Louis De Belle – 2

In occasione della mostra da Bruno a Venezia del 1° dicembre e del libro Disappearing Objects, un'indagine sull'illusionismo

Luogo di residenza

Milano

Attività

Fotografo

Scritto da Lucia Tozzi il 30 novembre 2018

Avevamo già intervistato Louis De Belle un paio di anni fa, in occasione di una mostra da Mega, e da allora lo abbiamo seguito nelle sue collaborazioni con i Raumplan e nelle altre mostre e pubblicazioni personali. Ora ha appena pubblicato un libro rosa, Disappearing Objects, per i tipi di bruno a Venezia, e sempre da loro inaugura una mostra (1° dicembre) delle foto seminascoste all’interno delle pagine del libro. Come sempre nel suo lavoro è complicato ricostruire il senso di quello che si vede: i curiosi oggetti, simili a tristi protesi, o a gadget sessuali anni cinquanta per persone particolarmente perverse, stagliati su uno sfondo astratto e neutro, sono strumenti da prestigiatori. La fascinazione che Louis De Belle ha provato nei loro confronti è comprensibile, mentre meno facile è indovinare la complessità della ricerca che ha dovuto compiere per trovarli, acquistarli, e capirne l’uso: avvolti nel mistero, reperibili solo in strani negozi noti solo a una comunità – quella di maghi e prestigiatori – che certamente non gradisce rivelare a nessuno i propri trucchi.

 

 

Perché un libro così rosa – copertina, testo, oggetti?

Il rosa è il leitmotiv della serie. Gli strumenti dei prestigiatori che ho selezionato hanno una colorazione che tende a replicare il tono della pelle umana – uno dei grandi crucci nella postproduzione della fotografia commerciale. In realtà, il rosa della copertina e del testo differiscono da quello degli oggetti. È un rosa idealizzato, soprannominato “rosa quarzo”, nonché un colore molto legato alla moda (basti pensare ad Acne). Gli oggetti hanno un aspetto insolito, a tratti repulsivo. Mi piaceva quindi dare al libro un aspetto più seducente, quasi “fetish”. Da qui anche la scelta della carta interna (lucida da un lato, opaca dall’altro) e della stampigliatura del titolo in oro rosato.

Il titolo che hai scelto, Disappearing Objects, ha una corrispondenza precisa con tutti i livelli di lettura del libro: gli oggetti oggetto del racconto di Hruska spariscono nel senso che sono improvvisamente altro, irriconoscibili dalla protagonista, le foto sono nascoste al primo sguardo del lettore, gli oggetti rappresentati nelle foto, strumenti per maghi e prestigiatori, sono fatti per non essere visti, e in un altro senso stanno scomparendo perché il loro mercato è sempre più evanescente. Ci puoi raccontare come hai progettato questa stratificazione di senso?

La scelta del titolo, così come la stesura del testo di Hruska e le decisioni di confezionamento del libro, sono il frutto di una progettazione durata quasi due anni. Avevo chiaro in mente che la serie dovesse diventare un libro, ma non riuscivo a trovarne la forma adatta. Tempo dopo aver raccolto e fotografato gli oggetti, ho conosciuto gli editori Giacomo e Andrea di bruno. La loro dedizione e dovizia in termini di progettazione ha permesso al libro di prendere la forma giusta, senza scendere a compromessi. Sono stati loro a convincermi che serviva un racconto immaginario, per accompagnare il lettore in un’esperienza esplorativa.
A prima vista, il libro si presenta come un classico breve racconto. In realtà, ogni pagina è rilegata in modo da celare sotto al testo un’immagine. Le fotografie quindi si possono solo sbirciare, proprio come verrebbe da fare con la valigetta di un prestigiatore. Il titolo richiama il Disappearing Object Phenomenon (detto anche DOP – proprio come Director of Photography), che in qualche modo avviene alla protagonista della storia, ma può essere letto anche come “oggetti per sparizioni” – ossia una descrizione didascalica degli strumenti fotografati.

Come ti è venuto in mente di occuparti di questi device magici, se è lecito chiamarli così? Esiste un nesso con altri tuoi progetti precedenti?

Sono sempre stato affascinato dal mondo dell’illusionismo. Si instaura una particolare relazione tra prestigiatore e spettatore: il primo truffa il secondo, che tuttavia ne è perfettamente consapevole e gongola nell’esserlo. Il tutto si muove in una zona grigia, ai limiti della percezione. Un territorio in cui gli illusionisti sanno come districarsi agilmente.
Quel che non tutti conoscono, invece, è l’apparato di strumenti su cui si basano gran parte di questi numeri. La serie Disappearing Objects è nata proprio come una sorta di breve compendio, una tassonomia selettiva di tutti quei devices progettati minuziosamente per essere nascosti in mano ai prestigiatori. Da qui la colorazione che tenta di replicare il color carne.
Disappearing Objects si collega a precedenti progetti – come Besides Faith o Failed Dioramas – sulla linea di quella che si potrebbe chiamare “estetica dell’invisibile”. In questo caso non si tratta di invisibile fisico, bensì di invisibile morale: la prima regola dell’illusionismo sarebbe quella di non svelare il trucco. Con Besides Faith avevo esplorato un aspetto della religione cattolica molto discusso ma poco visibile: il mercato dei paramenti liturgici e degli oggetti di culto. Failed Dioramas, invece, svelava gli interni di un appartamento milanese dove erano stati accatastati trofei di caccia e rarità animali, non disposti secondo le regole dell’arte. Disappearing Objects prosegue lungo questa ricerca ai limiti di ciò che ci è permesso conoscere.

Dove li hai trovati? Quanto è durata la ricerca, e come si è materialmente sviluppata?

La ricerca è durata quasi un anno. È partita da un particolare interesse per tutti quegli strumenti color carne, che in qualche richiamano qualcosa di familiare – il corpo umano. La scelta è stata quella di fotografarli in modo seriale, su uno sfondo neutro, proprio per decontestualizzarli e incoraggiare lo spettatore a interrogarsi sulla propria relazione rispetto agli stessi.
Gran parte del lavoro poi è stata la progettazione del libro, coinvolgendo Jordan Hruska da New York e coordinando la produzione con bruno a Venezia.

Hai amici maghi?

No e temo che, dopo questo progetto, sarà difficile farmene. Ho speso ore a tentare di convincere i venditori – spesso prestigiatori – che non avrei svelato i trucchi nonostante li volessi mostrare al pubblico.

Conosci il mondo della magia, hai in qualche modo mappato dei circuiti? Sai come funziona, se l'economia continua a reggere?

Il mondo dell’illusionismo, legato allo spettacolo e all’intrattenimento, funziona a due livelli. Le grandi star contemporanee, come David Blaine o David Copperfield, fatturano come delle piccole imprese. Blaine ha iniziato facendo nel 1997 Street Magic, una serie realizzata con un assistente e un budget ridotto. Oggi è uno dei performers più pagati al mondo. In Italia siamo ancora legati a un immaginario un po” più televisivo, con personaggi come Silvan o Raul Cremona – noto anche come grande collezionista. Poi ci sono gli amatori e i performers minori, che troviamo nei piccoli teatri. Internet ha sicuramente scardinato la magia da cabaret. Forse anche quella di strada. Disappearing Objects si può interpretare anche come un nostalgico commiato a un mondo sotterraneo, ormai quasi scomparso del tutto.

Ti è capitato di assistere a qualche spettacolo dove venivano usati questi oggetti? Dove? com'era?

Ho assistito a diversi spettacoli, nei retro dei ristoranti a fine serata o in piccole sale dove i prestigiatori si incontrano per scambiarsi informazioni e novità. Devo ammettere che non è stato entusiasmante. C’è un velato senso di malinconia che permea il mondo della magia. Tuttavia rimango elettrizzato dall’armamentario e dalla disciplina, che a volte richiede anni di preparazione per una numero che può durare pochi minuti, se non secondi.
Tra i negozi più folcloristici, ce n’è uno che si trova in un seminterrato dietro a una pizzeria. La proprietaria, che riceve su appuntamento, è la moglie di un illusionista malese che si è trasferito in Italia negli anni in cui la magia era una forma di intrattenimento molto diffusa. Si sono conosciuti sul palco e ora mantengono questa attività sotterranea (in tutti i sensi). Qui mi sono rifornito di diversi oggetti, molti dei quali realizzati su misura dai proprietari.