L’estate del 2026 a Roma verrà ricordata non solo per il gran caldo, ma anche per la chiusura di alcuni spazi fondamentali per l’aggregazione e la produzione culturale indipendente della città: L’Angelo Mai e lo Spin Time. Se la data di riapertura del primo è subordinata ad alcuni lavori di adeguamento suddivisi tra Comune e Angelo Mai stesso – tempi molto lunghi quindi – quella dello Spin Time potrebbe non avvenire mai, perché c’è dietro una proprietà privata che tiene il punto. Oltre alla cronaca e alle questioni di tipo burocratico e legislativo, questi due stop sollevano domande importanti di carattere sociale e politico: dove nasce la cultura in una città e che tipo di cultura? Come è possibile sviluppare dei contenuti che siano capaci di interrogare tanto l’estetica quanto il presente, senza dover essere soggetti sin dal loro concepimento a logiche che siano puramente di botteghino? Ne abbiamo parlato con Salvo Lombardo, fondatore e direttore artistico di Chiasma, organismo (vivente) di produzione della danza riconosciuto dal MIC e con base a Roma. L’occasione di questo è incontro è duplice: da una parte l’appena conclusa edizione 2026 di Interazioni, festival che di Chiasma rappresenta un’emanazione diretta e che aveva fissato, per poi annullarla, la sua serata inaugurale proprio all’Angelo Mai; dall’altra Mnemosyne, appuntamento di tre giorni che dal 9 all’11 novembre si terrà negli spazi di Largo Venue per celebrare il decennale di Chiasma, chiamando a raccolta tutte le sue creature.
Quando qualche mese fa ci fu l'annuncio dell'edizione 2026 di Interazioni, l'Angelo Mai era tra i luoghi ospitanti. Poi la chiusura imposta in estate si è prolungata e a oggi non si ha ancora una data certa di riapertura. Inizio col chiederti un tuo parere su questa vicenda e sulla situazione in cui vivono gli spazi culturali di Roma. Anche Spin Time, ad esempio, ospitava un teatro.
Sì, la sesta edizione di Interazioni avrebbe dovuto svolgersi in parte anche all’Angelo Mai, dove avevamo previsto di inaugurare il festival. Poi, improvvisamente, lo spazio è stato sottoposto a sequestro. Da lì sono seguiti mesi di silenzio istituzionale, lungaggini burocratiche e strettoie amministrative che hanno allontanato vertiginosamente la prospettiva di una riapertura. Il risultato, per noi di Interazioni Festival, è stato la cancellazione delle parti di programmazione su cui stavamo collaborando, tra cui il debutto in prima nazionale della performance “Kern” di Daria Greco, frutto di una sinergia tra Chiasma, Interazioni Festival e l’Angelo Mai, che aveva sostenuto il progetto attraverso varie fasi di residenza. Da poco abbiamo appreso che i tempi per l’adeguamento e la riapertura dello spazio saranno ancora lunghi, profilando un ulteriore periodo di assenza dalla scena capitolina di uno degli ultimi spazi dedicati alla sperimentazione. L’Angelo Mai è uno spazio del possibile: crocevia di arti, culture, pratiche politiche e forme di attivismo a sostegno di una molteplicità di soggettività. Nonché una fucina di una vivace radicalità: uno degli ultimi avamposti in cui è stato possibile disattivare i meccanismi spesso autoritari della cultura egemonica e in cui ripensare le categorie sistemiche. Oltre a quelle dell’Angelo Mai, anche le tristi vicende che hanno interessato Spin Time rappresentano un’altra ferita in quella che è stata un’estate asfissiante e repressiva. L’elenco dei luoghi di produzione culturale dal basso e di tutta una serie di contesti in cui ripensare forme di socialità non irregimentate nelle logiche del mero consumo che negli anni sono stati sottratti alla città è, purtroppo, tristemente lungo. Un inventario di sgomberi, dismissioni e chiusure che basterebbe, da solo, a imprimersi come toponomastica di una dolorosa desertificazione.
Pochi giorni fa l'Angelo Mai ha raccontato di aver dovuto chiedere una riapertura straordinaria dello spazio per prendere alcuni oggetti e costumi di cena di "Lemnos" di Giorgina Pi, perché lo spettacolo era in programma al Romaeuropa Festival. Penso sia un esempio di come l'indipendente e l'istituzionale (culturale) possano convivere e dialogare. Mi stupisce invece come l'istituzionale (politico) non si accorga di tutto questo: senza spazi del genere la cultura della città muore perché non ha luoghi dove crescere. Tu come vivi il rapporto con il livello istituzionale?
Sono fermamente convinto che la creazione indipendente, in un contesto operativo sano e animato da visioni politiche immerse nel presente, possa trovare non soltanto forme di dialogo con le istituzioni, bensì debba godere di reali percorsi di valorizzazione e di riconoscimento, anche finanziario. Questo dovrebbe avvenire proprio per l’assunzione di quel “rischio culturale” che oggi è ormai istituzionalmente trascolorato, frainteso e disperso tra le maglie di un sempre più evidente desiderio di “ritorno all’ordine”. La “teatrografia” della città di Roma è storicamente segnata dal fermento della sperimentazione. L’identità culturale di Roma e dei suoi spazi “altri” è l’esito di una trama vivacissima di esperienze, soggetti, collettivi e spazi capaci di imprimersi tra le fonti primarie del discorso contro-culturale di questo Paese, abitando e rianimando – a varie ondate – cantine, spazi occupati, luoghi recuperati o risemantizzati e sottratti all’incuria del mero profitto. Molto spesso, le esperienze della cosiddetta “scena indipendente romana” hanno segnato delle vere e proprie svolte linguistiche che si sono poi irradiate nei modi della scena nazionale, determinando di fatto un ripensamento delle stesse “istituzioni”. Roma non è deficitaria di luoghi, in realtà. Roma non riesce a mantenere in vita gli spazi nati da esperienze dal basso, non riesce a dare continuità alla vivacità che caratterizza le forme di auto-organizzazione, e non riesce ad assegnare una dimora stabile a tutte quelle esperienze inclusive e accessibili generate da preziosi percorsi di autogoverno e di co-progettazione. Roma non manca di spazi tout court. Nella nostra città sono gli spazi “collettivi” a essere ostaggio di una deriva securitaria, dettata dal modello delle politiche nazionali attuali. Roma ha smarrito la capacità di orientarsi davvero nella contemporaneità, finendo per fagocitarne la complessa e frastagliata ricchezza e per restituircela solamente agghindata di buoni propositi.
Cosa vuol dire nel 2026 realizzare e portare avanti un festival?
Realizzare e portare avanti un festival come Interazioni significa nutrire l’ambizione di sviluppare una serie di istantanee dal presente, capaci di mettere in luce i nodi critici della contemporaneità e, allo stesso tempo, di incarnare desideri e visioni non del tutto edite, non del tutto pre-viste, non determinate a partire dallo sfondamento del nostro tempo: significa favorire forme di immaginazione critica. Significa tracciare sentieri che non possono essere attraversati in linea retta. Proprio tra le macerie e i tumulti del tempo attuale, infatti, la composizione di un festival di arti performative contemporanee può aprire piccole fessure dalle quali scorgere gli accenni di un tempo a venire – il tempo del desiderio – e dalle quali potersi affacciare per ripercorrere e riannodare i fili dei “passati che non passano”, mettendo in discussione archivi e repertori di questo nostro “eterno presente”. Questa prospettiva si esprime sia nei contenuti proposti, sia in modo più intrinseco nelle modalità di lavoro delle artiste e degli artisti che di volta in volta contribuiscono a plasmare questa traiettoria, in quella oscillazione costante tra il personale e il politico, tanto nei temi affrontati quanto nelle modalità concrete di produzione e messa in scena. La programmazione diventa così il tentativo di costruire una trama e un ordito intorno alle narrazioni del presente, questionando tanto il “cosa” quanto il “come”. Un festival di arti e culture contemporanee si configura come una polifonia spazializzata che ridisegna geografie relazionali e reimmagina gli spazi che lo ospitano come luoghi del possibile. Per me è proprio la parola “interazioni” che risuona come una sorta di sapere relazionale, una pratica determinata da un insieme eterogeneo di consonanze tra sguardi artistici e pubblici, tra le opere e i luoghi che le accolgono, tra le pratiche e i contesti che le definiscono. Muovendosi dentro un assetto interdisciplinare, Interazioni Festival rivendica connessioni molteplici tra i soggetti e gli oggetti del mondo, agendo come terreno fertile pure tra i rovi. In quest’ottica, concepisco il festival come la ricreazione di un micro-sistema, in cui le pratiche che lo animano – compresa la curatela – possano scardinare le logiche binarie e manomettere le posture muscolari. Mi piace immaginare la funzione di un festival come il nostro come un corso d’acqua che, attraversando la geografia urbana, ne feconda i margini: un flusso che non si limita a scorrere, ma irriga e trasforma il tessuto del territorio che attraversa, costantemente pronto a superare i propri argini per l’abbondanza delle visioni e dei saperi che trasporta.
L'edizione 2026 di Interazioni è stata intitolata "Re-Incanto" e l'hai presentata dicendo che "Tornare a meravigliarsi non è un lusso intellettuale, quanto piuttosto la precondizione per la liberazione dalla paura". Cosa è per te la meraviglia e cosa la paura e come questi due sentimenti dialogano (o non dialogano) tra loro?
Viviamo in un frangente di nuove devastazioni, nuovi imperialismi, nuovi colonialismi e progressivo impoverimento globale. In questo scenario, la paura non è solo un sentimento individuale, ma un dispositivo sistemico: viene costantemente alimentata dalla precarietà e dall’implosione delle ultime certezze della nostra violenta e pretenziosa modernità. Da questa specifica forma di “paura”, dalla paralisi dell’immaginario, si è affermato un cinico disincanto che sterilizza ogni desiderio non votato al consumo e riduce tutto a una normalizzazione anestetizzante. Dall’altra parte, per me, la meraviglia – e dunque il re-incanto a cui abbiamo dedicato la sesta edizione del Festival – non ha nulla a che vedere con una consolazione incantata che tranquillizzi, né con un esercizio nostalgico o una postura evasiva. Non è uno sguardo pacificato o negazionista dinanzi alla brutalità del tempo presente. Al contrario, il re-incanto è un atto di riappropriazione politica dell’immaginario, il bisogno di liberare il linguaggio dalle strettoie del potere. Il re-incanto sabota la paura perché è un invito a manomettere l’ordine in favore di un disordine narrativo, un elogio di ciò che è obliquo, liminale e laterale. È il desiderio sottile di spaccare l’armatura di ciò che è certo per tornare ad amoreggiare persino negli anfratti grigi di questo tempo, re-immaginandoli come margini luminescenti. Significa fondare un sistema di nuove fedi non nell’individualismo del “post-tutto”; ma nel molteplice e nell’invisibile, in quelle forze non quantificabili che eccedono i bisogni inventati a tavolino dal turbo-capitalismo guerrafondaio. Parafrasando Stefania Consigliere – e il suo limpido saggio “Favole del reincanto” – questa determinazione serve a prefigurare un pharmakon: un rimedio che è insieme veleno e cura.
Il 2026 è l'anno del decennale di Chiasma, forse la tua creatura più importante. Ci puoi raccontare come e perché è nata? Cosa ti ha portato a creare una rete per la produzione di spettacoli? A dieci anni di distanza qual è il tuo bilancio?
Oggi definirei Chiasma come un organismo tentacolare, una rete policentrica. Il progetto nasce a Roma nel 2016, rispondendo a un’esigenza biografica e professionale molto specifica. Dopo lo scioglimento di Clinica Mammut – compagnia che avevo co-fondato e in cui avevo riversato le mie prime energie creative – ho vissuto un periodo di felice nomadismo artistico. Chiasma è nata inizialmente come il riparo per quella “solitarietà”, una cornice che si identificava esclusivamente con il mio lavoro. Tuttavia, man mano che il mio percorso si consolidava all’interno di un sistema nazionale pieno di incongruenze, ho avvertito la necessità di trasformare l’esperienza della compagnia in un progetto culturale più ampio che ridisegnasse micro assetti di sistema in rapporto al macro sistema. Questo è potuto accadere anche grazie al sostegno, a partire dal 2018, del Ministero della Cultura che contribuisce a una parte della nostra progettualità, finanziandoci come organismo di produzione della danza. Spinto da questa ambizione, ho allargato le maglie della struttura invitando altre colleghe e colleghi a coabitare questo “ambiente in costruzione”. In filosofia e nell’arte, il “chiasma” è una struttura a X, dove gli elementi si intersecano, si rispecchiano e si influenzano a vicenda; è una struttura dell’intreccio e per estensione è interpretabile come il punto di reversibilità e di dissoluzione delle categorie: soggetti-oggetti, individui-ambiente, etica-estetica, e dove l’identità si definisce solo nell’incontro con l’altro. Coerente con questa immagine fondativa, Chiasma si è affermato come organismo pluricellulare di artisti e artiste che cercano nel tempo forme di dialogo. Negli anni abbiamo sviluppato una traiettoria che coniuga danza, performance, teatro, sound art, video arte e antropologia visuale. Oggi Chiasma opera su scala nazionale e internazionale muovendosi tra produzione, programmazione e formazione. È diventata una piattaforma che associa, sostiene e accompagna i processi creativi di un nucleo di artisti e artiste che, oltre a me, vede protagonisti: Anna Basti, Claudio Larena, Daria Greco, Diana Anselmo, Edoardo Mozzanega, Fabritia D’Intino & Federico Scettri, Marta Olivieri, Valentina Sansone & Filippo Lilli.
Tra gli spettacoli di Chiasma ce n'è uno a cui sei più legato?
Penso spesso con tenerezza e con un certo senso di stupore retroattivo al dittico di lavori che diedero vita al perimetro di Chiasma: “Casual bystanders” (2015/2016) e l’installazione multimediale “B-side” (2016). Due lavori fondativi anche dal punto di vista del linguaggio, che hanno contribuito a ridefinire il mio orizzonte creativo, il mio interesse per la poetica della traccia e per gli archivi e che hanno segnato con chiarezza la mia traiettoria e in particolare la mia ricerca come performer e coreografo.
Questo novembre i festeggiamenti del decennale ci saranno in occasione di Mnemosyne: ci puoi raccontare anche questo appuntamento?
“MNEMOSYNE_atlante del divenire” è una messa in rassegna del nostro lavoro; un invito a varcare la soglia per festeggiare dieci anni di incroci, di corpi mutati, di alleanze, di lotte e di radicamenti, offrendo al pubblico una mappa di ciò che ancora vive e che ripercorre le tracce generate nel tempo. La rassegna (in programma dal 9 all’11 novembre, nda) prevederà performance, installazioni, workshop animate dai corpi, dalle storie e dai percorsi autoriali che attualmente abitano Chiasma. Il titolo della rassegna trae ispirazione da un duplice riferimento. Il primo è relativo alla dea greca del ricordo, Mnemosyne, madre delle nove Muse, per rievocare l’incontro delle nove artiste e artisti che oggi formano l’ossatura e il sistema linfatico di Chiasma in quanto organismo di produzione delle arti dal vivo. Si tratta di nove visioni, nove emanazioni di una traiettoria comune, frutto di processi artistici messi in consonanza che si intersecano e si rifrangono durante le varie giornate di programmazione. L’altra fonte di ispirazione è il celebre “Atlante Mnemosyne” di Aby Warburg, in omaggio al quale il festival si configura come una mappa vivente di concatenazioni linguistiche e sensoriali, ideata per scardinare ogni forma di linearità narrativa, temporale ed estetica. Per analogia, il programma articola i propri lavori nel tempo e nello spazio come una costellazione di accensioni e di affacci sul presente. La composizione della rassegna intreccia così opere che hanno sedimentato la loro storia – già programmate a Roma in diverse occasioni, segnando il passo e l’identità di Chiasma negli anni – a processi non ancora del tutto compiuti e tuttora in fase di ricerca. In questa visione, l’esercizio di memoria che anima il festeggiamento di questo primo decennale si configura come un sistema di pratiche, saperi e affetti che transitano nel tempo, abitano il presente e dialogano con le sue istanze attuali per rifondarlo, mostrandosi come forme in movimento. In questo senso, MNEMOSYNE sarà un vero e proprio atlante del divenire: un insieme di forme del desiderio, gravide di futuro, che scelgono di abitare la dimensione della festa.
Mnemosyne sarà ospitato da Largo Venue, Interazioni si è tenuto allo Spazio Diamante, due luoghi a pochi passi ed entrambi a Roma Est. Quanto è importante per te questa zona e quali pensi sia il suo contributo che ha dato e continua a dare alla vita culturale della città?
Il quadrante di Roma Est non è una semplice collocazione logistica, ma una vera e propria tessitura di relazioni e incontri che abbiamo curato nel tempo. La storia di Chiasma e di Interazioni Festival è da sempre radicata in questo territorio: un asse urbano e culturale che abbiamo attraversato e abitato capillarmente negli anni. Penso all’esperienza di Ostudio – spazio di coabitazione artistica a Torpignattara che abbiamo condiviso con altri nuclei, aderendo alla sua vita stratificata per alcuni anni – e alle collaborazioni nate con realtà cruciali di questa zona come Centrale Preneste Teatro e Fortezza Est. Muoversi oggi tra lo Spazio Diamante e Largo Venue significa dare continuità a una progettualità che elegge questa porzione di città a centro della vivacità contemporanea della città.































