Maria Porro

La neo-presidente under 40 del Salone del Mobile ci racconta le freschezze della fiera

Scritto da Elisabetta Donati De Conti il 2 settembre 2021

Maria Porro @Sfelab

Maria Porro, 37 anni, guida da quest’anno il Salone del Mobile, lo vuole «forte, unito, inclusivo, attento agli sprechi e creativo». Spigliata, motivatissima (per non dire agguerrita), con marcato accento brianzolo e una parlantina entusiasta, ha risposto ad alcune nostre domande, e soprattutto ci ha spiegato perché questa edizione insolita della fiera è in realtà così speciale.

“Il Salone del Mobile è il detonatore, anzi il catalizzatore se pensiamo alle reazioni chimiche: fa in modo che tutto succeda e in più dà una visione d’insieme”

 

Ci racconti innanzitutto come sta andando, in questi ultimi giorni, la preparazione del SuperSalone?

Sono salita su un treno in corsa e negli ultimi due mesi è stato fatto un lavoro incredibile in tempi davvero ristretti. Le aziende hanno fatto uno sforzo non indifferente per interpretare un format inedito e quindi sono molto curiosa di vedere come si presenteranno all’interno di questa cornice (senza gli stand, ma con tutti i prodotti insieme su grandi setti verticali, ndr). Sento una grande voglia di ri-incontrarsi e di ritrovarsi da parte di tutta la design community e sono molto contenta che il SuperSalone sia la miccia che accende tutta questa comunità, ecco.

Per te non è solo un appuntamento di lavoro, ma anche un momento speciale dal punto di vista personale, giusto?

Sì, lo è per me e penso lo sia per tanti imprenditori, per tanti architetti e per tanti designer. É la settimana più faticosa ma anche la più bella di tutto l’anno. Sono cresciuta con il Salone del Mobile, da bambina accompagnavo mio nonno Carlo nei padiglioni della sede storica e ho vissuto tutti i cambiamenti successivi.
È sempre incredibile vedere come ogni anno un intero sistema lavori in modo corale per creare quello che poi vediamo al Salone, quindi penso fosse molto importante mantenere la fiamma accesa adesso a settembre e scaldare i motori per aprile del ’22 quando ci sarà il sessantesimo anniversario della manifestazione.

Questo SuperSalone ha un sacco di cose interessanti: ci sono i brand con le novità degli ultimi 18 mesi, c’è uno spazio molto importante dedicato alle scuole internazionali di design – e questa è una cosa molto bella: dare la possibilità agli studenti che non hanno potuto discutere le tesi di laurea in presenza, di farlo in una cornice così importante. Ci sono spazi dedicati ai designer autoproduttori e c’è uno spazio dedicato al Compasso d’Oro, che è il premio più importante al mondo nel settore del design.
E poi ci sono incontri e talk con artisti, designer, architetti e pensatori di altissimo livello. In Triennale è stata poi organizzata una mostra che si chiama Il Salone / La Città che racconta la storia di tutti gli eventi che il Salone ha organizzato in giro per Milano. E poi ovviamente, visto che solitamente al Salone ogni azienda organizza il proprio catering e quest’anno non era possibile, in fiera ci sono anche delle food court dove 6 chef stellati hanno curato dei menu dedicati al SuperSalone – Cristina Bowerman e Carlo Cracco per citarne giusto due.
L’allestimento di tutti questi “sottotemi” della fiera è poi pensato per ridurre il proprio impatto il più possibile: abbiamo usato pannelli di legno riciclato (che secondo i nostri calcoli ci ha permesso di risparmiare 1,2 milioni di kg di co2) e tutto quanto è assemblato a secco senza l’uso di colle, mentre i 200 alberi all’ingresso poi li doneremo alla città di Milano per il progetto Forestami. Cos’altro dire, venite!

 

Secondo te, questo SuperSalone è una transizione a sé che difficilmente si ripeterà, oppure sta tracciando una rotta per le manifestazioni future?

Ad aprile in realtà sarà importantissimo ritornare con il total look per dare la possibilità alle aziende di costruire quelle architetture che permettono di raccontare il brand inserito all’interno di un contesto dedicato. Altri aspetti invece li testeremo proprio con questa edizione: ci piacerebbe mantenere la dimensione di riflessione e confronto legata agli Open Talk, implementeremo l’identità digital della fiera e in generale penso che dai nuovi contesti, dalle nuove esperienze e dal guardarsi con occhi diversi spesso si trovano nuove strade.

La fiera quest'anno è per la prima volta curata interamente e, se da un lato forse toglie libertà alle aziende, dall'altro sicuramente il messaggio che arriva al pubblico è più chiaro, pur senza perdere complessità. Pensi che la stessa direzione serva anche agli eventi che accadono in città con il Fuorisalone?

La spontaneità di quello che succede in città è indice di grande libertà e per me è un valore importante. Questa spontaneità porta anche tanta freschezza a quello che succede. Il Salone del Mobile è il detonatore, anzi il catalizzatore se pensiamo alle reazioni chimiche: fa in modo che tutto succeda e in più dà una visione d’insieme – che nell’ultimo anno e mezzo è mancata tantissimo. Sicuramente la pandemia ha imposto a tutti i settori di guardarsi meglio e di fare un esame di coscienza; il design ha un ruolo importantissimo in questo momento storico che è quello di ridisegnare non solo l’ambiente domestico, ma anche gli spazi della collettività. Quindi il design ha anche la responsabilità di non proporre soluzioni posticce, ma cambiamenti radicali che però rispettino la qualità, la bellezza, la funzionalità. Soprattutto penso che si debba ripartire dalla qualità piuttosto che dalla quantità o dalla grandezza. Di quelle ce ne occupiamo poi. Adesso mettiamo al centro la qualità dei prodotti, la qualità delle mostre, la qualità dei progetti, la qualità del tempo che trascorreremo insieme, la qualità degli incontri e la qualità delle riflessioni. E sono sicura che lo farà anche la città.