Renato Buganza

«Un vino artigianale assomiglia alla collina che l’ha prodotto, un vino industriale no»

Scritto da Simone Muzza il 9 novembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

In occasione di La terra trema, l’appuntamento dedicato a vini e vignaioli autentici e indipendenti, agricolture periurbane, cibo e poesia dalla terra che ci ha fatto conoscere e innamorare di tantissime bottiglie e storie, abbiamo fatto una chiacchierata con alcuni tra gli espositori, scelti con gli organizzatori dell’evento novembrino al Leoncavallo perché tra i più rappresentativi della manifestazione: dopo Emanuele Crudeli di Terre Apuane, abbiamo incontrato Renato Buganza (Vigevano, 27/02/1944).

ZERO – Hai un ricordo d’infanzia legato al vino?
Renato Buganza – Del contatto con la natura ne era impregnata la mia infanzia, tra giochi e curiosità mi sono diplomato perito agrario e la mia ricerca di un luogo dove esprimere la mia relazione con la natura mi portava a 15 anni a fare le vendemmie nell’Oltrepò pavese, con qualche primo approccio enologico. Il ricordo d’infanzia che mi affiora è il piacere che mio padre esprimeva quando riusciva a comprarsi un mezzo litro di vino. Poi gli amici dei miei fratelli che festeggiavano la vita con un pezzo di salame e un bicchiere di vino: allegria semplice e pura. Devo dire che questo vissuto mi ha coltivato il desiderio di produrre il vino per mio padre e per le persone che lo apprezzano.

Ti sei sempre occupato di vini?
Dopo il diploma, conservando sempre la relazione con la campagna, ho fatto diversi lavori non agricoli, anche se con un mio amico cercavamo con passione la possibilità di trovare della terra da coltivare. Intanto il desiderio di andare come volontario in Africa si concretizza e nel 70 volo nella repubblica Centrafricana dove rimango 3 anni coi profughi del Sudan, ai confini con questo paese. Qui, tra altri impegni, ho anche quello di seguire l’orto, che cerco di far coltivare anche ai ragazzi della scuola per i loro fabbisogni, con poco successo.

Puoi presentare la tua azienda?
Tornando dall’Africa, nel ’73, sentivo il bisogno e con me Agnese, mia futura moglie, di mettermi in gioco nella società, senza compromessi, pensando che la vita in campagna potesse essere più vera e libera rispetto ai lavori produttivi che offriva la città. Così abbiamo fatto diverse esperienze alla ricerca della situazione ideale per noi, che è arrivata nel ’76 nella cascina dove siamo tuttora. Ho continuato a produrre uva e vino, come già avevo nelle esperienze precedenti, ma finalmente ho potuto fare come volevo io. Come perito agrario avevo un utile bagaglio tecnico, ma il mio desiderio di approfondire ogni cosa, mi ha pernesso di produrre vini di qualità.

Che uve coltivate, che vini producete, in che quantità, quanto costano?
Produciamo uve Chardonnay, Roero arneis, Dolcetto d’Alba, Barbera d’Alba, Nebbiolo d’Alba e Roero da uve Nebbiolo. Come vini decliniamo l’Arneis in classico giovane, spumante con Chardonnay, e passito. E poi il Dolcetto d’Alba, due selezioni di Nebbiolo, classica e affinata 18 mesi in legno, tre selezioni di Barbera, con questa è la terza vendemmia che facciamo un Barbera senza solfiti, oltre a quella classica superiore e quella affinata in legno grande e piccolo per 18 mesi. Facciamo anche un blend Barbera e Nebbiolo che chiamiamo Langhe. Produciamo anche un rosato. Un totale di 20/30000 bottiglie. I prezzi dei nostri vini vanno da 3,9 euro a 9,40 e non sono molto lontani dai costi di produzione.

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Quante persone lavorano da voi?
Oltre a me e a mio figlio, mia moglie gioca un ruolo importante per l’accoglienza dei clienti, abbiamo un operaio e nei momenti caldi per il lavoro ci facciamo aiutare da cooperative. Abbiamo avuto anni molto impegnativi con persone in difficoltà che venivano a cercare se stessi, ma per noi era un grande lavoro che non abbiamo potuto continuare. Oggi non riusciremmo a seguire nuovi inserimenti, sia pur senza problemi particolari.

Come descriveresti La terra trema? Hai già partecipato? Cosa ti ha spinto a prendere parte a questo tipo di evento?
Abbiamo partecipato al Critical Wine e poi diverse volte a La terra trema. La Terra Trema è un bell’incontro tra le energie positive dei ragazzi che la organizzano, i produttori e i consumatori. C’è una bella atmosfera, serena ed allegra, che fa sperare in un futuro migliore. Il contesto del Leonka è il simbolo di una gioventù che non ci sta ai giochi sporchi e per me è aria buona…

Naturale, biologico, biodinamico, artigianale… Le definizioni sui vini si sprecano, e il consumatore è sempre più confuso. Voi come definireste il vostro vino?
Il nostro vino è artigianale, non biologico, ma ho molto rispetto per chi lo fa così. Uno dei lavori che ho fatto è il tecnico agricolo e mi son sempre impegnato a coniugare il sogno con il reale. Non avevo mai usato insetticidi fino a quando la flavescenza ha obbligato, per legge, a intervenire. Sono da sempre attento all’ambiente e da quest’anno non usiamo più diserbare sotto le file.

Il tuo vino contiene solfiti aggiunti?
L’aggiunta di solfiti è un uso antico, che una volta era fatto bruciando lo zolfo nelle botti. Noi cerchiamo di metterne il meno possibile, ma certi vini, certe annate rischiano di non conservarsi e chi ha un’azienda non può rischiare di non incassare lo stipendio per questa variabile, a meno che abbia una folla di consumatori che accettino di condividere il rischio.

Ma un vino artigianale è migliore a prescindere da uno industriale? O è solo più sano? E poi, sei sicuro che zolfo e rame sono più sani per l’organismo?
Un vino artigianale assomoglia alla collina che l’ha prodotto, un vino industriale no.

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La maggior parte dei vini sul mercato sono prodotti con diserbanti, concimi di sintesi, pesticidi, ingredienti di originale animale… Sei favorevole a una normativa che costringa i vignaioli a scrivere tutto quello che c’è nelle bottiglie e come viene ottenuto il vino? Perché? In caso affermativo, pensi sia un traguardo raggiungibile in tempi brevi?
L’orientamento sui prodotti da impiegare è impegnativo, ma oggi ci sono consulenti che aiutano a farlo con cognizione di causa. Un’etichetta diventerebbe un opuscolo dovendo scrivere tutte le informazioni. In Francia alcuni produttori scrivono in etichetta: non filtrato, perché il consumatore pensa che filtrare porti chissà quali danni, ma è la stessa cosa che si fa col tè per separare i fondi, un fatto meccanico. Mi sembra che scrivere tutti i passaggi sull’etichetta richiederebbe da parte del consumatore la conoscenza che di solito pochi hanno, e anche quelli che fanno corsi di degustazione dicono spesso delle fregnacce. In sostanza mi sembrerebbe esagerato scrivere il romanzo del vino per ogni etichetta, subendo la critica di un consumatore disinformato: aumenterebbe la confusione. Oggi il produttore è soggetto a controlli da parte di molte agenzie (Nas, finanza, vigili, guardie forestali, repressioni frodi nazionale, repressione frodi provinciale, valoritalia, consorzi e così via), ognuno di questi controllori può fare multe gigantesche per errori formali tipo un puntino messo al punto sbagliato, mentre noi abbiamo bisogno di semplificazione: sembra che i controlli, che pure generano multe notevoli, non riscontrino mai problemi sulla qualità del vino, ma sulle scartoffie invece… Si deve stabilire una relazione di fiducia tra il produttore e il consumatore, ma non sono le etichette che lo favoriscono, ma l’incontro. I disonesti sanno fare etichette perfette, con qualsiasi regola!

3 bottiglie che porteresti sulla Luna.
Sulla Luna porterei le mie: lo spumante Claudette, il Barbera superiore Gerbole, il Roero rosso riserva.

Cosa bevi a parte il vino?
D’estate qualche birra.

Cosa significa per te bere responsabilmente? Bevi tutti i giorni?
Bere responsabilmente per me vuol dire gustare il vino, lentamente, a piccoli sorsi in proporzione al cibo. Bevo tutti i giorni, mi capita di andare un po’ oltre quando sono in compagnia, ma mai di sbronzarmi.

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Gli organizatori
Emanuele Crudeli
Alfonso Soranzo
Paola Leonardi e Walter Loesch
Marilena Barbera