Jon Bronxl

Cambiare la normalità dell'amico bianco tra fashion, fotografia, pose e collettivi di blackness

quartiere Navigli

Scritto da Piergiorgio Caserini il 3 giugno 2021
Aggiornato il 15 giugno 2021

Foto di Marco P. Valli

Siamo andati a parlare con Jon Bronxl, amico che va raccontato in blocchi, purché solo apparentemente separati l’un l’altro. Abbiamo un Jon Bronxl modello, un Jon Bronxl fotografo e un Jon Bronxl che lavora per la visibilità delle community black. Tutti i Jon Bronxl sono lo stesso Jon Bronxl, ve lo preavvisiamo, e tutti, in un modo o nell’altro, collaborano reciprocamente per sensibilizzare l’amico bianco, un po’ con l’immediatezza dell’immagine, un po’ con l’esposizione delle pose, e un po’ con la coesione di gruppo.

Grande Jon, cominciamo con i preliminari: che ci fai qui a Milano Sud?

Sono arrivato a Milano con la mia ex-ragazza cinque anni fa, spensierati e in cerca di avventure. È stata una scelta improvvisa, di un’estate. Qualche soldo a testa e siamo scappati da Treviso, dove convivevamo, con la nostra smart quattro posti, fino a Crescenzago. Trovammo una casetta tranquilla, in un ex contesto industriale, avevamo anche il giardino ma da lì è complicato conoscere Milano, sei staccato da tutto e da tutti. Stare a Milano Sud è un’altra cosa. È da qui che capisci meglio la città. I contatti, in fondo, te li fai in queste zone, faccia a faccia, nei locali, a chiacchierare con la gente, mentre là, a Crescenzago, sei tu con i vecchietti e il bar del quartiere, alla tavola fredda – termine che ho scoperto tra l’altro qua a Milano, per dire. Certo ogni zona ha la sua ospitalità, ma la mia avventura milanese comincia qui, sui Navigli, dove tra lavoro e lockdown ho avuto modo di concentrarmi sui miei progetti, di entrare in contatto con amici e mentori.

Fai un mucchio di cose, perciò andremo avanti per blocchi, per switch: il Jon modello, com’è che è successo?

Guarda, fare il modello è successo veramente per caso, mentre lavoravo in negozio da FRAV. Entrò quella che adesso è la mia manager, assieme a sua figlia, mi guardò dritto negli occhi e mi disse: «Tu potresti fare il modello». Andata, dopo qualche tempo l’ho chiamata e le ho chiesto cosa avrei dovuto fare. Solo da quest’anno ho cominciato a lavorare per brand più grossi, ho curato una minima la mia immagine, mi dicono. Ma ti dirò, penso al lavoro di modello come una buona strategia per capitalizzare un po’, ecco, perché alla fine se posso pagarmi l’affitto in questo modo ben venga. Non è una questione di carriera, ma proprio di necessità, anche perché non ho mai digerito bene questo tipo di vita, sovraesposta, di facce-belle. Ma la cruda realtà dei fatti è che mi viene bene, e un poco mi diverto anche. Soprattutto perché sono un pesce fuor d’acqua lì in mezzo. Li vedo bene i modelli durante gli scatti, tutti imbastiti, convinti e piaccioni, tutti a sgomitare, competitivi, ma in silenzio, quatti quatti. Io sono l’esatto opposto, sarà perché per me è un lavoro come un altro, non la vivo come una questione di essere qualcuno o sembrare di esserlo. Senza tirarsela, ecco. Se volessi vivere così mi farei migliaia di foto sui social, gridando quanto sono bello. E tu pensa che uno dei primi suggerimenti che mi hanno dato era cominciare a tirarmela. Capito l’andazzo? Io credo anzi che bisognerebbe cominciare ad adattare l’occhio anche alla gente comune, a un altro immaginario, piuttosto che i vip, le tv, insomma, le figure attraverso le quali solitamente la gente si rappresenta gli altri. Siamo gente normale, e dobbiamo rendere chiaro che lo siamo.

Switch: Jon e le community. Spulciando IG, salta subito all’occhio il tuo progetto The Good Neighborhood Collective, una piattaforma che cerca di raccogliere storie, persone e attività della comunità black in Italia. Ce lo racconti?

The Good Neighborhood Collective è nato come un’idea vaga. Era una pagina Instagram dove pubblicavo musica, arte e pezzi black, più o meno tutta la roba che trovavo. Un calderone, immaginatelo. Finché non mi sono chiesto cosa avrei potuto fare con quel materiale, con le conoscenze che quella pagina confusa un po’ mi aveva fornito, che potesse tornare utile agli altri. Il tutto in una cornice nazionale che è questo paese, e insomma, non era un pensiero facilissimo, diciamocelo. Insomma, arriva l’idea di cominciare a scoprire ed esporre tanto giovani talenti black italiani quanto persone che fossero riuscite a fare qualcosa di bello nella loro vita. Non solo creativi, ma studiosi, scienziati, cuochi, tutto. Tutto quello che esiste nell’immaginario del lavoro dei nostri amici bianchi e che è uno stereotipo calato sul bianco. Parliamo di abituare, attraverso la pagina, a superare quello scoglio per cui solitamente non ci si immagina gente afro a fare lavori importanti, almeno qui in Italia.

Com’è che ti è venuta l’idea di cominciare?

Vedevo molti amici andarsene in fuga verso i posti più disparati, alla domanda sul che fare, ho cominciato prendendo e contattando persone che avevano carriere avviate qua in Italia. Intanto, una parentesi: bisognerebbe spiegare pure ai ragazzini che partire e andare all’estero non è quasi mai la scelta più adeguata, che poi finisce che ti ritrovi a lavorare da McDonald e non fai altro che soffrire, facendoti pure il culo. Se qualcuno fa come ho fatto io, di prendere la macchina, lo zaino e baracca e burattini e venire qua a Milano per cambiare vita ma in qualche città all’estero, va puntualmente a finire così. Certo, qualcuno si trova bene in Spagna, ma andare in Spagna è come andare a Jesolo, non è che fai cose troppo diverse da quello che fai qua, non è un paese che ti aiuta, sono savatari, gente che ti tira le ciabatte.

Mi pare giusto. Mi casa es tu casa, come dire. E quali tipi di contenuti prediligete per quest’impresa?

Con TGNC, siamo partiti da una cosa semplice come quella di raccontare storie e siamo arrivati ad ampliare i contenuti. Una delle ultime iniziative è il racconto dei piatti afro, per esempio, in una versione gourmet casalinga. C’è un video tutorial svelto, la lista della spesa, la spiegazione, come un bugiardino per la cucina. Facile. Protagonisti sono giovani chef e chef a domicilio, che di questi tempi un po’ di visibilità non fa mai male. Siamo arrivati ad avere una lista di ristoranti in Lombardia, Veneto… potremmo anche finire col fare il primo Lonely Planet Afro! Un’altra rubrica è The Good Ally, ovvero dei tips su come i nostri amici bianchi possono imparare a comprenderci un po’ meglio attraverso le nostre vite, oppure le “carte” che raccontano le storie lasciate nell’oblio di personaggi black, come il pugile di Mussolini, il partigiano Giorgio Nicola, l’inventrice del gps, per dire.

Beh, pare un confronto serrato con il quotidiano dell’amico bianco.

Esatto, si tratta di provare a cambiare la normalità, che è una delle cose più complicate che si possano fare. Il white privilege, per esempio, al di là di sapere di averlo, è anche la cecità di fronte a fatti o immagini sotto gli occhi di tutti. Quante volte hai notato i guanti tutti rotti dei rider che ti hanno portato la pizza, e quante volte, con quei guanti, era bianco?

Oppure un esempio banalissimo: qualunque cosa io faccia e ovunque io vada va sempre a finire che sono l’unico nero. Perché, dici? Penso che ci siano vari motivi per cui la qualcuno non riesce a emergere, ma bisogna anche capire che spesso il ragazzetto nero, nella media, quando torna da scuola si immagina già a fare l’operaio e allora va a farsi i cazzi suoi, a giocare a calcio, a basket, senza immaginarsi una vita diversa. D’altronde il nero è banalmente associato alla musica afro, ai video hip-hop o trap, al basket, per dire. Ma un nero che fa musica classica? Torniamo a parlare di stereotipi alla fine, come sempre. Ma pensa pure, nel quotidiano, io non ho mai trovato shampoo per capelli afro. Banale ma vero. C’è un problema di ignoranza anche a livelli più seri, chiaramente, vedi quando un magistrato bianco ha il coraggio di chiedere a un avvocato nero se la laurea ce l’ha davvero.

In ogni caso, con TGNC ci arrivano un sacco di messaggi di ragazzi presi bene, contenti, che ci dicono «finalmente qualcuno che di rappresenta», «io non credevo potesse esistere questa cosa qua» e via dicendo. Evidentemente c’era bisogno di una boccata d’aria fresca così, e una prova sono le tempeste di commenti positivi sotto ogni post.

Ok, ultimo switch: passiamo al Jon fotografo.

Inizialmente ero il classico ragazzo che faceva fashion, ricercava l’estetizzazione, gli stessi stereotipi di bellezza di una qualunque carriera da fotografo di moda, e ora mi ritrovo invece a preferire qualcosa che si può chiamare verità. Per dirti, qualche tempo fa mi ha chiamato Sky per una serie di ritratti, e mi sono trovato davanti a una situazione dove dovevo raffigurare la bellezza di persone qualunque, che non sempre rispondevano ai canoni odierni. Capisci lì che il bello è già di per sé una stereotipia, una convenzione sociale. Devi chiederti cosa guardare e come guardarlo, a quel punto, trovare il dettaglio, la posa, il taglio, che tira fuori ciò che c’è di bello, e alla fine c’è per tutti. E io sono un po’ un maniaco della posa e dello sguardo. Nel senso che durante un ritratto, parlo continuamente con la persona e nel momento giusto scatto. Cerco l’intensità dell’occhio nella staticità della posa. E se nella tua vita non hai mai fatto una posa decente, fidati che te la faccio fare io. [Lo sfido.] E infatti, per dirti, tornando al lavoro di modello, Zegna nell’ultimo set mi fece dei complimenti serissimi per le pose, sapendo bene che quello non è nemmeno il mio lavoro. Il fatto è che in fondo i modelli hanno sempre le loro posture, è un’attitudine che lascia poco all’improvvisazione. Insomma, c’è chi cerca l’essenza del momento, sullo sfondo e nel contesto, e chi come me ripiega sul dettaglio e l’improvvisazione.

Vivi sul Naviglio, dicci cos’ha questo quartiere che gli altri si sognano.

Guarda, per me i Navigli sono soprattutto i parchi nascosti che trovo quando porto fuori il cane. Non è la parte crowded, ma quelle zone che sono anche ruderi abbandonati, da cui puoi guardarti il tramonto a taglio sul Naviglio. Che diciamocelo, è una cosa incredibile. È come se ci fosse un profumo che manca al resto della città, assieme a una solitudine che si può cercare e trovare, stando anche a due passi dalla folla.