Sarah Brizzolara

Dalla crisi ecologica alla vulnerabilità: i giovani movimenti ambientalisti

Scritto da Piergiorgio Caserini il 9 giugno 2021
Aggiornato il 16 giugno 2021

Negli ultimi anni i movimenti ecologisti hanno intessuto una serie di relazioni e manifestazioni che li hanno portati sulla bocca di tutti, tanto che pure nelle pubblicità delle compagnie telefoniche compare un cartellone con l’ormai celeberrimo There is no planet B. A essere schietti, ci sono voluti 55 anni dalla pubblicazione di “Primavera Silenziosa” della Carlson perché la crisi ecologica apparisse per quel che è: indubbiamente presente. Era il 2018 quando, parallelamente, nascevano il Fridays For Future e Extinction Rebellion. Gli attivisti e i manifestanti delle mobilitazioni sono tutti giovanissimi, e per l’occasione della sua TED talk in Triennale abbiamo intervistato Sarah Brizzolara, giovane monzese e attivista ambientale.

 

 

Quali saranno i temi del tuo intervento ai TEDxYouth@Milano?

Il mio talk si intitolerà Scoprirsi vulnerabili fa bene al pianeta. Parlerò di come pensare noi stessi e il pianeta come esseri vulnerabili apra a una prospettiva diversa rispetto all’impegno che ognuno di noi può mettere in gioco rispetto alla crisi ambientale. Mi piaceva coniugare il mio impegno da attivista ambientale con la questione della vulnerabilità, soprattutto dopo quest’anno e mezzo di pandemia, quando ci siamo scoperti più fragili e meno indistruttibili di quanto credevamo.

Molto si è detto sulla vulnerabilità sociale ed emotiva di quest’anno, ma si è anche discusso molto di un concetto recente coniato da Taleb, l’antifragile: non sapere che ti spezzerai, ma che l’urto può essere sfruttato a tuo vantaggio.

Il discorso è che dobbiamo anche ricordarci che, a differenza di certe ostinatezze che si ritrovano nei discorsi comuni, non siamo indispensabili. Volendo il pianeta può andare avanti tranquillamente senza di noi. Non si tratta di “salvare il Pianeta” – che è un brutto termine, antropocentrico – ma di capire come porsi rispetto a esso. La questione della vulnerabilità è importante nel momento in cui ci si riconosce vulnerabili. È un passaggio che permette di pensare la nostra relazione con l’ambiente in altri termini.

 

Da quanto tempo sei impegnata nell’attivismo?

C’è un episodio che racconto sull’inizio del mio attivismo, di quando avevo sei anni! C’era un campo a cui ero molto legata, ci passavo davanti tutte le mattine per andare a scuola finché non sono cominciati i lavori per costruirci una strada. Ci ero molto affezionata, e mi sono intestardita talmente tanto che ho scritto al Presidente della Repubblica dicendogli che quella strada non si poteva fare, ciò che provavo per quel campo era decisamente più importante di una strada qualunque. Poi l’attivismo reale inizia ad aprile 2019, quando ho deciso di seguire le orme di Greta come tantissimi altri ragazzi nel mondo, scegliendo di mobilitarsi e di scendere in piazza per far sentire la propria voce rispetto crisi climatica e ambientale.

Uno dei tuoi punti fermi è Alexander Langer, figura importantissima della mobilitazione “verde” nonché, in fondo, vero e proprio iniziatore del movimento ecologico in Italia. Nonostante questo, ho sempre avuto l’impressione che molti non abbiano la minima idea di chi sia, vero? Come l’hai conosciuto?

Spesso no, e la ragione è che si pecca di egocentrismo. Non si va a guardare chi c’è stato prima di te. Ma è anche vero che quando lo citi le persone si interessano. Langer morì nel 1995, l’anno in cui nacqui io. Ed è una figura molto importante, soprattutto dopo tutto quello che è successo nell’ultimo anno e mezzo. Mi piace pensare che nonostante tutto questa pandemia ci obblighi a ripensare il rapporto tra uomo e natura, a costruire ponti – come diceva Langer, che si definiva “costruttore di ponti” non solo tra comunità diverse ma anche nel rapporto che l’umanità intrattiene con i suoi spazi. È fondamentale poter pensare di ricostruire una società in questi termini. Pensa, io sono passata tra gli amici e i collettivi d’attivismo come la persona che parla di Langer.

C’è una forte attualità nel pensiero e nei testi di Langer, nonostante siano passati ventisei anni dalla sua scomparsa. Quali aspetti del movimento ecologico degli inizi sono secondo te ancora validi?

Avevo scritto un articolo su Langer apparso su Domani, dove facevo notare come il suo pensiero, i suoi scritti, fossero ancora incredibilmente attuali dopo venticinque anni. Per me è importantissimo un suo testo: La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Si tratta di capire che purtroppo e molto spesso l’essere sostenibile è strettamente legato a uno status sociale, mentre la sostenibilità dovrebbe essere alla portata di tutti: una vera e propria transizione culturale, non un appannaggio di pochi. Soprattutto in Italia, i movimenti verdi sono sempre stati un po’ i movimenti dei fighetti. A Monza, dove faccio un po’ di attivismo politico, ho spinto per fare un evento su Langer con Marco Boato, che ha scritto un ritratto di Langer e condiviso diverse iniziative, perché credo sia utile che venga finalmente riconosciuta la sua figura e il suo pensiero, perché era decisamente fuori dai suoi tempi.

 

Alexander Langer, 1983

Tu sei stata attivista per il Fridays For Future, cosa ci racconti delle movimentazioni?

In realtà da ottobre ho smesso perché ho preso un posizionamento più partitico. Essendo un movimento che non vuole identificazioni ho dovuto scegliere. Il Fridays for Futures qui a Milano era inoltre diventato appannaggio dei centri sociali, che usavano il movimento per rivendicare istanze e schierarsi contro alcuni progetti sull’ambiente, a partito preso. E a me non andava bene. In questo momento sono responsabile ambiente e transizione ecologica per i giovani democratici in Lombardia, e ho accettato perché lì avrei avuto più voce, più incidenza sulle scelte effettive. Anche perché purtroppo i Fridays hanno subìto molto la pandemia. Diciamo che stando in un contesto più partitico ci sono occasioni di confronto più ampie. E trovi di tutto. Dalle opinioni più assurde a chi da tempo ha davvero a cuore le questioni ecologiche.

Ciò che colpisce dei movimenti ecologisti odierni è lo scarto generazionale. Tanto il Fridays For Future quanto Extinction Rebellion sono mobilitazioni di giovanissimi. Quanto è diffusa la consapevolezza della crisi ecologica nelle generazioni più giovani?

Dipende, me lo chiedo spesso anche io. Sicuramente molto dipende da un vissuto personale. Tante persone della mia età se ne fregano completamente, ma di certo la mia generazione è decisamente più consapevole dei temi ambientali e della sostenibilità sociale. Ci facciamo molte più domande dei nostri genitori rispetto a che cosa stiamo andando a fare, ad acquistare, cosa c’è dietro un prodotto o a un processo. Poi negli ultimi anni sono molto cambiate le consapevolezze anche a livello istituzionale. Basta pensare che è stata introdotta l’educazione ambientale nelle scuole, così che anche i bimbi più piccoli crescano con una mentalità più adeguata ai nostri tempi.

Quanto fa, a livello di consapevolezza, l’interesse delle istituzioni e quanto il trend – perché alla fine dobbiamo anche dire questo – dell’eco-friendly, con annesse le questioni di greenwashing?

Non mi piace molto parlare di greenwashing, perché si tratta di una consapevolezza che si fa sempre più forte e diffusa. Dall’uso di loghi, un’estetica precisa, le certificazioni green… Inevitabilmente negli ultimi due anni, e grazie soprattutto alle motivazioni dei giovani, è molto figo parlare di ambiente, e non solo in politica. Aziende, brand… tutti ne parlano. E noi abbiamo la possibilità di informarci e discernere le parti. Bisogna capire chi può rappresentare le istanze ecologiste a un livello politico e saper distinguere: se è giusto una pennellata di verde o è una questione reale. Certo, non ha senso scaricare le colpe sugli altri, ma ce l’ha chiedersi cosa si può fare nel proprio. E anche qui subentra un vissuto personale. Per esempio, io sento la necessità di vedere le cose cambiare su scala più ampia, mentre altri – molte campagne soprattutto – si focalizzano sul singolo, del tipo «Hey, stiamo facendo interventi per evitare la crisi climatica, però chiudi l’acqua quando ti lavi i denti». Si è fermi agli anni Settanta.

Chiudiamo con il futuro prossimo: prospettive per la COP?

Ti dirò, non sono positivissima. Il problema sull’articolo 6 (il più discusso, sulle emissioni) è che a ogni paese o azienda è in fondo permesso di delocalizzare la produzione, e di conseguenza le emissioni e il riassorbimento della CO2. Una cosa che avevo già provato a fare, rispetto alle aziende, era incentivarle a una transizione territoriale: investire in progetti sul territorio e ambientali nella propria regione. Gestire in modo responsabile aree verdi sarebbe già un grande impatto sull’ambiente e la qualità di vita.