO. Michele e la sua edicola che adesso non c’è più ma è diventata un negozio edicola con bar-tabacchi annesso su via Casarini, con lui ormai da quattordici anni ragioniamo sui pregi e difetti del quartiere. Il negozietto paki in via Malvasia che abbiamo un po’ raziato durante il lockdown perché al TPO non avevamo birre. Abbiamo anche le sfogline, con il laboratorio Voglia di sfoglia, i loro tortellini fatti a mano una volta sono volati con me sino a Londra. Tomassone (All for Music) di cui mi vanto sempre con i musicisti che passano, per avere a due passi da casa un negozio di strumenti musicali così prestigioso. Dalla parte dell’Ospedale Maggiore dove ho casa, segnalo la piadineria Sensazioni, dove madre e figlio fanno delle piade e dei cassoni di tutto rispetto. Amo molto nei giorni liberi, sedermi al chiosco nel Parco del Velodromo, che è un piccolo lembo di verde con i giochi per i bimbi e i campi da basket. Faccio colazione, leggo con calma i giornali con il sottofondo meticcio delle voci del quartiere, ragazze e ragazzi di tutti i colori, mamme, figli, nonne di tutte le lingue: è il mio rifugio “diversamente conforme”.

E i simboli?

Il primo che mi viene in mente sono le Officine Grandi Riparazioni e i 300 operai morti che l’amianto si è portato via dal 1908 a oggi, morti che purtroppo non sono ancora finite. Lì c’è un simbolo importante di una storia che si tende a rimuovere, ma a cui non posso far a meno di pensare tutti giorni, cioè ogni volta che ci passo davanti. La bonifica dell’amianto è ancora in corso, tutta l’area dello Scalo del Ravone è un luogo che dovrebbe essere immaginato con il pensiero di queste vite perse drammaticamente in un luogo di produzione.

C’è una storia del quartiere alla quale sei affezionata?

Ce ne sono tante ed eviterei di partire dal 1300 e dalla pietra che ricorda il Rapimento della Secchia nella grande contesa dell’epoca tra Modena e Bologna…anche se è una storia affascinante! Però vorrei citare l’occupazione del Ferro Hotel Scalo Internazionale migranti che sorgeva dove adesso c’è Dumbo in via Casarini 23. Un’occupazione abitativa con alcune comunità di Rom che, nata nel 2002 è stata un’esperienza importante e ha portato molte famiglie a fare un percorso di rivendicazione di cittadinanza. Citerei l’occupazione del Bestial Market negli anni ’90 in Via dello Scalo. Ma forse quella che più mi affascina è la storia dei “Topi Grigi” che ho sentito raccontare direttamente dagli anziani del quartiere e che risale agli Anni Trenta del Novecento. Con questo nome dispregiativo venivano chiamati gli abitanti delle case popolari del Quadrilatero, costruite in epoca fascista per i profughi della Prima Guerra Mondiale che vivevano in condizioni di miseria, occupando alcune baraccopoli alla Casaralta. Padre Marella in persona si spese per loro e costruirono queste case che sono ancora lì. A volte passeggio per il quartiere, guardo il murales di Hitnes realizzato da Frontier che raffigura proprio dei topi, e penso che questa zona e i suoi abitanti meriterebbero finalmente un vero riscatto.