Louis De Belle

Una mostra da Mega e un libro, Forms of Formalism N3

Foto di Tassili Calatrone

Scritto da Lucia Tozzi il 27 giugno 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Ormai la Germania è una suburbia di Milano, è un grande bacino dove le nostre menti migliori vanno a respirare aria diversa, a pescare tra le correnti che si intrecciano, a nutrire relazioni, a divertirsi per poi riportare negli spazi indipendenti nuovi materiali e nuove energie. Louis De Belle (più prosaicamente all’origine Luigi Di Bella) è partito architetto per il Bauhaus di Weimar, ha coltivato la passione per i fotografi e il medium fotografico, ha cominciato a progettare una sequenza di volumi che mettevano insieme i due campi, Forms of Formalism, e ora, con il terzo, apre una mostra da MEGA insieme a Nicolò Ornaghi di Raumplan e Delfino Sisto Legnani.

Che editore è Lucia? come sei entrato in contatto? Come li hai convinti a sviluppare questo progetto?
LUCIA è una casa editrice legata all’università Bauhaus di Weimar. Prende il nome da Lucia Moholy (moglie di László Moholy-Nagy), figura intellettuale dei primi anni della Bauhaus. Sono entrato in contatto con loro durante i miei studi… Forms of Formalism era nato come punto d’incontro tra fotografi e studenti di architettura. All’inizio il format era più locale, o comunque prettamente legato all’ambito accademico. Poi — anche grazie alla distribuzione più larga di Motto Books Berlin — si è allargato verso un ambito più internazionale.
I libri di Forms of Formalism hanno un formato veramente tascabile, il che ne semplifica molti aspetti: produzione, distribuzione e tutto sommato anche fruizione. Per una casa editrice indipendente, non è poi così male!

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Odi l’informe?
‘Informe’ o ‘formale’ possono assumere entrambi significati opposti. Difficile odiarli o amarli… tra i due ritengo che il formalismo sia un terreno fertile da cui partire: lo si può associare a una composizione o disamina estetica, dove forma e metodo privilegiano il mezzo rispetto a contesto e contenuto, ma si può anche intendere come elemento fondante di qualsiasi disciplina progettuale.

Con che criteri selezioni i tre fotografi ogni volta?
Dopo il buon feedback sul primo libro, abbiamo deciso di proseguire e di estendere il raggio di ricerca. Solitamente prediligo il lavoro di fotografi che seguo da tempo o con cui sono in contatto. Cerco un approccio in sintonia con il tema dei nostri libri ma che prescinda da qualsiasi aspetto legato ad attualità o trend. In Forms of Formalism N3, ad esempio, ci sono tre fotografi molto diversi tra loro: Bas Princen viene dalla grande fotografia legata ad architettura e paesaggio, Mishka Henner utilizza immagini satellitari e si avvicina più all’appropriation art, mentre Guyon è un neolaureato dell’ECAL di Losanna che ha creato un lavoro fotografico più plastico legato al concetto di “esattamento” tecnlogico. Tre lavori che possono esser letti concentricamente: dalle cartografie, attraverso l’architettura fino a dettagli tecnologici.

Mishka Henner
Mishka Henner

Mi resta ancora più misterioso il legame che unisce i fotografi ai tre testi (anche perchè il tedesco mi è oscuro) e i tre testi tra di loro, nel caso del 3 che ho in mano:: perché i Parasite che presentano il loro progetto al MAXXI e Berthan Hughes su NTZ e Kotti a Berlino ?
Forms of Formalism separa nettamente immagini e testi. È una decisione drastica ma trovo che permetta al lettore di concentrarsi su ciascun capitolo in modo più assoluto. I testi, quindi, non vengono redatti in funzione delle immagini e vice versa. Gli autori sono al corrente degli altri contributi, ma ciascuno deve creare un contenuto consultabile indipendentemente. Un mero formalismo, insomma. Nel N3 ci sono i testi di Moritz Ahlert, dottorando in cartografie virtuali all’università di Amburgo che racconta il legame tra mappe e forma partendo dalla geopolitica di Google, passando dai piani di sicurezza militare, fino ad arrivare ad Airbnb o addirittura Tinder. I Parasite, conosciuti attraverso amici comuni, che prendono spunto dal loro progetto inaugurato pochi giorni fa al MAXXI di Roma per arrivare a un’idea di architettura digitale. E infine Bethan Hughes, ricercatrice all’università di Leeds, che accompagna il lettore nel crocevia di Kottbusser Tor a Berlino, alternando cenni storici a una prosa sensoriale.
Nota: la versione inglese del primo testo è disponibile su forms-of-formalism.com/eng

Quando ti sei mosso a Berlino? mi racconti tutto quello che fai?
Vivo a Berlino da 5 anni. Inizialmente è stata una scelta legata all’idea di vivere in una città di cui conoscevo ben poco, specie la lingua. Da poco ho concluso un Master all’Università Bauhaus di Weimar e nel frattempo ho intrapreso un percorso legato alla fotografia che mi ha portato a sviluppare progetti più rigorosi, come Forms of Formalism, o più insoliti e personali. Tra gli ultimi c’è Failed Dioramas, un lavoro su una collezione di tassidermia abbandonata che ho esposto al Teatro di Anatomia Animale della Humboldt Universität di Berlino (accompagnato da una pubblicazione con LUCIA) e Besides Faith, un reportage sulla più grande fiera di abbigliamento ecclesiastico e paramenti liturgici, che è stato pubblicato da varie testate internazionali, dal Washington Post a Libèration.

Bas Princen
Bas Princen

Delfino sisto lo conosci da sempre o vi siete legati a seguito del campo comune sospeso tra
architettura e fotografia?

Tutt’e due! Nella fattispecie ci siamo incontrati da MEGA poco prima che aprisse. Mi ha mostrato lo spazio e raccontato delle intenzioni al di fuori dal circuito prettamente galleristico. Così, anche assieme a Nicolò Ornaghi (di Raumplan Studio), abbiamo deciso di curare assieme una mostra satellitare in occasione della pubblicazione del terzo libro di Forms of Formalism.

Come elabori la tensione tra questi due campi?
Alterno curiosità e maniacalità. Ma tento di evitare il più possibile di definirmi un fotografo (o di definirmi in generale!), benché molte delle cose fatte negli ultimi anni siano decisamente legate a quest’ambito.

Chi sono in Italia e all’estero i tuoi simili (fotografi-architetti) che senti più affini a te? o che
ti piacciono di più?

Sicuramente tra i fotografi che abbiamo pubblicato in Forms of Formalism nutro una grande passione per il lavoro di Daniel Everett, Bert Danckaert, Julian Faulhaber e Bas Princen. Seguo anche fotografi più legati al mondo dell’arte, come Taryn Simon, Roe Ethridge o Philipp Llorca di Corcia. Tutto ciò senza nominare i grandi maestri (Scuola di Dusseldorf, New Topographics, etc.).

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Tornerai? trovi che Milano sia più interessante o più stupida da quando sei partito?
Sono nato a Milano, e credo che prima o poi tornerò. La trovo sicuramente più interessante di quando l’ho lasciata. Si parla spesso di come sia migliorata e con entusiasmo. Anche se così non fosse, c’è un effetto placebo a cui mi concedo volentieri.

Dove vai quando sei qua? (bere, ballare, mostre, librerie, mangiare)
Sono abbastanza consuetudinario… nelle ultime settimane ho trascorso diverse colazioni da Otto e sere al Circolo dei Reduci e Combattenti a due passi da lì. Qualche volta alle Cristallerie in Bovisa o alle Fonderie Milanesi. Più raramente nei folcloristici Picchio o Bar Basso (è ortodosso citarli assieme?). Recentemente ho apprezzato molto il progetto Riviera all’Istituto Svizzero. In generale anche se torno per brevi periodi tento di fare un salto all’Hangar Bicocca, al PAC e da
MiCamera, credo una delle migliori librerie di fotografia in città. Per la notte: Zagor.

Quali spazi indipendenti ti interessano di più oltre Mega?
Clima, Tile Project Space, Armada, The Workbench… ogni volta che torno ne scopro uno!