Saul Marcadent

Curatore indipendente, ci racconta la sua integra-azione sulla città, definendo punti cardinali nella geografia complessa dove convergono editoria, moda, arte e design.

Foto di Alan Chies

Attività

Curatore

Scritto da Jacopo Miliani il 31 ottobre 2019
Aggiornato il 1 novembre 2019

L’avete riconosciuta? Quella è la rete che separa l’area della sede Iuav all’ex Cotonificio Santa Marta con la banchina all’inizio del canale della Giudecca. È qui che Saul Marcadent appoggia le sue spalle integrandosi nel paesaggio lagunare. Ed è proprio di questa “integra”-“azione” che vogliamo parlare. Fare cose a Venezia. Hai detto niente. Curatore indipendente, profondo conoscitore delle più interessanti avventure editoriali al confine tra le diverse discipline, siano moda, arte, o design, seguire i suoi radar significa sapersi orientare nel labirinto della contemporaneità, e della città. Questione di punti cardinali, e non solo. Imprescindibile parte del paesaggio culturale veneziano: ben tornato sui nostri schermi Saul.

   Venezia è una città con un flusso continuo di idee e di persone. Quali sono i tuoi punti di riferimento (luoghi e persone) all’interno di questa città?
«In ordine sparso: la biblioteca dell’Università Iuav di Venezia, aperta fino a mezzanotte, luogo dello studio e della ricerca ma anche spazio d’incontro e presentazioni di libri; la geografia diffusa della Biennale; Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina; Spazio Punch, luogo in cui progetti anche molto complessi prendono forma con una certa facilità; il gruppo di lavoro che allo Iuav si occupa di moda, con cui collaboro quotidianamente; lo studio dell’artista Carolina Raquel Antich; il Teatrino di Palazzo Grassi; la Serra dei Giardini; Piazzale Roma; Muji e Flying Tiger nei paraggi della stazione; la biblioteca della Fondazione Querini Stampalia con i tavoli ovali di fine ottocento e le lampade progettate da Carlo Scarpa».

Libro vivo

   Il festival Libro vivo, da te curato a maggio 2019 e presentato durante l’opening della Biennale Arte, sembra tracciare un percorso tra l’oggetto libro e il suo “performare” fisicamente e mentalmente. Puoi raccontarci cosa è accaduto?
«Per tre giorni, nella biblioteca Iuav, un gruppo di autori attivi nell’orizzonte editoriale italiano ha messo in scena dei libri. Attraverso il formato della conversazione ma anche privilegiando narrazioni visive, speech programmatici, campionature audio e grafiche. Talvolta favorendo la prima parola del titolo, altre volte la seconda. Ci sono stati cortocircuiti, rimbalzi, momenti carichi di emotività. L’architettura di Libro vivo è un vocabolario di circa trenta parole, accese via via nel corso del festival: abbandono, archivio, censura, collaborazione, corpo, critica, critica politica, cultura visuale, desiderio, drammaturgia emotiva, fotografia, intimità, Italia, montaggio, natura, novecento, politiche della rappresentazione, pubblicabile-impubblicabile, performance, realtà occultata, registrazione, seduzione, territorio, traduzione, Venezia».

   Da dove viene il nome Spazio Punch? Cosa succede al suo interno?
«Punch come la rivista satirica inglese fondata nella prima metà dell’ottocento, come “pugno”, come la bevanda alcolica. Il nome è un’invenzione, nel 2011, di Augusto Maurandi e Lucia Veronesi, i due fondatori. Io sono arrivato qualche mese dopo. Da otto anni lo spazio produce e accoglie mostre, tesse collaborazioni, agisce come una piattaforma offline. Alcuni progetti espositivi, in particolare, hanno contribuito a definirne l’identità: L’edicola, nel 2012, con i lavori di autori connessi a riviste come Apartamento e San Rocco; Naturally Occurring, nel 2013, prima personale in Italia del duo Synchrodogs; 1914 Now, nel 2014, in collaborazione con London College of Fashion e SHOWstudio; Punch Pop Up, nel 2015 e nel 2016, temporary store con prodotti di moda e design di piccoli marchi, studi interdisciplinari e designer emergenti, in molti casi provenienti da scuole italiane e internazionali come Università Iuav di Venezia, Polimoda Firenze, London College of Fashion e Parsons Paris; La fabbrica illuminata, nel 2017, in collaborazione con la Fondazione Archivio Luigi Nono; Jacopo Benassi, Carlos Casas e Saodat Ismailova, nel 2018, tripersonale che tiene insieme il lavoro fotografico, filmico e installativo dei tre autori».

ricerca in archivio

   Venezia è anche una città magica. Abbiamo parlato del presente, del passato e adesso una domanda sul futuro… Banalmente mi viene da chiederti quali sono i tuoi prossimi progetti, ma scegli pure tu di raccontarmi qualcosa legato al futuro.
«Il futuro è certamente legato a doppio laccio con Venezia, città che ho iniziato a frequentare già da bambino che, però, mi sembra di non conoscere mai abbastanza. Qui conduco il mio lavoro di ricerca e trascorro buona parte del mio tempo, sempre con uno sguardo aperto e ricettivo verso quello che accade fuori. Nel futuro prossimo accadranno una serie di cose piuttosto rilevanti, che contribuiranno a mettere nero su bianco alcune riflessioni. Poi, sperimenterò nuovi formati, lavorerò a una mostra e metterò a fuoco alcuni interventi dentro e fuori i confini accademici».