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La libertà come codice incompiuto. Agnese Banti e Fabritia D’Intino raccontano il loro “Comeback”

Le due artiste portano per la prima volta a Roma, in occasione dell'edizione 2026 di Short Theatre, il progetto collaborativo nato in seno alla rete BoNo!

Scritto da Nicola Gerundino il 25 agosto 2026

Foto di Andrea Macchia

Anche se informale e sottotraccia, esiste un legame tra Roma e Bologna che sta diventando sempre più fitto e prolifico. Chi bazzica il mondo della musica sa, ad esempio, che tra l’etichetta Maple Death e il circuito di Roma Est c’è un rapporto simbiotico; chi invece si muove tra teatro e performance sa che ogni anno nei giorni di Short Theatre può ritrovare alcune delle migliori proposte di entrambe le scene cittadine. Nel cartellone 2026 del festival c’è un lavoro che rende plastico questo link tra le due città: “Comeback”. A firmarlo sono Fabritia D’Intino, performer e coreografa di stanza a Roma, e Agnese Banti, sound artist e musicista di stanza a Bologna. Quello di Fabritia sarà un debutto per Short Theatre, mentre Agnese due anni già fa ha presentato il bellissimo “Speaking Cables”, riproposto poi l’anno successivo anche al Romaeuropa. “Comeback” nasce a partire dalla rete BoNo! – un network di realtà culturali attivi tra Bolzano e Novara – e vuole essere una riflessioni su alcuni dei temi più caldi del dibattito culturale e politico attuale: il corpo, il potere, il suono, l’immagine. Istanze tutte riunite nel concetto di idolatria, che è stato lo spunto di partenza di questo lavoro a quattro mani. Ne abbiamo parlato con le due protagoniste, chiedendo loro anche qualche consiglio sugli spettacoli di Short Theatre 2026 da segnare in agenda e terminando con una riflessione su Roma, città dove gli intrecci tra corpi, poteri e iconografie si perdono nella notte dei tempi.

 

Partiamo dallo spettacolo che porterete quest'anno a Short Theatre, "Comeback". Prima ancora delle tematiche, vi chiedo del vostro primo incontro (artistico e non) e di come è nata l'idea di collaborare.

Fabritia D’Intino: L’incontro (artistico e non) è avvenuto totalmente al buio grazie alla rete BoNo!, che a ogni sua edizione invita un coreografo o coreografa a collaborare per la prima volta con un o una artista sonora/musicista. Ho voluto accogliere a pieno il mistero di questa proposta indicando Agnese, di cui non conoscevo la pratica, ma di cui percepivo una potenziale connessione. Siamo state messe in contatto, ci siamo parlate e abbiamo capito che poteva succedere qualcosa di interessante per entrambe. Quel mistero poi non si è risolto immediatamente, ma è rimasto dentro il processo. Ogni residenza è stata infatti un’occasione per conoscerci e avvicinarci sempre di più. Credo che “Comeback” conservi ancora oggi qualcosa di quella condizione iniziale di timidezza e fragilità.

Andando alle tematiche, il nucleo concettuale di questo lavoro riguarda l'idolatria e la mitizzazione di alcune figure che, in qualche modo, detengono potere, anche sottoforma di fascinazione. Come mai avete deciso di affrontare questo argomento?

Fabritia D’Intino & Agnese Banti: Tra le prime pratiche condivise c’è stata la costruzione di un archivio di riferimenti comuni. Sono emerse figure e immaginari popolari di cui ci affascinava la potenza e la trasversalità. La nostra prima vera residenza creativa è poi coincisa con i funerali di Papa Francesco. Per giorni ci siamo trovate immerse in un’enorme macchina simbolica che metteva in scena il potere delle immagini, dei rituali e della rappresentazione. Più che offrirci un tema, quel momento ci ha dato una lente attraverso cui osservare il presente. Da lì abbiamo iniziato a chiederci non tanto perché esistano gli idoli, ma cosa producano sui nostri corpi e sul nostro immaginario.

Come avete cercato di tradurre queste riflessioni, sia da un punto di visto sonoro che coreografico?

Fabritia D’Intino: Dal punto di vista coreografico mi interessava non tanto rappresentare l’idolatria, quanto entrare nel dispositivo che la produce. Ho cercato di attraversare un archivio di posture, gesti e modalità di presenza appartenenti a figure molto diverse tra loro. Mi interessa capire cosa fanno questi codici ai corpi, quali possibilità generano, quali inibiscono e quali gerarchie costruiscono. Più che mettere in scena delle icone, ho cercato di osservare il momento in cui un corpo e dei corpi entrano, escono e si trasformano dentro quelle immagini, senza riuscire mai a coincidere completamente con esse. 

Agnese Banti: Per quanto riguarda il suono, ho scelto di muovermi tra paesaggi, strumenti e oggetti che mi permettessero di creare relazioni inaspettate fra i diversi contenuti drammaturgici e la scena che stavamo costruendo. Nell’universo sonoro di “Comeback” vengono evocati il successo, il fallimento, l’acclamazione, ma anche precisi mondi come quello del rock’n’roll, della caccia o delle orazioni politiche: un collage sonoro scandito dal tempo che scorre, allo stesso tempo giocoso ma anche molto serio.

Vi pongo qualche domanda singola e parto da Agnese. L'idolatria e il mito spesso hanno a che fare con la ritualità, un aspetto che si ritrova in molti tuoi spettacoli: gesti lenti, uso scenografico degli strumenti, simmetrie e altri dettagli estetici estremamente curati. Anche se siamo in un'epoca iper-digitale e iper-veloce, queste forme di comunicazione quasi arcaiche hanno ancora una loro forza?

Agnese Banti: Credo di sì. Da sempre mi interessano forme di una ritualità senza tempo, che possano esprimersi anche attraverso strumenti e dispositivi contemporanei. La cura della composizione visiva non è soltanto una questione estetica, è un modo per portare l’attenzione sulla presenza.

Oltre a essere in un'epoca iper-veloce e iper-digitale, siamo anche in un mondo iper-rumoroso, dove gli stimoli sonori sono infiniti e costanti. È possibile ancora lavorare sull'ascolto? Nei tuoi lavori come cerchi di invitare a questa pratica?

Agnese Banti: È assolutamente possibile, ma soprattutto è necessario. E ci sono tante modalità per farlo. La cosa importante secondo me, quali siano le pratiche, è cercare di non imporre cosa ascoltare, ma offrire possibilità di ascolto. L’ascolto rende liberз e penso che questo aspetto sia molto interessante dal punto di vista compositivo e performativo. Nei lavori mi interessa che il suono non sia solo un’informazione da ricevere, ma una presenza che interroga e che pone l’ascoltatore in un processo attivo di percezione.

Anche tu partecipi in "Comeback" alla coreografia con il tuo corpo.

Agnese Banti: Un corpo in scena non è mai neutro, anche se svolge un ruolo “meramente” musicale. Io lavoro in un terreno ibrido in cui gestualità e presenza sono spesso più affini al mondo performativo che a quello squisitamente musicale. La parte più strettamente coreografica di “Comeback” è stata una scelta condivisa con Fabritia in modo molto naturale e che non ho sentito come estranea o forzata. Nonostante i lavori e i mondi siano molto diversi, questa cosa era già successa con “I versi delle mani” di Marta Bellu (2022), in cui strumenti musicali e gestualità hanno contribuito alla coreografia. Con Fabritia spesso pensiamo a “Comeback” come a un posizionamento condiviso rispetto alle questioni politiche che emergono dal lavoro ed è dunque particolarmente importante essere insieme con il corpo – e con il suono, spoiler!.

Passo a Fabritia. L'idolatria l'avevi già in qualche modo trattata in un tuo precedente lavoro, "Wannabe", che prendeva le mosse dalla cultura pop musicale dei videoclip, per trattare i temi della sessualizzazione e performatività dei corpi. Esiste un corpo pienamente libero? Se sì, come può essere raggiunta questa libertà?

Fabritia D’Intino: Temo non esista un corpo pienamente libero. Per me pensiero e danza coincidono: il corpo nel produrre danza produce anche pensiero ed entrambi sono sempre iscritti in un contesto storico, culturale e relazionale. Ogni corpo è situato, e proprio per questo non può dirsi neutrale o definitivamente emancipato. Quello che mi interessa non è immaginare una libertà assoluta, ma una pratica continua di spostamento. Prendere i sistemi che ci costruiscono, riconoscerli e impedirgli di diventare definitivi. Fluidificare i codici, attraversarli, contraddirli, lasciarli incompiuti.  La performatività del corpo, in questo senso, non è qualcosa da superare, ma una condizione da osservare criticamente. Mi interessa renderla evidente, mostrarne i meccanismi e aprirla a possibilità diverse. Credo che la libertà stia proprio lì: non nell’uscire dalle rappresentazioni, ma nel non coincidere completamente con nessuna di esse.

Quanto è importante dare una dimensione "politica" ai tuoi lavori? Legarli sempre a un tema e una riflessione che non sia una semplice sequenza estetica di movimenti?

Fabritia D’Intino: Io sono innamorata della danza e anche una sequenza estetica di movimenti può avere un grande valore, ma per me non esiste un lavoro che non sia politico. Ogni corpo che incontra uno sguardo entra già in una dimensione politica. Anche la più semplice frase coreografica produce una visione del mondo, propone un modo di stare insieme, di occupare uno spazio, di attribuire valore a certi corpi e certi codici piuttosto che ad altri. Per questo non penso alla politica come a un tema da affrontare, ma come a una condizione inevitabile del fare artistico. Non esiste uno stare in scena che non includa una riflessione sul mondo, più o meno consapevole. Allo stesso tempo, credo che la dimensione politica non riguardi soltanto ciò che appare in scena. Riguarda anche il modo in cui un lavoro viene prodotto, le relazioni che lo rendono possibile, la distribuzione delle responsabilità, il tempo della ricerca, la qualità degli incontri che genera e il modo in cui quel lavoro viene guardato. La scena è solo una parte del processo. Il lavoro politico, per me, comincia molto prima. Insomma, il pensiero politico non è qualcosa che applico alla coreografia in una modalità specifica perché la politica io credo si esprima in tutto.

È interessante anche il tuo lavoro di meta-critica sulla danza: in diversi lavori sei andata a ripescare balli, come il can can, o figure legate al movimento coreografico, come go-go dancer e vestali, per analizzarle.

Fabritia D’Intino: La danza è una materia che mi incuriosisce molto perchè mi sembra infinita. Mi interessa pensare alla danza come a un grande archivio di pratiche, immagini e possibilità, e mi interessa depotenziarne la gerarchia dei linguaggi. Mi diverte entrare in diverse danze e capire come queste mi parlino in maniera diversa. Ogni danza porta con sé una genealogia, una politica del corpo, un’idea di società. Tendo ad attraversare codici molto diversi – il can can, la club culture, il balletto, i balli di gruppo – non per citarli o rendergli omaggio, ma per capire cosa continuano a produrre nel presente. Ogni lavoro per me cerca il proprio corpo. E spesso quel corpo nasce proprio dall’incontro fra repertori e para-repertori differenti, che poi mi piace deformare, sabotare o ricombinare. Più che inventare nuova danza, mi interessa cambiare il modo in cui guardiamo quella che esiste già.

Mi piacerebbe parlare brevemente anche di come rapporti la danza allo spazio pubblico e alla sua "riconquista": alcuni tuoi lavori vanno in questa direzione e non si accontentano di essere rappresentati in un teatro o in un luogo comunque chiuso.

Fabritia D’Intino: Per me lo spazio ha lo stesso peso del corpo. Non contiene solo la performance, ma è uno degli elementi che la scrive. Quando cambia lo spazio cambiano i corpi, il suono, le posture, la qualità dello sguardo e perfino il tempo del lavoro. Nello spazio pubblico, in particolare, succede qualcosa che mi interessa molto: l’autorialità si alleggerisce. La performance incontra l’indeterminatezza del luogo specifico – passanti, rumori, architetture, natura, imprevisti – e il lavoro diventa inevitabilmente meno importante, nel senso di più integrato con una serie di altri elementi arbitrari. Per questo non credo tanto che lo spazio pubblico abbia bisogno della performance. Penso piuttosto che molte performance abbiano bisogno dello spazio pubblico per smettere di parlare soltanto di sé e iniziare a dialogare con il mondo.

Che rapporto avete con Short Theatre? Come lo avete vissuto in questi anni, sia da spettatrici che da protagoniste?

Fabritia D’Intino: Short Theatre mi permette ogni anno di affondare lo sguardo dentro lavori che scuotono un po’ il nostro tempo: è un momento per guardare e per guardarsi. Per me è sempre stato prima di tutto un festival che, da spettatrice, inizia già dalle settimane precedenti, quando si studia il programma e ci si confronta con le amiche per condividere le agende sugli spettacoli da andare a vedere, oltre che pianificare momenti di chiacchiere, confronto e rimpatriate. Short Theatre è anche un po’ una festa di fine estate. Presentare un lavoro in programma non cambierà questo clima, aggiungerà solo una prospettiva e un un modo di stare insieme.

Agnese Banti: Il mio rapporto con Short Theatre è iniziato proprio con una performance. Non vivendo a Roma non riesco a partecipare in maniera “sistematica” al festival, ma cerco sempre di metterlo in agenda e le finestre che ho vissuto, anche da spettatrice, mi hanno sempre offerto visioni e incontri importanti: è stato molto bello in questi anni far parte del programma di diverse edizioni e in diversi luoghi della città.

Cosa avete in agenda per questa edizione? Ci sono performance a cui assisterete o che consigliate di non perdere?

Fabritia D’Intino: Da grande fan di François Chaignaud, andrò sicuramente a vederla. Mi interessa molto anche Nacera Belaza; aspetto da tempo di vedere il nuovo lavoro di Chiara Bersani e sono curiosa di conoscere quello di Sorelle di damiano. Ho messo in agenda per adesso anche Muna Mussie, Ewa Dziarnowska e Alberto Cortés. Per il resto sto ancora studiando!

Agnese Banti: Anche io devo studiare bene il programma e purtroppo sarò a Roma solo nei nostri giorni di prova e spettacolo, quindi cercherò di incastrare quello che posso. Sono contenta che sicuramente riuscirò a vedere vedere “Mirlitons” (Aymeric Hainaux & François Chaignaud) e otay:onii. Avrei visto con piacere “Cinema Impero” (Muna Mussie), “Michel: The Animals I Am” (Chiara Bersani) e avrei rivisto molto volentieri “DOWN (Single version)” (Mélissa Guex)

Allargo la prospettiva dell'intervista e vi chiedo di Roma? Che città è per voi dal punto di vista della produzione e fruizione culturale? 

Fabritia D’Intino: Una città complessa e perennemente in crisi. Esiste un’enorme ricchezza di pratiche artistiche, spesso nate dal basso, che continuano a esistere grazie al lavoro quotidiano di persone e spazi indipendenti, che sopperiscono in gran parte ai vuoti istituzionali di Roma. Spazi di prova, studio, ricerca, aggregazione e accoglienza che ora, uno dopo l’altro, vengono sgomberati, sigillati, annullati. Penso a Scup, Angelo Mai, Spin Time. La loro progressiva scomparsa sta mettendo in discussione proprio quella rete che nei decenni passati ha reso Roma così fertile per la ricerca artistica. Credo che oggi la sfida non sia soltanto produrre opere, ma difendere le condizioni che permettono a quelle opere di nascere.

Agnese Banti: Osservata da una dimensione come quella bolognese, dove vivo da circa dieci anni, Roma sembra inesorabilmente enorme e dispersiva per qualsiasi cosa, anche in ambito culturale. Poi in realtà non è così vero, ma all’inizio l’impatto può essere davvero confusionario, soprattutto se si è di passaggio. Per il resto sono molto d’accordo con Fabritia e purtroppo non si tratta solo di una condizione solo romana, ma della direzione in cui sta andando tutto il sistema culturale.

Cosa ha di positivo, sempre da questo punto di vista, la città e cosa invece le manca?

Fabritia D’Intino: Quello che amo di Roma è la sua complessità. Per me Roma è la città delle convivenze impensate. Convivono tanti tempi storici, perfettamente adagiati gli uni tra gli altri, in contraddizione ma anche in risonanza. E così convivono scene molto diverse, che spesso nemmeno si incontrano. Questo permette a molte pratiche radicali di svilupparsi senza essere immediatamente addolcite, e permette anche alle pratiche più tradizionali di continuare a essere operate senza scontrarsi col presente. Questo per me è un dato molto interessante. Quello che manca sono gli spazi di attraversamento. Luoghi in cui queste differenze possano mettersi in crisi a vicenda senza perdere la propria specificità. E mancano terribilmente dei luoghi di riferimento. Sale e spazi in cui stare insieme, allenare, scambiare, assistere alla pratica artistica in maniera quotidiana e accessibile.

Agnese Banti: Essendo così vasta hai sempre la sensazione che “ci sia posto per te” e questa è una bella cosa. Nonostante la “faticosità”, infatti, non è assolutamente una città respingente. Pensare a Roma da questo punto di vista mi fa realizzare che negli ultimi anni ho avuto davvero tanti progetti e appuntamenti qui in città, ma sento ancora di conoscerla poco. Credo ci voglia davvero molto tempo.