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Il Quadro di Troisi e i legami sotterranei del pop

In occasione del loro live per Romaeuropa Festival, Eva Geist e Donato Dozzy hanno scelto per ZERO una serie di ascolti 'underground' che sono stati d'ispirazione per il loro acclamato esordio omonimo su Raster

Scritto da Chiara Colli il 5 ottobre 2021
Aggiornato il 6 ottobre 2021

Foto di Guido Gazzilli

«È più difficile fare una canzone che un’opera, di questo sono sicuro. In tre minuti devi sintetizzare una cellula, non ti dà possibilità di fare ambiente o tappezzeria: con la canzone devi arrivare proprio al centro». Difficile non essere d’accordo con questa dichiarazione datata 1985 di Franco Battiato, vera e in un certo senso spietata oggi più di allora. Difficile non considerare la canzone (e il suo macrogenere di riferimento, il “pop”) in tutta la sua necessità di sintesi e immediatezza come un processo nella maggior parte dei casi paradossalmente complesso e stratificato cui dare forma – a meno che per “canzone” e “pop” non si intenda l’appiattimento seriale su un trend o il (pre)confezionamento in studio su modelli prestabiliti di un ritornello o di una strofa. Questa regola non scritta che ha reso immortale una certa tradizione cantautoriale italiana, talvolta anche orientata all’elettronica, trova il suo momento più cruciale nel passaggio di testimone con la contemporaneità, nel processo di rinnovamento ed evoluzione di quei classici – Battiato e Battisti, Alice e i Matia Bazar, ma anche Mia Martini e andando in territori più sotterranei Claudio Rocchi, giusto per fare qualche nome. La forza di un “esperimento” come quello de Il Quadro di Troisi e dell’esordio omonimo uscito un anno fa sulla Raster di Byetone e in collaborazione con Terraforma, sta proprio in questa sintesi tra eleganza e immediatezza: un’orecchiabilità che in realtà nasconde una complessità trasversale di influenze, un cuore rétro dal grande potenziale innovativo sulla “canzone italiana”. E poi la capacità di tornare a dare un respiro e un’ambizione internazionale a una musica, ma soprattutto a un testo, in italiano, in contro tendenza rispetto alla maggior parte della musica pop prodotta oggi in Italia, così chiusa in codici, linguaggi e tendenze che difficilmente hanno la forza di superare i confini del paese.

Il Quadro di Troisi sono Eva Geist e Donato Dozzy, due nomi con percorsi artistici diversi ma entrambi molto eclettici, che negli anni hanno attraversato un ampio spettro della musica elettronica. Eva Geist, all’anagrafe Andrea Noce, partendo proprio dall’incontro fra canzone ed elettronica con il primo progetto Le Rose a Roma, poi a Berlino con la sua produzione da solista e attraverso sempre nuove evoluzioni anche in territori più sperimentali, in Italia e all’estero; Donato Dozzy come autore e producer tra i più significativi e pionieristici nella scena italiana dai Novanta a oggi, attraverso produzioni per il clubbing o d’ascolto e più sperimentali, etichette personali e collaborazioni importanti ma anche sotterranee, dai Voices From the Lake condivisi con Neel alla più recente nascita della label Maga Circe Musica (che ribadisce la sua affinità e predilezione per suoni circolari e ripetitivi, qui addirittura dall’attitudine “psichedelica”). Un percorso, quello di Dozzy, che trova un momento importante nell’incontro, da giovanissimo, con Pietro e Paolo Micioni, figure chiave nel marchiare e rendere unica una certa produzione pop e italo disco da fine Settanta in poi; un nome, quello di Pietro Micioni, che torna nella produzione de Il Quadro di Troisi rendendo ancora più solido il legame tra quel passato eterno e i futuri possibili del pop elettronico italiano – processo comunque impensabile senza i testi, evocativi e senza tempo, di Eva Geist e una certa sensibilità synth pop sottesa a tutto l’album (chi ha detto Eurythmics?).

A questa serie di tasselli, però, ne va aggiunto uno altrettanto fondamentale e che connota molti dei progetti più originali nati, nel corso degli anni, a Roma: quel tassello è il legame con l’underground, le radici piantate nelle scene sotterranee e laterali della capitale (ma non solo), la cui eco ancora oggi nutre molta della produzione artistica più riconoscibile e avventurosa della città. Per Donato Dozzy il legame “originario” e formativo con uno spazio e un contesto cruciale per il clubbing meno allineato come il Brancaleone, dove ha mosso i primi passi a inizio Novanta; per Eva Geist con la scena scomposta e sperimentale di Roma Est della seconda metà dei Duemila (non a caso uno dei brani, “L’ipotesi”, è stato composto da Stefano Di Trapani, meglio noto come Demented Burrocacao). Dopo un’estate con varie date in giro per festival, Il Quadro di Troisi arriva sul palco dell’Auditorium per Romaeuropa come ultima data della rassegna Digitalive e primo live “ufficiale” a Roma: per l’occasione, abbiamo chiesto ad Andrea e Donato di scegliere per ZERO alcune tracce che sono state d’ispirazione per il disco, prediligendo quelle più sotterranee rispetto ai grandi classici della canzone italiana più volte menzionati. Il risultato sono dieci ascolti di musiche avventurose, sperimentali e di ricerca, perlopiù italiane e non senza rifermenti proprio a quell’underground capitolino che li ha visti crescere e apprezzare all’estero come in Italia.

ALESSANDRO ALESSANDRONI – “Afrovodoo”
Pezzo datato 1978, che fa parte di quella cerchia ristretta di composizioni romane celebranti il mal d’Africa, che ancora ci affligge. Un linguaggio musicale avveniristico e intramontabile, che ancora oggi ispira moltissimo.

GAZNEVADA – “Going Underground”
Inconfondibile ritmo contorto, rappresentante di un underground italiano sdoganato da stilemi prettamente nazionali. Un punto di partenza e anche di arrivo.

COLD COLORS – “Les Ombres”
Questo brano attinge, nella migliore tradizione new romantic, dal grande classico “Fade to Grey” e ne catapulta i contenuti in un mondo house ed electro, con grande classe.

THROBBING GRISTLE – “Hot in the Heels of love”
Throbbing Gristle è lo squarcio del velo di Maya, perché c’è il suono prima e c’è il suono dopo i Throbbing Gristle: una lezione più che un ascolto. Qualsiasi brano, questo ricorda i nostri anni migliori.

CHROMATICS – “Shadow”
Una gran band, sicuramente fra le cose più interessanti che il panorama post wave abbia sfornato negli ultimi anni. Peccato si siano sciolti.

KIRLIAN CAMERA – “Edges”
Capostipiti della new wave italiana, con una voce, quella di Simona Buja, che lascia il segno. Progetto sicuramente molto più conosciuto all’estero che in italia.

THE NE-21 – “Human Mode Off”
Side project del più noto Retina.it, duo elettronico di Pompei, ai quali siamo legati da un rapporto di profonda stima ed amicizia. Sicuramente tra gli sperimentatori più prolifici del nostro panorama nazionale.

WOW – “Occhi di serpente”
Fa parte dell’album “Come la Notte”, uscita recente ma che è già un classico e raccoglie costanti consensi anche all’estero. “Occhi di serpente” è un pezzo conturbante e lisergico, che ti entra sotto la pelle.

ALIEN ALIEN FEAT. IGINO – “Perfidia”
Due grandi produttori romani, Rodion e Hugo Sanchez, e una voce, quella di Igino, che merita il grande successo di questa traccia. Un tormentone della notte, per chi come noi ha la passione per il downtempo.

GAY CAT PARK – “I am a Vocoder”
A questo vocoder ci siamo ispirati per il ritornello di “Raggio Verde”. Un pezzo pescato tra i grandi successi del Discotto di Milano, etichetta che decretò il successo della Italo disco in tutto il mondo.