Molta arte contemporanea ultimamente attinge agli archivi: a volte traendone ispirazione, a volte combinando materiale personale con materiale nuovo, a volte aittura trasformando in blocco un archivio in una mostra. Una tendenza che rivela diversi paradossi: l’affermarsi degli archivi coincide con il momento storico in cui internet e i dispositivi digitali producono una quantità schiacciante di nuovi contenuti, mentre la nostra capacità mnemonica sembra affievolirsi; e l’AI stessa, che minaccia di sostituire ogni forma di sapere, non potrebbe esistere senza gli enormi archivi di conoscenza umana che le sono stati dati in pasto. Abbiamo parlato di questi temi con Toby Mott, figura di culto del movimento punk e post-punk londinese, tra i fondatori del collettivo artistico The Grey Organization, nonché accumulatore seriale di poster, flyer, magazine, fanzine e materiali visivi legati a varie forme di controcultura (punk tra tutte). Oggi artista, designer e collezionista, Toby tornerà a esporre a Roma a trent’anni di distanza dalla sua ultima mostra, grazie a Stefano Lemon e Guido Gazzilli che cureranno una mostra da PrimaLinea, in collaborazione con A/POLITICAL e lo spazio stesso. Un’esplorazione del rapporto tra linguaggio, controcultura, identità urbana, editoria e memoria, in cui emerge l’attitudine radicale che ancora caratterizza la ricerca di Toby. Opening fissato per sabato tre ottobre alle 18:00, momento in cui sarà presentata anche una limited zine realizzata per l’occasione, curate anche questa da Stefano e Guido.
Torni a Roma dopo trent'anni. Ricordi l'ultima volta che sei stato qui? Chi eri e cosa facevi della tua vita all'epoca? Cosa ti aveva portato a Roma?
L’ultima volta che ho esposto a Roma è stato nel 1997, in uno spazio chiamato Sala 1. La mia amica Polly Brooks, anche lei artista, mi invitò a prendere parte a una mostra collettiva. È stato un momento bellissmo. Ero tornato da poco a Londra dopo aver vissuto a Los Angeles e la mia amica Roberta mi portava in giro per Roma sul retro della sua Vespa, spostandoci da un posto all’altro. Ricordo di aver sentito questa straordinaria connessione tra la città antica e la sua identità moderna. È stato probabilmente anche il mio primo incontro con la pizza al taglio — quei posti fantastici dove ti tagliano una fetta, la pesano e ti fanno pagare di conseguenza. Me ne innamorai durante quel viaggio e ogni volta che torno a Roma mi riconnetto con quel sapore magico. La mostra fu particolarmente memorabile perché pubblicarono un piccolo catalogo, che ancora possiedo: un piccolo tesoro di quel periodo della mia vita.
Com'era invece la tua città natale, Londra, trent'anni fa?
Londra negli anni Novanta stava entrando in un periodo di enorme prosperità e rigenerazione. C’era un’energia incredibile in città, ma quella rigenerazione alla fine ha avuto un costo. Sembrava che ci fossero pochissimi freni allo sviluppo edilizio e, nel corso degli anni, molti edifici e luoghi preziosi sono scomparsi. È una città che sta bene sotto la pioggia, il che è una fortuna per noi.
Pensi che la città sia ancora oggi un luogo in cui possono emergere la sovversione e la controcultura, o internet ha sostituito tutto questo?
Credo fermamente nei luoghi fisici, nel mondo reale, in cui le persone possono incontrarsi e condividere idee. Non sono un gran tipo da Internet, a parte usarlo ovviamente per comunicare e promuovere eventi. Non passo il tempo a chattare online e, curiosamente, nemmeno molti dei giovani con cui lavoro sembrano farlo. Sono molto coinvolti nella vita cittadina e nell’incontrare le persone. Internet è incredibilmente utile per chi non può essere al centro delle cose. Permette di connettersi, partecipare e trovare comunità che altrimenti non si incontrerebbero mai. Lo vedo principalmente come uno strumento utile piuttosto che come un sostituto della vita reale.
Dove emerge la controcultura nelle città oggi? Cosa distingue le controculture nate sulla strada da quelle nate online, non solo in termini di relazioni interpersonali ma anche nei messaggi e nell'estetica?
Penso che le culture costruite nei luoghi reali siano più radicate e non cambino con la stessa frequenza della cultura online. Quando parliamo di cultura legata alla musica, all’arte e alla produzione fisica delle cose, ci vuole tempo per generarla. Ci vuole tempo perché le persone, le idee e l’estetica si uniscano e diventino qualcosa. La cultura online, di cui non faccio davvero parte — quindi non posso pretendere di parlarne con autorevolezza — sembra molto più veloce. Le cose appaiono e scompaiono così rapidamente che a volte non hanno il tempo di risuonare prima che tutti siano già passati alla cosa successiva. Probabilmente c’è spazio per entrambe.
Hai fatto molte cose nella tua vita. Una di queste è raccogliere materiale visivo, stampato ed editoriale. Quando hai iniziato e perché?
Da adolescente ero un punk, e l’identità visiva era parte dell’essere punk. Questa dimensione andava oltre il mio aspetto fisico, i vestiti e il taglio di capelli: si estendeva alla mia camera da letto e a tutto ciò che mi circondava. Ho iniziato a collezionare manifesti prendendoli dal mio negozio di dischi locale. Erano per lo più poster promozionali per le nuove uscite discografiche: quando usciva un nuovo disco successivo, i vecchi poster venivano staccati e mi venivano regalati. Questa cosa è diventata gradualmente una collezione. Ho continuato ad aggiungere pezzi nel corso degli anni e alla fine è diventata la “Mott Collection”, che dalle pareti della mia cameretta da letto è finita in musei e mostre in tutto il mondo. Trovo che sia ancora qualcosa di straordinario e piuttosto rinfrescante da vedere.
Come incorpori gli archivi e la memoria nella tua pratica artistica?
Quello che faccio a livello visivo si ricollega ancora alla cultura DIY e allo spirito del punk. Suppongo che l’archivio plasmi il mio lavoro perché amo l’immediatezza di quelle grafiche e l’energia propulsiva che c’è dietro. Ma non faccio parodie del passato e non sono particolarmente interessato a glorificarlo. La cultura punk a volte può diventare eccessivamente nostalgica di se stessa. Mi interessa molto di più portare avanti quell’energia e vedere cosa può fare oggi.
Cosa esporrai a Roma?
La mostra di Roma è davvero una panoramica della mia vita. Inizia con i lavori che ho realizzato a scuola, incluso il mio primissimo libro, “My Self”, che dà il titolo all’esposizione. Ci sono opere del mio periodo al Kingsway College — lo stesso frequentato da Sid Vicious — seguite da lavori con la Grey Organisation, pezzi video e lavori che portano la storia fino ai giorni nostri, tra cui pezzi recenti realizzati con vero oro. Spero che la mostra crei una sorta di viaggio attraverso la mia vita e le mie esperienze. Non è pensata come una retrospettiva nel senso convenzionale. Assomiglia più a frammenti di una vita messi insieme, lasciando che tra di loro emerga una narrazione.
Puoi raccontarci una storia divertente o insolita legata a uno dei lavori che esporrai?
L’opera è “Bedsit, after Manzoni, 28 March”, dalla serie “Living in the Moment, As Before”. Una stampa fotografica del 1998. Piero Manzoni è uno dei miei artisti preferiti. Ho sempre amato l’umorismo nel suo approccio artistico. Per esempio, è famoso per aver firmato le persone dichiarandole poi opere d’arte. Nel 1998, quando vivevo in un monolocale a Notting Hill, uscivo con un’attrice svedese di nome Amanda Ooms. Lei accettò di farsi timbrare con un timbro di gomma su cui c’era il mio nome. come opera d’arte. In un certo senso, quel pezzo è il mio omaggio a Manzoni e ora, portandolo a Roma, si creerò una connessione molto bella con l’Italia e con uno dei suoi più grandi artisti concettuali.













