Naomi Accardi

Via Padova, il mondo e il pallone tutto in una strada

quartiere NoLo

Scritto da La redazione il 19 aprile 2021

Foto di Anna Adamo e Guido Borso

Su Naomi potremmo dire tante cose. Potremmo iniziare parlando del suo background siculo/emiliano e delle tante permanenze in giro per il mondo. Potremmo accennare al suo lavoro di editor e consulente creativa. Potremmo sicuramente consigliarvi di stare a sentire cosa ha da dire nelle sue conversazioni su Instagram e passare ore a discutere del legame tra sport e comunità, con lungooooo focus sul calcio. Potremmo fare tutto questo, oppure no. Con Naomi siamo aperti all’imprevisto ed è da questo che vogliamo partire.

Naomi in via Padova – foto di Anna Adamo e Guido Borso
via Padova – foto di Naomi Accardi

Come è che sei venuta a vivere in via Padova? è stato un colpo di fulmine o una scelta lenta e ponderata?

Partendo dal presupposto che sono sempre stata pro Milano nord, la scelta di Via Padova è stata un mix di varie cose. Dopo anni all’estero, al mio rientro in Italia mi sono accorta che i prezzi degli affitti si erano alzati tantissimo rispetto a quando ero partita e non me la sentivo di pagare cifre assurde per un appartamento di basso livello e quindi ho deciso di fare uno sforzo un pò più grande e acquistare casa. Porta Venezia sfortunatamente non rientrava nel mio budget e così mi sono spinta un pò più a nord, arrivando a Via Padova, di cui mi sono innamorata subito. Essendo abituata a vivere in città molto più internazionali di Milano e reduce da due anni negli Emirati Arabi, la varietà che offre questa zona è unica ed è stato uno dei principali motivi che mi ha spinto a fermarmi qui. Non essendo particolarmente amante di Milano, la multiculturalità di Via Padova mi rasserena.

Il quartiere ha avuto per anni lo stigma di “luogo pericoloso” ma da qualche tempo si è conquistato un acronimo e molti riflettori, come interpreti questo movimento? ha portato dei cambiamenti interni?

Mah, sinceramente credo che bisogni fare una distinzione tra la zona di Via Padova/Trotter e la zona che si espande da Viale Monza, Piazza Morbegno, Via Soperga.
La riqualificazione di quella zona ha sicuramente portato a un miglioramento del quartiere con tanti locali “hipster” e un ripulisti del “degrado”. Li sicuramente la riqualificazione borghese ha funzionato. Per quanto riguarda Via Padova e dintorni, non mi sento di poterla fare rientrare nel rebranding Nolo. Questa zona, come anche Pasteur, è da sempre stata la casa di migranti prima dal Sud Italia e poi dal resto del mondo. È considerata “pericolosa” solamente perchè la gente non è abituata al diverso o ad abitare in città dove si vive per strada. Il bello di questo rione è proprio la sua variegata fauna e la vivacità dei suoi abitanti. L’unica cosa che ritengo negativa è la sporcizia che certe dinamiche lasciano per strada. Del resto non vorrei mai che i negozi etnici che si possono trovare a ogni angolo qui vengano sostituiti da bar wanna be New York. Durante il lockdown ha chiuso uno dei miei posti preferiti, un ristorante/pasticceria Siriano chiamato Ward. I proprietari Basil e suo padre Jamal erano simpaticissimi e pre-Covid mi fermavo sempre a chiacchierare con loro anche se non mangiavo.
Il problema della riqualificazione è che non è mai pensata per gli abitanti che occupano la zona da anni ma per ipotetici futuri investitori ai quali non gliene frega niente della comunità se non di compare a prezzo basso e rivendere al triplo.

La presenza di comunità etniche differenti è uno dei tratti caratteristici di NoLo e la diversità è un tema che affronti spesso nei tuoi progetti. L’interesse per queste tematiche è avvenuto prima o dopo essere venuta a vivere qui?

Sono cresciuta in ambienti internazionali. A 4 anni mi sono trasferita in Indonesia con la mia famiglia per motivi di lavoro e da allora sono sempre stata contatto con persone di nazionalità e religione diversa cambiando varie volte città e addirittura nazione quindi diciamo che l’interesse per queste tematiche è avvenuto un pò per osmosi. Banalmente, mio padre è palermitano e mia madre è modenese per quanto ora possa sembrare la normalità al giorno d’oggi, anche solo la diversità tra la cultura del nord e sud ha influito molto sui miei interessi e le tematiche che affronto nel mio lavoro. Quindi questo tipo di ricerca non mi è nuova per niente. Anzi, nasce tutto dal mio essere un mix tra Nord e Sud e cercare di capire le mie radici siciliane a cui purtroppo per tantissimo tempo non ho dato molte attenzioni.

Risparmiando al lettore (ciao ignaro lettore!) i discorsi urbanistico/antropologico che abbiamo sviscerato in tante chiacchiere. Vivere qui è una scelta che pensi influisca sulla tua creatività?

Sicuramente si perchè questo quartiere è pieno di sorprese e personaggi interessanti. Tutto si mescola in modo molto spontaneo e sopratutto adesso che non posso viaggiare, Via Padova regala un sacco di emozioni sempre.

In qualche modo il quartiere si sta radicando nell’immaginario come luogo-cliché. Trovi che le sue caratteristiche si siano genuine o imposte?

Credo che le sue caratteristiche siano genuine finché non riproposte in chiave safari da personaggi esterni alla zona che si appassionano al luogo solo perchè va di moda parlare di degrado e l’interesse verso quartieri “malfamati” (sinceramente non trovo Via Padova un posto pericoloso) è solo uno strumento per sentirsi meglio con se stessi su Instagram.

Secondo te cosa cerca chi viene oggi a vivere qui? Ma soprattutto lo trova? Tu cosa hai trovato?

Chi viene a vivere qui trova una comunità internazionale, divertimento e un ambiente rilassato che ricorda il paese. Se una persona è aperta a integrarsi e non ha pregiudizi, la zona di Pasteur/Via Padova/Trotter offre un sacco di bellezza. Penso che il Trotter, anche per la sua storia, sia il parco più bello di Milano. Io in Via Padova ho trovato la gentilezza e vivacità che non riesco a trovare in nessun altro quartiere di Milano. Il silenzio del mio appartamento con giardino (quasi impossibile da trovare in altri posti) e qualsiasi tipo di alimento o bevanda a qualsiasi ora del giorno nei negozi multi-etnici della strada. In più tanto divertimento perché come dicevo prima, ogni giorno scopri qualcosa di nuovo.

Tra le realtà del quartiere quali sono quelle a cui sei più legata? Come hai conosciuto Joanna Borella e il progetto Bimbe nel Pallone? Come è nata la vostra collaborazione?

Sicuramente Bimbe nel Pallone è un progetto a cui tengo molto. Anche Potlach, associazione culturale e libreria è un posto in cui mi ritrovo spesso e adoro. Ho conosciuto Mr Jo totalmente a caso uno dei primi giorni post primo lockdown. Era una bellissima giornata di Maggio e sono uscita a fare una passeggiata al parco Trotter. Qui mi hanno raccontato di lei… e l’ho contattata perché il suo progetto mi intrigava. La nostra collaborazione è iniziata perché mi avevano chiesto di lavorare a una storia sul calcio femminile e ho pensato che l’iniziativa di Jo fosse perfetta… e infatti così è stato. Dopo l’intervista siamo diventate amiche e spero di poterla aiutare a continuare a dare la possibilità alle bambine (e non solo) del quartiere di fare sport e utilizzare il calcio come strumento per l’integrazione e uguaglianza.

“Imprevisti” dicevamo, un quartiere si fa scoprire una passeggiata per volta. Cosa ti ha regalato di inatteso NoLo?

Sicuramente Joanna è stata una bella sopresa, ma la cosa più bella è stato scoprire la palestra solarium del Trotter la prima volta che cono andata al parco. È un posto meraviglioso.