Vent’anni fa – ma forse anche dieci – nessuno avrebbe scommesso una lira – riferimento monetario non casuale – sul fatto che l’Irlanda avrebbe dominato al musica degli anni Zero e che lo avrebbe fatto in maniera trasversale e massiva, catturando qualsiasi pubblico: punk e hip-hop, indie ed elettronico. Si poteva più facilmente immaginare che un’eventuale ondata avrebbe avuto un chiaro segno politico: nel momento in cui il rigurgito anticoloniale è diventato parte integrante della controcultura globale, era prevedibile che l’incendio più grande si sarebbe acceso nella nazione che si è ritrovata a vivere in questa condizione proprio nella vecchia Europa dei grandi imperi.
Eccoci quindi alla seconda estate romana dal chiaro accento gaelico: se quella del 2025 è stata tutta per il live oceanico dei Fontaines D.C. a Capannelle, il 2026 sarà per i tre Kneecap: Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí. Scorrettissimi, schieratissimi, in pochi anni sono diventati il nemico pubblico numero uno per l’Inghilterra moderata, che non ha gradito parecchie cose: dai riferimenti all’IRA – il termine “kneecap” richiama fortemente la “nostra” gambizzazione extraparlamentare degli anni Settanta – ai passamontagna con il tricolore iralendese, passando per il sostegno apertissimo alla causa palestinese, con Mo Chara che è stato addirittura accusato di terrorismo ai sensi del Terrorism Act del 2006 per aver esposto una bandiera di Hezbollah durante un concerto londinese del 2024.
L’anno scorso anche il Premier inglese Keir Stramer si è esposto personalmente definendo “inappropriata” la partecipazione dei Kneecap al nazionalpopolare festival di Glastonbury, ma, come era ovvio, a finire sommerso dai fischi è stato solo il povero Keir. Chi invece si è messo a disposizione del progetto in maniera incondizionata è stato addirittura Michael Fassbender, che ha recitato nella prima pellicola cinematografica omonima dei tre di Belfast, uscita in Italia lo scorso anno. Musicalmente si sono affidati per il primo album, “Fine Art”, a un vecchio volpone dei beat di strada quale Toddla T, mentre per il secondo, appena uscito, “Fenian”, si sono rifugiati nelle mani di un altro mostro sacro della scena indie/alternative, Dan Carey. Hip-hop, grime, 2step, neurofunk, banger e contro-banger: tutto quello che fa parte del repertorio elettronico anglosassone gioiosamente “coatto”, nei loro album c’è. Ready to riot.
Scritto da Nicola Gerundino