Studio Murena e il suono scuro di Milano

L'underground oltre la nicchia: dal Conservatorio alle contaminazioni tra jazz e rap, il battito metropolitano del sestetto con base ai Navigli

quartiere Navigli

Scritto da Chiara Colli il 4 giugno 2021
Aggiornato il 7 giugno 2021

Foto di Marco P. Valli

Scuro, paranoico, incalzante, urbano e contaminato. Quello di Studio Murena è il suono della giungla metropolitana, di una Milano che scorre su più binari, un flusso di coscienza sinuoso come il jazz e incisivo come solo certo rap sa essere. È su queste coordinate che si muove il sestetto nato dall’incontro di cinque musicisti con formazione accademica – Amedeo Nan (chitarra elettrica), Maurizio Gazzola (basso elettrico), Matteo Castiglioni (tastiere e synth), Marco Falcon (batteria) e Giovanni Ferrazzi (elettronica, sampler) – con le rime dell’MC Carma, lungo un’evoluzione che attualmente ha pochi uguali in Italia e recentemente fermata su disco con l’album omonimo uscito su Costello’s Records.

Una vita precedente, in formazione a tre e orientata al jazz strumentale (con l’uscita, nel 2018, dell’album “Crunchy Bites”), e poi un percorso senza scorciatoie in cui la contaminazione di Studio Murena incrocia il fermento delle scene jazz internazionali (quella afro londinese ma anche il jazz rap americano) con testi e ritmi di una Milano fumosa e frenetica. Dalla vittoria al Pending Lips Festival attraverso vari palchi cittadini e la vittoria al contest Jam the Future firmato JazzMi, Studio Murena è uno dei volti più freschi e meno allineati del panorama rap italiano. Un ponte tra l’Europa contaminata e un angolo della città che si muove sempre a ritmo sostenuto come i Navigli. Ci siamo fatti raccontare i loro legami con la città e i suoi strati più o meno sotterranei.

 

 

Non siete tutti originari di Milano ma una parte fondamentale della vostra formazione è accaduta qui. Quali sono i luoghi e le realtà cittadine che hanno avuto un impatto importante su Studio Murena?

Impossibile non partire dalle classi di elettronica e jazz del Conservatorio di Milano, fortunatamente “l’accademia” è un ambiente meno conservatore di come può sembrare all’esterno, o almeno noi ci siamo mossi sempre in modo libero. È qui che abbiamo costruito la nostra visione e iniziato a sviluppare un’idea di contaminazione, poi divenuta più solida al LUME – Laboratorio Universitario MEtropolitano, dove grazie alle Jam Jazz aperte anche all’hip-hop abbiamo conosciuto Carma e da lì è nata la nostra collaborazione. La contaminazione è un tema ricorrente nella nostra musica, anche nel suo sviluppo visivo: le frequentazioni dei luoghi dell’arte, su tutti l’Hangar Bicocca, sono state altrettanto importanti con performance indimenticabili come quelle di Mark Fell e Philipe Parreno. Per chi di noi è nato a Milano un primo ricordo musicale “formativo” è il Cantastorie dei Giardini Pubblici in Porta Venezia, oggi ricordato con una targa. Altri spazi cruciali per noi sono quelli dove è (stato) possibile ascoltare musica di alto livello – ad esempio Piano Terra, Biko, Ohibò – o negozi di dischi come Backflip, Serendeepity e Dischivolanti. Il progetto, poi, è potuto crescere tanto grazie all’apporto di alcune realtà piccole ma fondamentali per il nostro sviluppo come Camera Oscura in Zona Isola o lo Spaghetti Unplugged all’Apollo.

Se in termini sonori le vostre influenze vanno ricercate fuori dall'Italia, Studio Murena ha un'anima metropolitana in cui si sente forte il battito di Milano.

C’è tanto di Milano nel mood dei nostri brani, sia a livello strumentale sia per quanto riguarda i testi. Nello specifico per due di noi che provengono da due realtà di provincia molto piccole, l’arrivo in una grande metropoli come Milano è stato fondamentale poiché ci ha permesso di acquisire una visione ampia verso una realtà internazionale, arricchendo i nostri nostri strumenti compositivi, avvicinandoci a nuovi generi e stili che una città poliedrica come Milano riesce a catturare e valorizzare. La contaminazione rimane uno dei temi principali nel nostro suono e Milano è meravigliosamente contaminata. Se osserviamo attentamente, nella storia della musica la maggior parte dei generi sono nati in luoghi ben precisi non per caso, ma per una specifica relazione del suono e degli artisti col territorio. Basti pensare all’hip-hop: strettamente legato a tematiche urbane, non poteva che nascere in una metropoli; lo stesso è successo con l’house di Chicago e la techno a Detroit. In anni più recenti lo sviluppo che ha avuto il jazz in Inghilterra è legato alla commistione di culture e alle radici africane presenti da diverse generazioni a Londra – molto interessanti a riguardo sono le compilation in sei volumi London is the place for me, che tracciano le origini di queste radici nella capitale Inglese. Allo stesso modo la nostra musica è nata dalle influenze diverse che ogni componente ha portato nel progetto e sicuramente il fatto di aver studiato ed esserci trovati tutti in una grande città come Milano ha reso possibile questa commistione di culture e sonorità. Milano vive nella nostra musica perchè è una musica scura, spesso la città si trasforma e ci presenta il suo lato più complesso, noi scriviamo la nostra musica in una cantina in periferia, se componessimo in spiaggia a Rimini probabilmente ne uscirebbe qualcosa di completamente diverso. È una contaminazione a tutti i livelli, deriva dal vivere in un luogo in generale e non tanto da un posto preciso nella città, ma dall’energia e dalle sensazioni che un luogo ti trasmette.

 

 

Milano offre una finestra importante su opportunità diverse, scambi, possibilità di vedere molte band dal vivo che magari lasciano il segno, ma dall'altra è una città che tende a omologare molti degli artisti che crescono qui per via di tutta una serie di dinamiche di comunicazione e marketing, almeno a livello più emerso. In che modo questo contesto vi ha indicato le strade da intraprendere o non nella creazione di un'identità definita come la vostra?

Milano è una metropoli complicata ma che, a modo suo, è in grado di accogliere chiunque, sia per quello che riguarda la musica sia per quello che concerne, più in generale, la vita quotidiana. Nonostante Studio Murena si definisca una band milanese, pochi di noi sono nati qui e ognuno vive la città in modo diverso e per certi versi da “outsider” per tutto ciò che riguarda il lato più “glam” che la città può offrire. Confrontandoci, questa è stata senza dubbio una delle prime caratteristiche comuni saltate all’occhio: quattro elementi su sei sono arrivati a Milano da altri contesti – Brescia, Ceva, Mondovì e Lima Perù – anche con l’immagine in testa di trasferirsi in un hinterland che offrisse maggiori possibilità a chi volesse vivere con e per la musica. È vero che spesso Milano, in particolar modo quel lato della città legato alle logiche di mercato che la regolano, tende a premiare l’omologazione e a disincentivare tutto ciò che è innovativo, sperimentale o fuori dagli schemi di mercato; ma è altresì corretto affermare che proprio qui si trovano infiniti punti di interscambio di culture, idee e vibrazioni e che, quando queste contaminazioni riescono a ottenere quel grado di considerazione necessario a creare qualcosa di grande, è probabilmente il miglior contesto in assoluto dove proporle. Potremmo forse dire che la vita nella città scorre su più vie in parallelo e in contemporanea. Da un lato troviamo la città che corre sui binari della finanza e dall’altro troviamo una realtà underground consolidata, che negli anni si è trasformata tanto, vedendo cambiare i luoghi a cui si riferiva. Il nostro punto di forza, in tutto questo, risiede nel cercare di trarre energia da questa realtà underground e di portarla in musica oltre la nicchia. Stiamo cercando di lavorare sull’originalità di un progetto che non si fermi alle logiche di mercato, perché pur non essendo i pionieri di chissà quale genere musicale, cerchiamo di portare avanti una musica che in tanti paesi si sta affermando anche nel mondo del pop: nel resto del mondo chi ama le rime ma non impazzisce per la trap si sta senz’altro appassionando alla scena jazz-rap e noi vorremmo che questo suono e questa cultura si espandesse anche in Italia.

JazzMi è un tassello importante del vostro percorso, una realtà a cui siete sicuramente molto legati come del resto lo è una buona fetta della città. Che tipo di impatto pensate abbia avuto JazzMi su di voi e su Milano? Per come è pensata la manifestazione - l'idea di festival diffuso che mette in connessione varie realtà territoriali, anche diverse tra loro, con un approccio che è molto internazionale – e per come ha acceso un faro proprio sulla contaminazione di cui sopra, in termini di generi musicali e di fruizione di questi.

L’apporto che ha dato JazzMi alla città è stato molto importante per tanti aspetti, innanzitutto ha regalato a Milano un festival di altissimo livello e ha dato spazio agli artisti più grandi sino a offrire supporto e un palco a tante realtà musicali piccole e sconosciute. La forza di un festival di questo tipo risiede nel fatto che anche il non appassionato di musica può facilmente trovare e ascoltare un ottimo live pur non conoscendo la scena, semplicemente affidandosi e fidandosi della scelta che è stata fatta. Per questo motivo una band come la nostra, che due anni fa non aveva una fan-base, è riuscita a fare sold out tre settimane prima del concerto. Come sottolineavi poi, l’impatto che ha avuto il festival sulla città non ha riguardato solamente la musica ma ha creato una connessione dei cittadini col territorio e in particolare con zone della città poco conosciute. Ciò che amiamo di più dei festival diffusi, JazzMi ma anche Piano City, è che regalano alla città un’energia molto positiva: i cittadini sono portati a scoprire nuovi luoghi e a spostarsi anche di molto e spesso verso le periferie, piuttosto che verso il centro, pur di assistere a un live. Abbiamo un bellissimo ricordo del nostro primo live a JazzMi, in un Bunker della seconda guerra mondiale a Dergano. Quel concerto è stato il primo live completo – dopo un live “trial/zero” alla Camera Oscura un paio di giorni prima – nel quale ci siamo esibiti con la nostra formazione definitiva attuale e ha senza dubbio segnato un punto di svolta fondamentale per il progetto. Negli anni successivi ci siamo esibiti sempre per JazzMi, al Volvo Studio, dove abbiamo partecipato alla prima edizione del contest Jam The Future, aggiudicandoci il primo premio che ci ha dato la possibilità di esibirci alla prestigiosa Triennale di Milano. Per l’ultima edizione del 2020, invece, ci siamo spostati a Rozzano per un live outdoor nella cornice della Cascina di Rozzano. Dobbiamo molto a JazzMi anche come spettatori, perché ha portato in città alcuni tra i nomi più interessanti della nuova scena jazz internazionale, facendoci conoscere artisti come Kamaal Williams, Jacob Collier, Kassa Overall, Jeff Parker e tanti altri.

 

 

La musica, notturna e diurna, è un elemento cruciale che rende i Navigli una delle zona più interessanti, cangianti e sempre in movimento di Milano. Secondo voi “come suonano i Navigli” e come avete visto mutare la sua colonna sonora negli anni in cui li avete vissuti?

I Navigli raccolgono tantissime realtà musicali: Biko, Conchetta e Apollo propongono situazioni, scene musicali e artisti molto diversi tra di loro. Negli anni la colonna sonora dei Navigli è cambiata parecchio, pensiamo ad esempio a Le Scimmie lo storico locale che ha chiuso i battenti da quasi 6 anni e che era un punto di riferimento per la musica live a Milano. Questa però è una tendenza che sta investendo un po’ tutta la città e che speriamo vivamente possa invertirsi al più presto. Fortunatamente comunque la zona è molto animata dal punto di vista musicale, sia per la presenza di tante sale di registrazione sia per i diversi negozi di dischi che sono un punto di riferimento per la città. Nelle strade spesso si trovano tanti busker di livello, persino i nostri amici della big band Deaf Kaki Chumpy un paio di anni fa avevano organizzato un bel live vicino a vicolo dei Lavandai sul Naviglio Grande. La zona della Darsena a nostro avviso potrebbe prestarsi molto bene a dei piccoli live nello spazio antistante alle gradinate soprattutto verso il tramonto, quando la zona si anima e viene investita da una bellissima atmosfera di aggregazione.

Quella dei Navigli resta una delle zone più dinamiche della città, dove c'è un bello scambio di energie, realtà diverse. Cosa vi lega a questa zona e quali sono i vostri posti del cuore?

I Navigli per noi sono sempre stati un luogo di aggregazione ma anche di relax e un’opportunità per stare un po’ all’aria aperta, spesso ci piace semplicemente percorrere in bicicletta il Naviglio Pavese sino fuori Milano per poi tagliare per i campi attraverso i corsi d’acqua e  ricongiungerci infine a Gaggiano sul Naviglio Grande per tornare in Darsena. I luoghi a cui siamo legati sono tanti, in primis ci sono i negozi di dischi, uno di questi è sicuramente Dischivolanti, storico negozio sul Naviglio Grande che accoglie una delle selezioni più interessanti della città; un altro record shop molto interessante è Psycho, leggermente più fuori dai giri in via Zamenhof. Poi SuperGulp, Giovanni (Ferrazzi, NdR) è un grande appassionato di fumetti e solitamente spende lì il suo stipendio. Un luogo meraviglioso è l’Auditorium di Milano in largo Mahler vicino al Conchetta. Usciti dall’Auditorium, un bar che ci piace frequentare è il Frizzi e Lazzi, un luogo fuori dal tempo, crudo e lontano dai locali patinati; oppure più vicino alla Darsena la birreria Al Coccio o leggermente più nell’entroterra il birrificio Brioschi, che propone un’autoproduzione birrofila di alto livello. Quando ci viene fame ci spostiamo al Coke per un’ottima pizza oppure al Brutto Anatroccolo o al Sushi San, ristorante minuscolo e più accogliente dei classici AYCE, il proprietario è un personaggio autentico e cucina dei Gyoza incredibili. Spesso poi ci piace rilassarci al Parco Segantini a metà tra i due navigli, un luogo tranquillo e molto ampio, allunga la linea dell’orizzonte spesso troppo corta in città e permette di avere una bella luce sino al tramonto.