Monica Naldi Cinema Beltrade

Il monosala che dal grande schermo arriva dritto al cuore di chi ci va

Scritto da Piergiorgio Caserini il 12 marzo 2021

Foto di Anna Adamo e Guido Borso

Una delle prime cose che si conoscono nel quartiere è il Beltrade. C’è da sempre e tutti ci sono affezionati, per molte ragioni. Dalle programmazioni pressoché uniche al clima di familiarità che si ha quando si entra, si chiacchiera, si prende un rosso al bar dell’oratorio aspettando che il cinema cominci. Due motivi tra tanti. Abbiamo chiacchierato con Monica Naldi, di Barz and Hippo, che si occupa della storica sala da parecchi anni.

Foto di Anna Adamo e Guido Borso
Ingresso Cinema Beltrade

Ci racconti la storia del Beltrade e di voi?

Il Beltrade esiste da decenni, dagli anni Trenta, e non c’è nessun documento che ci dica esattamente quando abbia aperto. È nato poco dopo la costruzione della chiesa, assieme ai locali attigui. Nel corso del tempo è stato gestito in diversi modi, principalmente come cinema parrocchiale, ma per un breve periodo fu anche sede della cineteca italiana. Siccome lì in via Soperga c’erano tutte le case di distribuzione e altre realtà dell’indotto cinematografico, era una sala comoda per fare le anteprime stampa. Nel tempo la sorte del cinema dell’oratorio è andata calando. Prima che arrivassimo noi era programmato dall’Anteo, e nonostante questo c’erano delle difficoltà. A un certo punto il cinema si ritrovò senza programmatore, con un’attività in calo, pochi volontari e il profilarsi del passaggio al digitale.
In pratica stava per chiudere. Noi (Barz and Hippo) siamo stiate chiamate in quel momento, perché di mestiere gestivamo le sale, realizzavamo rassegne, arene estive… Avevamo già collaborato con il Beltrade in passato, conoscevamo uno dei volontari e ci ha chiamati. Li abbiamo aiutati a partecipare a un bando Cariplo, soprattutto per il proiettore digitale, e l’hanno vinto. A quel punto siamo entrati come fornitori del servizio di gestione della sala a tutti gli effetti, e con i finanziamenti si è anche riusciti a implementare attività come il cinema per bambini. Ci siamo messi a farlo quasi come volontariato, perché all’inizio non c’era la prospettiva di avere degli incassi. Anche perché il Beltrade è una monosala di periferia. Dico questo perché molti milanesi continuano a considerarla tale, ma soprattutto perché lo è per il sistema del cinema, non è una sala importante del centro insomma, non ha potere contrattuale e non può ricevere film in prima visione dalle grandi distribuzioni. Era un cinema di proseguimento, e proseguimenti molto vecchi diciamo.

Come avete cambiato questo cinema?

All’inizio tentammo di dare continuità, incrementando un po’ la programmazione. Ma poi abbiamo visto che non era sufficiente a far campare il cinema, non era sostenibile, e oltretutto non ci piaceva fare questi film vecchi e stravecchi, quando ce li davano poi. Cosa che a volte ti fa pure innervosire.

Decidemmo allora di fare una cosa diversa: lavorare con film e distribuzioni indipendenti, che cominciavano a nascere soprattutto con il passaggio al digitale, come Cineclub internazionale ed Exit Media, fra le prime con cui abbiamo lavorato. Oppure film autodistribuiti dai registi stessi, come La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli. Insomma, abbiamo iniziato a lavorare con cose diverse e che ci piacevano. E lì abbiamo cominciato ad avere film proprio perché abbiamo trovato dei canali diversi. Poi Paola ha capito da subito che per far tornare i conti e avere anche una programmazione più interessante, che potesse a poco a poco richiamare più spettatori, avremmo dovuto fare una multiprogrammazione. Non avere perciò un solo film al giorno o alla settimana, ma due, tre, quattro, cinque, fino a sette film al giorno. Questo all’inizio anche perché ci dispiaceva mandare a casa un film per averne un altro. Infine, abbiamo subito deciso di proporre tutti i film, salvo quelli destinati ai bambini, in versione originale sottotitolata, secondo noi l’unico modo per avere un’esperienza completa e genuina di un film.

Queste strategie hanno portato in sala un pubblico sempre più folto. E se da una parte ce l’aspettavamo, perché abbiamo sempre pensato che gli spettatori sono molto più intelligenti di come solitamente li dipingono i “professionisti del settore”, dall’altra siamo state sorprese dai numeri.

Mi pare quindi che il Beltrade per come lo conoscano tutti nasca tanto da esigenze private quando da necessità della zona.

Più che altro da una questione di necessità e di gusti. Abbiamo deciso di fare qualcosa che ci piaceva e che avremmo potuto fare, scommettendo sul fatto che ci sarebbero state persone pronte a recepire il messaggio, sia nel quartiere che altrove. È chiaro che ci siamo subito resi conto che questo quartiere – che ancora non si chiamava NoLo – era sì un quartiere multiculturale e multietnico, ma era anche ricchissimo sia di studenti che di professionisti del mondo della comunicazione, del cinema, delle arti e via dicendo. Abbiamo scoperto che il quartiere era un terreno molto fertile. Abbiamo anche avuto la fortuna di aver fatto una scelta che da subito ci ha fatto conoscere al mondo dei più cinefili, dei più attenti, anche negli altri quartieri o fuori città, perché semplicemente sono film che non trovi da nessun’altra parte.

Come vi siete trovate con questa recente trasformazione del quartiere?

Probabilmente abbiamo contribuito a questo sviluppo, così come chi ha inventato il nome di NoLo, suo malgrado, scherzandoci sopra. Credo proprio che chi lo ha fatto non intendesse produrre quello è successo poi, la brandizzazione del quartiere.

Rispetto al discorso sul quartiere, da quando si è iniziato a parlare e scrivere di NoLo, siamo sempre state piuttosto scettiche e timorose del fatto che questa improvvisa e indebita fama del quartiere potesse favorire un aumento degli affitti, l’espulsione di parte degli abitanti, la chiusura di alcuni negozi. Che poi non è Isola e nemmeno i Navigli, ma continua a essere un ibrido dove alcune persone cercano di disegnare il quartiere come qualcosa che non è o non è del tutto. Ci sono anche molte altre persone che sono poco felici di questi cambiamenti, e di questo voler assolutamente creare la sensazione che si sia un qualche luccichio, un’atmosfera che alla fine si riduce molto spesso alla movida. Poi il quartiere ha e aveva già da prima grandi pregi e attività interessanti. Insomma, credo non si debba esagerare il discorso di queste trasformazioni, né gongolarsi troppo. Perché ci sono problemi reali, come il fatto che è quasi completamente privo di verde e la vita comincia a essere cara a partire dagli affitti… e naturalmente ci sono aspetti positivi e c’è stato un aumento delle iniziative e delle attività collettive, che coinvolgono molti cittadini.

Io personalmente ho sempre apprezzato molto questo clima conviviale, la complicità con il bar dell’oratorio… in cui un po’ rivedo il quartiere.

A noi il bar dell’oratorio piace tantissimo, e quello che abbiamo cercato di conservare dalla gestione precedente – ma che arriva anche da una nostra idea di cinema – è quell’atmosfera famigliare, capace di accogliere le persone in maniera diretta. Per dirti spesso siamo io e Paola alla cassa, anche se ci siamo ingranditi e abbiamo dei dipendenti. Qui tutti fanno un po’ di tutto, i social, la cassa, vari ruoli, e ci piace avere il contatto diretto con gli spettatori, sentire cosa dicono quando escono, parlare di cinema e di altro accogliendoli senza mediazioni, come il vetro (adesso purtroppo c’è il plexi) o la vendita online dei biglietti. Che è molto diverso rispetto ai cinema più grandi, dove l’accoglienza è più meccanica e impersonale. Poi volevamo (e vogliamo) evitare di diventare un posto chic, snob, che se la tira, con un’aria di cinefilia eccessiva. Tant’è che abbiamo una grande varietà di film per gusti e spettatori diversi. Non è sicuramente un cinema che si rivolge a una nicchia, ma a tante fasce di spettatori con gusti diversi.