Margine Operativo

25 anni di performance e spazi urbani, 18 di Attraversamenti Multipli, quest'anno in programma dal 15 al 29 settembre. In questa intervista il passato, il presente e il futuro di Margine Operativo.

Luogo di nascita

Roma

Attività

Compagnia Teatrale

Scritto da Nicola Gerundino il 18 settembre 2018
Aggiornato il 20 settembre 2018

L’incontro tra arti performative e città a Roma ha da sempre un punto di riferimento in Margine Operativo, compagnia nata nel ’93 e che dal 2001 è impegnata nella realizzazione di Attraversamenti Multipli, festival che ha toccato tantissimi luoghi, più e meno istituzionali, intercettati e utilizzati partendo dall’idea che lo spazio urbano possa essere “un enorme e infinito palcoscenico”. Compagnie, singoli artisti, pubblico attento e semplici passanti, in questa intervista vi raccontiamo 18 anni di traiettorie che si sono incrociate grazie a questa rassegna, in programma quest’anno a Largo Spartaco (Quadraro) dal 15 al 29 settembre.

Attraversamenti Multipli edizione 2018. Ascanio Celestini a Largo Spartago. Foto di Chiara Cocchi.

 

Quando e come nasce il progetto Margine Operativo?

Margine Operativo nasce nel 1993 a Roma in coincidenza con il “Progetto Majakovskij. Sangue nuovo nelle arterie della metropoli” un percorso artistico che utilizzava l’anniversario dei 100 anni della nascita di Vladímir Majakovskij come spunto per fare una riflessione sulle utopie e sulle avanguardie. Ha coinvolto diversi spazi occupati di Roma e ha intrecciato compagnie giovani e giovanissime della scena dell’autoproduzione teatrale con esperienze consolidate del teatro di ricerca

C'è stato un evento che vi ha portato a incontrarvi, conoscervi e poi a decidere di iniziare un percorso comune?

Più che a un evento, la nascita di Margine Operativo è collegata ad uno spazio (fisico/mentale/progettuale) e da una comunità da dove è partito il nostro percorso: il Forte Prenestino, a Roma.

Qual è stato il vostro primo spettacolo? Dove e quando si è tenuto e che temi trattava?

La nostra prima performance è stata “Macchina di redenzione”, costruita attorno a un montaggio di testi di Jeremy Bentham, l’inventore del Panopticon nel 1791. Si trattava di una performance che intrecciava, come è da sempre nel nostro stile, codici artistici diversi e che proponeva una riflessione sulla detenzione e sulle dinamiche del controllo. Era stata creata per il Progetto Majakovskij e presentata per la prima volta al Csoa Pirateria di Porto, che allora si trovava al Porto Fluviale, sulle rive del Tevere.

Reazioni dopo questo primo contatto con il pubblico?

Abbiamo sempre dato centralità alla relazione con il pubblico e nel nostro percorso abbiamo cercato di sperimentare diverse modalità e dinamiche relazionali. “Macchina di redenzione” è una performance a cui siamo molto legati, sia perché ha segnato il nostro “inizio”, sia perché i feedback positivi che abbiamo avuto ci hanno rafforzato nella scelta di continuare il nostro percorso.

Siete insieme da molti anni, quali sono state le tappe fondamentali del vostro percorso?

Domanda complessa… Ogni spettacolo/performance rappresentano uno step fondamentale di un processo artistico. Diciamo che troverete la risposta
completa nel libro che uscirà in autunno: “I teatri di Margine Operativo”, a cura da Andrea Pocosgnich, nella collana “Spaesamenti” curata da Paolo Ruffini per Editoria & Spettacolo.

A cosa state lavorando ora?

L’ultima performance è ancora in fieri e si chiama “Odissea furiosa”, mentre stiamo mettendo in cantiere un nuovo spettacolo liberamente tratto dal libro “La frontiera” di Alessandro Leogrande

Ci sono stati dei luoghi di Roma che sono stati importanti per il vostro percorso?

Sicuramente tutto il variegato arcipelago dei centri sociali, che sono stati fondamentali per noi e per lo sviluppo di tutta la scena artistica contemporanea romana. E tutti gli spazi urbani e location inusuali che abbiamo intercettato con Attraversamenti Multipli.

Il nome Margine Operativo da dove viene e con quale prospettiva lo avete adottato?

Possiamo rilanciare le parole che abbiamo scritto sul nostro sito per presentarci: «Margine è l’orlo estremo di una superficie, è lo spazio bianco dove le parole già scritte non arrivano, è uno spazio libero che crea una sospensione fluttuante tra le parole, i pensieri, le immagini». Operativo è una parola che riesce a delineare dinamismo, attivismo, concretezza. È un
nome che cerca attraverso due termini e due sonorità diverse, ma che si completano a vicenda, di narrare una poetica e un posizionamento artistico attraverso il quale guardiamo la realtà, nei processi relazionali attraverso cui creiamo uno spettacolo, nella scelta di estetiche che cercano di forzare ed espandere i generi, muovendosi sui confini tra diversi codici artistici.

È un nome che riesce ancora a dare una lettura del presente per voi attuale e significativa?

Per noi è un nome ancora “contemporaneo”, che continua ad abitare il presente e a raccontarci.

Arriviamo ad Attraversamenti Multipli. Qual è la storia di questo festival?

Margine Operativo, fin dall’inizio del suo percorso, ha intrecciato la produzione di spettacoli, con la creazione/costruzione collettiva di eventi artistici e progetti. Abbiamo sempre amato confrontarci con altri artisti, costruire organismi artistici “multipli”, confrontarci con lo spazio della città e con pubblici traversali. Da queste linee, già presenti quindi nel nostro percorso, e dal desiderio di creare un movimento concreto di azioni artistiche in luoghi di “vita”, capaci di confrontarsi con lo spazio urbano, nasce nel 2001 Attraversamenti Multipli. Il nome del festival racchiude al suo interno i fulcri intorno a cui ruota dal 2001: l’attraversamento tra differenti linguaggi artistici del contemporaneo e l’ attraversamento/relazione con diversi spazi/comunità. Attraversamenti Multipli è un opera d’arte polimorfa e multipla. Costruire ogni edizione di
Attraversamenti Multipli per noi significa creare un grande spettacolo, un’opera artistica dalle tante facce. Un organismo vivente con una natura meticcia in cui hanno cittadinanza e dialogano tra loro, intrecciandosi, diverse pratiche delle arti performative contemporanee. In ogni edizione abbiamo sempre cercato di rivitalizzarne il percorso, rilanciando quelli che possiamo definire i suoi elementi cardine: la forte attenzione per le nuove creatività, le location inconsuete, la valorizzazione dei linguaggi artistici contemporanei, la “crossdisciplinarietà”, l’attenzione agli spettatori. Essendo un festival che si muove all’interno degli orizzonti mobili delle arti performative contemporanee, è sempre stato in stretta relazione con il presente. E il presente è sempre in costante trasformazione. Attraversamenti Multipli è un progetto artistico che è sempre in movimento, che si trasforma e cresce nel suo percorso mantenendo salde le sue radici.

Che ricordo avete della prima edizione?

La prima edizione si svolse in tre location: Stazione Termini, la stazione metro di Rebibbia e Campo Lanciani/Stazione Tiburtina. I ricordi sono molti e sono anche legati a tutta la fase esaltante di progettazione e ideazione, a tutti gli infiniti incontri per riuscire a realizzare il festival in “luoghi di passaggio”, all’entusiasmo e alla gioia di veder questa strana creatura artistica prendere forma e vedere che funzionava: la relazione che avevamo immaginato si potesse creare tra le azioni artistiche, il pubblico e il pubblico “casuale” – quello che incontrava Attraversamenti Multipli semplicemente attraversando uno spazio – era incredibile. Funzionava immergere la scena artistica contemporanea in spazi diversi dal solito, usare lo spazio urbano come un enorme e infinito palcoscenico.

Cosa e chi vedremo in questa edizione 2018?

Quest’anno proponiamo di attraversare i confini: confini tra culture diverse, i confini tra generi artistici, i confini tra spettatore e azione artistica. Il confine fisico, virtuale, simbolico non è solo un segno che separa e divide, ma è anche una linea in comune attraverso cui i diversi si toccano e le culture comunicano, e lo sconfinare è un processo costituente di incontro e di confronto, grazie al quale le diversità si relativizzano e possono avere origine nuovi percorsi. La parola d’ordine intorno a cui ruota questa edizione è #sconfinamenti. Il festival si svolge dal 15 al 29 settembre, presso l’isola pedonale di Largo Spartaco, al Quadraro, e in due paesi della provincia di Viterbo: a Calcata il 6 e a Faleria il 7 ottobre.
Gli artisti coinvolti sono Ascanio Celestini, Roberto Latini/Fortebraccio Teatro, Balletto Civile, mk, Collettivo Cinetico, Daniele Ninnarello, C&C Company, Valerio Sirna/Dom, Giselda Ranieri/Aldes, Alessandro Carboni, Collettivo D.A.B. – Dance Across Border, Salvo Lombardo/Chiasma, Filippo Porro e Simone Zambelli, Francesco Capuano e Nicola Picardi, Nani Rossi, Argot Produzioni, Margine Operativo, Kento & Dj Fuzzten, Veeblefetzer Duo Tascabile.

Come Margine Operativo che spettacolo porterete?

Presentiamo due nuove performance: “Odissea furiosa”, con la danzatrice Francesca Lombardo, e “Operazione balena: il rastrellamento del Quadraro”, con Tiziano Panici. In “Odissea furiosa” guardiamo a Ulisse come a un avido assaltatore di città, seminatore di guerre perfino fra gli innocui ciclopi che si cibano di api e parlano ai fiori. L’altra performance è il nostro modo di creare un dialogo artistico con il quartiere che ci accoglie, raccontando un pezzo della sua storia: il feroce rastrellamento del Quadraro, denominato Operazione Balena, che fu organizzato dai nazisti il 17 aprile del 1944 e si concluse con la deportazione in Germania di circa un migliaio di uomini, tra i 18 e i 60 anni, costretti a lavorare nelle fabbriche in condizioni disumane.

Siete molto legati a Largo Spartaco, qual è il vostro rapporto con questa piazza?

Abbiamo scelto di “abitare” con il festival per tre anni consecutivi, dal 2017 al 2019, il Quadraro e il suo cuore, Largo Spartaco, per sviluppare e depositare l’interazione sinergica che abbiamo costruito con questa porzione di metropoli e con le comunità che lo animano. È il nostro modo di rafforzare il lavoro culturale comune e condiviso – concreto e continuativo negli anni – tra Margine Operativo e spazi ed esperienze artistiche e sociali in questa parte di città, come la galleria d’arte contemporanea Garage Zero o il centro sociale Spartaco. Abbiamo scelto Il Quadraro perché è un luogo “denso”, sia di memoria storica, sia di attivismo contemporaneo. Al Quadraro, Medaglia d’oro al merito civile nel 2004, c’era il “nido di vespe”, la roccaforte della Resistenza: è stato uno dei centri più attivi e organizzati dell’antifascismo e fu teatro del più feroce rastrellamento da parte delle truppe naziste. E al Quadraro, a metà degli anni 50, l’INA-casa realizzò il suo più grande intervento di edilizia popolare: tantissime strutture abitative – tra cui il “Boomerang”, l’enorme palazzo che circonda largo Spartaco – utilizzate in vari film da registi del calibro di Pasolini (“Mamma Roma”>) e Monicelli (“Un Borghese piccolo piccolo”). Ci interessa Largo Spartaco perché è un segno concreto delle trasformazioni della città: fino al 2011 era solo un enorme parcheggio, poi, soprattutto grazie all’attivismo della comunità locale, una parte è stata riqualificata ed è stata creata un’isola pedonale. Il nostro “abitare” con il festival Largo Spartaco è il nostro modo di dare un contributo alla vivibilità degli spazi pubblici, e lo facciamo attraverso le arti del contemporaneo.

Attraversamenti Multipli, però, è storicamente un festival assolutamente non stanziale.

Attraversamenti Multipli in questi anni ha sempre scelto di essere nomade, attraversando in ogni edizione luoghi e spazi molto diversi, dalle stazioni della metropolitana a spazi di archeologia industriale, come ad esempio le Officine Marconi (ex Italcable), dalle università di Tor Vergata e La Sapienza alle isole pedonali, dalle biblioteche agli spazi polifunzionali come Garage Zero – con una predilezione per luoghi riqualificati, simbolo delle trasformazioni della città. Attraversamenti Multipli ha un rapporto
viscerale con la città, intesa non solo come coordinate spaziali, ma come luogo di vita e di stratificazione di storie. Questo ci ha portato a una costante ricerca e sperimentazione sulle connessioni possibili tra arti performative, spazi urbani, location particolari e i cittadini. La connessione/interazione con gli spazi è uno dei pilastri di Attraversamenti
Multipli, ed è una scelta. Scegliere come campo di azione per un festival spazi insoliti può essere solo una scelta fortemente voluta, perché è molto più difficile avere le autorizzazioni in questi spazi che non in un luogo convenzionale o istituzionale, è molto più complesso relazionarsi con un luogo senza reti di protezione. Lavorare in uno spazio urbano vuol dire raccogliere la sfida del rischio.

I luoghi istituzionali di Roma non sono ancora pronti per ospitare un festival come Attraversamenti?

In realtà Attraversamenti Multipli è un festival che dialoga da sempre con le Istituzioni. È sempre stato finanziato attraverso bandi dagli enti pubblici – Roma Capitale, Regione Lazio – il suo start up è avvenuto nel 2001 grazie a un finanziamento di Zone Attive, e ha sempre avuto collaborazioni con istituzioni pubbliche dai Municipi di Roma all’Unione Europea. La relazione di Attraversamenti Multipli con spazi diversi e la sua predilezione per gli spazi urbani è una scelta. La città, nella sua complessità, è lo spazio del festival. Lo spazio di azione di ogni edizione può essere ovunque e in questi anni abbiamo molto liberamente scelto di confrontarci sia con luoghi più istituzionali – come le università o le biblioteche di Roma – sia con luoghi pubblici e spazi urbani.

Qual è il vostro giudizio sul performativo e il contemporaneo a Roma in questo momento?

Secondo noi, Roma continua ad essere una straordinaria fucina di produzione di contemporaneo, sia nelle performing art che nelle arti visive. I gruppi con una valenza internazionale che vivono e lavorano a Roma sono moltissimi.

Cosa manca e cosa servirebbe a Roma?

La risposta è sempre e solo una: serve un investimento economico adeguato per le arti sceniche del contemporaneo e servono delle strategie culturali e delle politiche culturali che diano centralità a quello che viene definito “lo spettacolo dal vivo”.

I vostri lavori hanno avuto sempre una valenza e un impegno civile e sociale - e quindi inevitabilmente politico - sempre riconoscibile. Che periodo è questo per voi? Avvertite una necessità di un maggiore coinvolgimento della scena artistica tutta - dall'arte contemporanea, al teatro, alla musica?

Noam Chomsky scrive nel suo ultimo libro “Ottimismo (malgrado tutto)”: «Possiamo essere pessimisti, darci per vinti e quindi lasciare che accada il
peggio. Oppure possiamo essere ottimisti, cogliere le opportunità che certamente esistono e in questo modo cercare di fare del mondo un posto migliore. Non c’è altra scelta». Crediamo che nel nostro tentativo di fare del Mondo un posto migliore risieda l’essenza politica del nostro agire nell’arte. Per noi essere artisti del contemporaneo significa anche provare sempre a creare uno spostamento, una frattura, un cambiamento nella realtà che ci circonda. È quello che cerchiamo di costruire attraverso i nostri spettacoli, il festival e il lavoro che facciamo in rete con altri artisti/compagnie per cercare di creare condizioni migliori per tutto il nostro settore. Ognuno sceglie come posizionarsi – se facendosi coinvolgere o meno – nel proprio tempo.

Tornando ad Attraversamenti Multipli, da qualche edizione ha allargato i confini anche alle varie province del Lazio. Come mai questa scelta?

In questi anni Attraversamenti Multipli ha toccato anche altre città: nel 2014 Napoli, all’interno del Forum Universale delle culture, e nel 2017 il centro storico di Genova nell’ambito di “ORA! Linguaggi contemporanei, produzioni innovative” della Compagnia di San Paolo. Essendo un festival nomade, Attraversamenti Multipli ha abitato anche location in provincia di Roma nelle sue precedenti edizioni, come la stazione dei treni di Ladispoli e la spiaggia di Torvaianica (nel 2009), la stazione dei treni di Monterotondo (nel 2008) e altri luoghi ai confini della metropoli, come la stazione di Pantano, dove abbiamo creato, nel 2006 e nel 2007, due eventi in occasione della Notte Bianca. Questo elemento del nomadismo lo manteniamo anche in questa edizione, proiettandolo fuori da Roma, nella provincia di Viterbo, incontrando a Faleria un “borgo fantasma” e il vitale centro storico di Calcata.

Quanto bisogna adattare il proprio lavoro quando si esce dalla città e si va verso l'entroterra?

Ogni luogo è diverso e bisogna sempre, con qualunque spazio/territorio umano si entri in contatto, creare delle relazioni.

Sul vostro sito c'è questa frase: «Appunti di viaggio: mantenere la rotta cambiandola». Cosa significa per voi?

Che il cambiamento è il nostro percorso ed è il nostro modo di mantenere la nostra strada.