Massimo Pupillo

Con nuovo album, Jhator, appena pubblicato e un nuovo sterminato tour in corso, abbiamo incontrato Massimo Pupillo, bassista degli Zu, e ci siamo fatti raccontare tutto: dal primo basso alle collaborazioni più recenti, passando per lo Spaziokamino di Ostia, Mike Patton e la popolazione Shipibo del Perù.

Foto di Francesco de Palma

Luogo di residenza

Roma/Perù

Attività

Musicista

Scritto da Nicola Gerundino il 6 aprile 2017
Aggiornato il 26 aprile 2017

Gli Zu sono una delle band più potenti che mi sia mai capitato di vedere dal vivo. Hanno fatto album tra i più potenti che mi sia mai capitato di sentire e hanno un’infinità di collaborazioni con musicisti stellari. Un qualcosa di alieno per la stessa Roma – Ostia, a essere precisi – che li ha visti nascere e muovere i primi passi. Uno dei frutti migliori di quella stagione feconda – e veramente alternativa – che ha vissuto la città tra la fine degli Ottanta e i primissimi Duemila e che, purtroppo, ora fatica a ripetersi. Messe da parte le considerazioni socio-urbanistiche, negli annali del 2017 c’è da segnare Jhator, album nuovo di zecca a firma Massimo Pupillo, Luca Mai e Tomas Järmyr (l’attuale batterista), e un nuovo tour – al Monk il 25 aprile assieme a Lento e Juggernaut. Due motivi più che validi per bussare alla porta di Massimo Pupillo per una chiacchierata – che si è rivelata fiume – in cui riprendere i primi fili degli Zu e unirli agli ultimi. Vent’ anni di musica alle spalle in cui Ostia, Chicago, Providence, Washington, l’Olanda, il Giappone e persino l’Himalaya, sono sembrati appartenere tutti allo stesso meridiano.

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ZERO: Di solito inizio le interviste chiedendo dei primi ricordi musicali e dei primi dischi comprati. A te, invece, mi viene spontaneo chiedere del tuo strumento, il basso. Quando e come lo hai incontrato?
Massimo Pupillo: Ovviamente sono un nerd, quindi mi fa piacere rispondere a domande sul basso, potrei parlartene per ore! Ho iniziato a suonare la chitarra classica a 9 anni. A 14 o 15 anni un amico di scuola mi ha proposto di formare una band con lui e, siccome suonava la chitarra moooolto meglio di me, mi è toccato il basso che, fino a quel momento, per i limiti degli hi-fi da due soldi che avevo, non avevo ben compreso come strumento. Però posso dirti che appena l’ho comprato c’è stato un amore profondo: lo suonavo tutto il giorno, ci dormivo anche insieme. Il primo basso era una catastrofe, un italianissimo Gherson, trovato usato a 100.000 lire su Porta Portese. Penso pesasse appena meno della piramide di Giza.

Quello che hai ora invece da dove viene?
È un JD, un basso artigianale fatto a Birmingham “Metal City” da un liutaio che si chiama John Diggins. Ora, la cosa assurda è che questo modello si chiama Mark King perché lo costruì per il tipo dei Level42 e credo non ci sia nella storia della musica un bassista che detesto di più di lui. Lo strumento, però, suona magnificamente. Diggins, a sua discolpa, ha costruito anche delle SG per Tony Iommi e per Angus Young. In ogni caso, il basso che ho non è stato fatto per me, l’ho trovato usato – anche questo su Porta Portese! – l’ho provato, me ne sono innamorato all’istante ed è un amore che dura ancora dopo vent’anni.

Massimo Pupillo e il suo JD.
Massimo Pupillo e il suo JD.

Infatti quel basso l’ho visto in tutti i tuoi concerti da che ne ho memoria. Non lo cambi in generale, né lo sostituisci durante i live con altri modelli: è perché ha un suono che per te è perfetto, nel senso che per te un basso deve suonare così, deve trasmettere esattamente quel suono?
Non sono mai stato un collezionista o un feticista, né sugli strumenti, né su nulla. Quando l’ho provato ho avuto la certezza che “era lui” e mi piace anche come lo sento addosso. Boh, sarà che ci sono così abituato ormai. E poi il suono dello strumento te lo coltivi anche tu col tempo.

Ne hai uno uguale, se mai ti dovesse succedere qualcosa durante un live o un tour?
Sì, ne ho due ovviamente, per sicurezza: in tour non si sa mai. Il secondo è diventato quello principale e il primo che comprai è la riserva. Non c’è un vero motivo, il punto è che, essendo strumenti fatti a mano, pur essendo dello stesso anno (1985) hanno caratteristiche molto diverse e ho l’impressione che continuino a cambiare, ma qui entriamo nella metafisica delle molecole del legno e quelle menate là.

Zu live. Foto di Thor Egil Leirtrø.
Zu live. Foto di Thor Egil Leirtrø.

Torniamo al primo basso che hai suonato: quali sono stati i primi gruppi in cui hai militato? Suonavi cose simili a quello che poi sarebbe stato il marchio di fabbrica degli Zu oppure eri dentro qualche genere totalmente differente?
Da ragazzino ho avuto un po’ di gruppi in cui non riuscivamo mai a terminare una canzone, il punto era che continuavamo a scoprire nuovi suoni o nuove band ogni settimana – tutta colpa di Disfunzioni Musicali – e non riuscivamo mai a decidere e a fermarci su uno stile. Per cui, alla fine, improvvisavamo sempre, pur non sapendo che esisteva tutto un genere chiamato improvvisazione, questo l’ho scoperto tanti anni dopo, quando ormai improvvisare era un’attività spontanea per me. Poi sì, mille progetti, che piano piano mi hanno fatto capire cosa volevo fare davvero. Sono grato per tutto e ringrazio tutte le persone con cui ho condiviso una saletta o un palchetto dai tempi del liceo in poi.

A Roma dove ti capitava di suonare e dove andavi a vedere i concerti?
Ho abitato per un po’ di tempo al Forte Prenestino e quello è stato il luogo in cui mi sono formato e mi sono trovato a vedere più concerti. All’epoca passavano tutte queste band della Dischord, della Alternative Tentacles: molte volte non si conoscevano, però si andavano comunque a vederli e spesso erano sorprese abbastanza sconvolgenti. Poi altri concerti tipo i primi Einstürzende Neubauten al cinema Astra, credo nel ’90, Nick Cave and the Bad Seeds nello stesso anno al Tendastrisce. Insomma, quello di bello che passava. La cosa che mi sconvolgeva delle band che passavano al Forte era il tipo di suono, al di là dell’aspetto compositivo: quando ti trovavi sotto il palco dei Fugazi era come se atterrasse un UFO. Come era possibile che con dei semplici strumenti e ampli tirassero fuori tanto suono e tanta energia? Non era una questione di volume. Questa educazione al suono in Italia non c’era e non è che ci fossero band di fratelli maggiori che ti potessero spiegare queste cose. Ogni volta questi concerti al Forte mi lasciavano felice, ma con una marea di domande e dubbi in testa.

Che gruppi ascoltavi in quei primi anni di attività musicale?
Sempre di tutto. Dai Fugazi ai Neubauten ai Godflesh, molte cose industriali inglesi come Coil, Throbbing Gristle, poi Swans, Diamanda Galas, ma anche cose più tranquille come Nick Drake o Leonard Cohen, Brian Eno, David Sylvian, i Cocteau Twins… E anche classica, contemporanea, free jazz, insomma, un mischione di cose. Alla fine, ancora oggi ascolto praticamente sempre le stesse cose.

C’è stato qualcuno tra questi artisti che ti ha fatto virare verso i suoni di quelli che poi sarebbero stati gli Zu? O anche un bassista e il suo modo di suonare?
I suoni degli Zu, come ti dicevo, nascono da quei concerti al Forte, quando vedevi queste band radere tutto al suolo e pensavi: «Ma come fanno?». Quando siamo andati in tour la prima volta con i Melvins credo ci sia stato una specie di processo di osmosi, perché siamo partiti con un suono e abbiamo finito con un altro, senza cambiare nulla nella strumentazione. E senza volerlo. Ci abbiamo messo anni a trovare davvero il nostro suono, ma se ci pensi, come dicevamo prima, in Italia non c’è tanta storia al riguardo, ancora oggi c’è sempre molta attenzione alla melodia, ma è difficile sentire artisti che davvero abbiano un proprio SUONO con la S maiuscola. Forse i primi che ho sentito sono stati gli Uzeda, ma erano andati a registrare con Albini nei primi Novanta e lì un po’ di cose le hanno sicuramente capite. Band che hanno influenzato gli Zu all’inizio… sicuramente i NoMeansNo, il noise giapponese, gli Swans, visti a metà anni 90 al Link di Bologna – fra l’altro, da un loro bootleg abbiamo “rubato” il nome Zu. Bassisti, sicuro Rob dei NoMeansNo, Mike Watt. Tracy Pew dei Birthday Party è un faro totale: per me è il più grande bassista rock, punto. In periodi diversi anche Peter Hook dei Joy Division, Mark Chung dei primi Neubauten… Holger Czukay dei Can e chissà quanti altri. E poi Charles Mingus, ovviamente, che è stato un rivoluzionario dello strumento. All’inizio avevo tantissimi punti di riferimento, tanto che era difficile trovare il mio suono e la mia voce sullo strumento.

Come si sono formati gli Zu? C’è qualche aneddoto a riguardo?
Madonna se c’è un aneddoto! A 14 anni sono andato a vedere il primo concerto della mia vita, i Saxon al Tenda Pianeta – si può partire da un punto più basso? Ne dubito… Siccome, appunto, avevo 14 anni, sono andato la mattina per essere sicuro di stare in prima fila! Coi panini portati da casa da Ostia e tutto. Penso che riesci a immaginare la scena. Insomma, lì davanti alle 11:00 del mattino c’eravamo solo io, il mio amico di scuola con cui ero andato e altri due ragazzini, che erano Luca Mai e suo fratello Marco. Abbiamo passato tutta la giornata insieme e abbiamo scoperto che vivevano ad Ostia Antica. Da allora siamo diventati amici. Poco dopo i vent’anni siamo andati a vivere nella stessa casa e piano piano si formava questa idea di band in cui avremmo suonato TUTTO quello che ci piaceva, ridigerito e sputato fuori a modo nostro. Ci sono voluti anni per realizzare questa idea. E Jacopo… Aveva 12 anni, i capelli lunghi e la maglietta degli Slayer. Io ne avevo circa 18 e facevo le prove coi soliti mille progetti inconcludenti nella saletta dello Spaziokamino, il centro sociale di Ostia. Jacopo veniva a sentire le prove e poi, quando ce ne andavamo, si metteva a suonare la batteria da solo o col Sekketto, che ora è il nostro tour manager/driver/merch e cervello funzionante in generale. Dopo un po’ di anni, a un rave, in condizioni che non ti sto neanche a descrivere, mi si avvicina e dice (urla): «Penso che io e te dovremmo suonare insieme!». E io l’ho preso in parola, lui o chiunque parlasse dentro di lui in quel momento, non ne sono sicuro. Ma ho fatto bene.

Ti ricordi il primo live che avete fatto a Roma?
Ricordo benissimo. Era al Forte, di spalla agli Half Japanese. Era il 1998, eravamo acerbissimi e in alcuni pezzi provavamo anche a cantare in italiano – a urlare qualcosa, più che altro. Sul lato del palco c’erano due personaggi coi gomiti poggiati alle assi che, letteralmente, fra un brano e l’altro ci dicevano «Ma ‘ndo cazzo pensate de anna’ co’ sta musica?». Te la dico para para, non so se la puoi pubblicare così, ma per onore di cronaca queste sono state le parole esatte… Penso che tu possa immaginare come questo sia un ricordo abbastanza indelebile per me. Lì ci siamo anche resi conto che a Roma ai concerti parlano sempre tutti e che dovevamo ucciderli col volume.

Il racconto del primo album invece qual è? Uscì per Wide Records…
Il primo album… Da quando capimmo che non avremmo mai trovato un chitarrista né un cantante, ci trovammo a provare in saletta noi tre, tutti i santi giorni, anche 8 ore al giorno, per due anni. All’epoca io e Luca campavamo facendo attacchinaggio per tutta una serie di locali, negozi di dischi, il One Love, etc. Quindi di notte attacchinavamo – e a volte dormivamo direttamente in saletta perché non avevamo un’auto e vivevamo ad Ostia- e di giorno provavamo. A un certo punto uscì fuori un brano che non somigliava a niente che conoscevamo, che non potevamo collocare da nessuna parte – era l’inizio della fine!!! In quel momento capimmo: «Questi siamo NOI!» È stato come aprire una prima porta, trovare una stanza piena di cose da esplorare e poi, per fortuna, sul fondo della stanza trovare altre porte che davano su altre stanze. E così via, fino ad oggi. Il brano – intitolato Villa Belmonte, dalla località dove i partigiani arrestarono Mussolini – finì su Bromio. Quando la stesura del disco fu praticamente finita, entrammo in una fase di profonda insicurezza che si tradusse in perfezionismo, in cui continuavamo a rifinire i pezzi in modo maniacale fino a quando capimmo che avremmo anche potuto continuare a farlo per altri 10 anni. Quindi decidemmo una data di scadenza in cui saremmo semplicemente entrati in uno studio a registrare. Una volta finito il disco, non avevamo la minima idea di cosa farci, quindi lo davamo in giro ad amici per sapere cosa ne pensavano. Uno di questi amici era il mitico Luca Collepiccolo – il cui parere musicale è tuttora importantissimo per me – che all’epoca lavorava per Wide a Pisa. E grazie a lui, che lo fece ascoltare ai gestori dell’etichetta, iniziò il nostro rapporto con loro.

Con l’estero avete sempre avuto un ottimo rapporto, tant’è che per diverso tempo siete stati una di quelle realtà “paradossali” conosciute più all’estero che in Italia. C’è stato un personaggio o un evento chiave?
Sì, ci conoscevamo con i The Ex, storica band “anarcho punk” olandese. Per me erano un punto di riferimento umano importantissimo e aprimmo alcuni loro concerti nel ’99. Alla fine del tour il bassista ci regalò il loro libro dei contatti europei fotocopiato, che all’epoca – pre o inizio internet – era come se qualcuno ti desse direttamente un lingotto d’oro in mano. In più, ci organizzarono una settimana di concerti in Olanda nell’estate del 2000 e lì incontrammo molte persone che ci invitarono a tornare. Insomma, piano piano abbiamo iniziato ad avere una rete di contatti, nuovi amici, etc. Ti posso dire una cosa che forse ti sembrerà assurda, ma con Zu non abbiamo mai cercato direttamente un’etichetta. A un certo punto suonavamo spesso a Chicago e Ken Vandermark, un sassofonista della scena free, ci disse: «Credo che possiate interessare a Kurt di Atavistic» – che all’epoca era una succursale della Touch & Go – e ci mise in contatto. Pubblicammo 3 o 4 album per loro. Poi arrivò la Ipecac e ora c’è la House Of Mythology, che è l’etichetta perfetta in questa fase ed è arrivata grazie a Laniakea, il progetto in duo che ho pubblicato l’anno scorso per loro con Daniel O’Sullivan degli Ulver.

Alla Ipecac come ci siete arrivati? Sono curioso di sapere com’è andato il primo incontro con Mike Patton.
Il primo incontro con Patton ha un po’ del mitologico, a ripensarci oggi. Il pomeriggio in cui avrebbero suonato i Fantômas a Roma per la prima volta – nel 2000, al Foro Italico – squilla il mio telefono di casa. Era uno degli organizzatori del concerto che mi dice «C’è qui Mike Patton che vi vuole ad aprire il concerto dei Fantômas stasera». Ora, noi saremmo andati comunque a vederli: che fai, ti perdi Dave Lombardo e King Buzzo? (Lombardo e Buzzo fanno parte, assieme a Patton, dei Fantômas, nda). E stavamo anche un po’ col panico perché il biglietto era abbastanza caro. Quindi mi passano Patton al telefono, che col suo accento mezzo romanesco e mezzo bolognese mi dice: «Oh, allora che fate? Suonate?». Io non sono esattamente cascato dalla sedia perché sinceramente le cose di Mike prima dei Fantômas – Faith No More etc. – mi sono sempre piaciute poco. Ok… Sì, sto a fa’ un po’ il coatto: in realtà sono cascato dalla sedia! Comunque, sono riuscito a far finta che fosse tutto normale e gli ho risposto: «Guarda, noi adesso non riusciamo ad organizzarci a venire lì con i nostri ampli e la batteria, ma se ci fate suonare con la roba vostra veniamo». E mi ha detto: «5 minuti e ti faccio richiamare». Dopo un po’ mi chiamano e mi dicono che ai Fantômas andava bene, ma che dovevamo andare subito a fare il soundcheck. Eh… Il tempo di arrivare da Ostia… Comunque, siamo andati ed è uscito fuori – cosa che non ti aspetteresti mai di sentire – che John Zorn aveva dato a Mike una copia di Bromio, il nostro primo album. Poi la sera in realtà non ci siamo più visti e pensavamo fosse finita lì. Invece quell’estate andiamo a suonare in un festival in Svizzera; arriviamo la mattina in hotel e sentiamo dall’area della colazione una voce che urla «Ah romanacciiii!!!» Indovina chi era? E lì ha iniziato subito a dirci che dovevamo uscire con la Ipecac. Che poi ci abbiamo messo circa 8 anni a concretizzare questa cosa, ma insomma, è successo così.

I Fantômas con qualche anno di meno alle spalle. Nell'ordine, Trevor Dunn, King Buzzo, Dave Lombardo e Mike Patton.
I Fantômas con qualche anno di meno alle spalle. Nell’ordine, Trevor Dunn, King Buzzo, Dave Lombardo e Mike Patton.

A proposito di aneddoti e racconti, ti faccio una domanda su due eventi che hanno un po’ segnato la memoria della vita concertistica qua a Roma: il primo è il live proprio assieme a Patton, con Denny de Vito a presentarvi. Com’è successo che tutti questi personaggi si sono ritrovati assieme sullo stesso palco?
De Vito ci ha più o meno salvato la vita quella sera. Perché a Mike era piaciuto così tanto il ristorante dove eravamo a cena che non ne voleva sapere di andare a suonare: abbiamo fatto due ore di ritardo e il pubblico giustamente era imbizzarrito. Così De Vito ha avuto quest’idea di salire sul palco e annunciarci, con in testa una specie di tenda sporchissima che copriva un proiettore nel camerino. Ed è venuto giù il locale! Sono le strane cose del mondo di Mike. Esce fuori che De Vito è un grande fan dei Melvins, te lo immagineresti mai? Era per caso a Roma a girare un film per la Disney, si sono sentiti ed è arrivato subito, lì al ristorante… La notte è finita sul set del film a scroccare cibo dal catering, grande classico.

La seconda domanda è un racconto sullo Zu Fest all’Acquario Romano. Cosa fu per te quell’esperienza, anche ripensandoci con il senno di poi. Tra l’altro, ci sono voluti più di dieci anni per rivedere i Lightning Bolt qua a Roma….
Fu uno sbattimento incredibile, prima di tutto. Coi Lightning Bolt abbiamo una lunga amicizia, ci hanno aiutati a suonare a Providence un paio di volte e quando ci hanno scritto che volevano venire in Italia abbiamo pensato di organizzare dei concerti incredibili in luoghi unici. Fra l’altro, c’era anche Mats Gustafsson che apriva in solo acustico. Il tutto si reggeva su un rotto della cuffia economico, che non so come non siamo morti di ansia e preoccupazione. Oltretutto, ci arrivò anche il controllo Siae fra capo e collo a metà della sera, cosa che noi, da perfetti punk, non avevamo minimamente considerato. Però sono quelle cose che alla fine della sera vai a casa e dici: «Questa cosa l’ho fatta succedere, ti rendi conto?». Soldi persi o no, era la sensazione di dire qualcosa, di portare qualcosa. Senza stare a scomodare parole come “cultura”, era la sensazione di qualcosa di vero e puro che succedeva. E lo facevamo succedere noi, da soli e con le nostre forze.

Facciamo un altro salto temporale, stavolta in avanti però. Parliamo dell’ultimo album degli Zu, Jhator. Ammetto che mi ha spiazzato, pensavo a qualcosa sulla scia di Carboniferous e Cortar Todo e invece ho ascoltato qualcosa di totalmente diverso. Com’è nato questo disco?
Credo che quando una band vive da 20 anni, ci siano così tanti cambiamenti nella vita delle persone che la musica, se si è sinceri, debba rispecchiarli. È normale avere qualcosa altro da dire e sarebbe ipocrita non farlo, o considerare solo quello che vogliono gli altri da noi. Tanto ci hanno massacrati anche quando abbiamo pubblicato Carboniferous dicendoci: «Ah, ma ora fate metal!», e Cortar Todo: «Ah, ma ora fate grind!». Insomma, non sta mai bene niente. Ancora oggi capita ai concerti il tipo che ci dice che l’unico nostro disco bello era il primo! Il bello degli Zu è che è un’operazione piccola: non dobbiamo rendere conto a nessuno se non a noi stessi, alla nostra coscienza e alla musica, e ci possiamo permettere di esplorare e di prendere rischi. O forse no, vedremo… Per me Jhator è esattamente un disco degli Zu, solo raccontato con mezzi diversi. Ma se ti siedi e lo ascolti con calma, come oggi non si fa quasi più, in cuffia e non scrollando Facebook, ti accorgerai che c’è un’attenzione maniacale su ogni suono. Sul lato B tutti gli arpeggi di koto sono stati processati in modo amanuense, uno ad uno, e non per pignoleria, ma perché ci serviva per raccontare questa storia. Non è che abbiamo scelto il koto, ad esempio, perché “ha un bel suono”. Ci sono un sacco di motivi. Ad esempio, sia per la scelta dei timbri che dei musicisti, il secondo lato – che in fase di lavorazione chiamavamo Moon – doveva avere una forte presenza femminile, per cui abbiamo chiesto a Michiyo Yagi e a Jessica Moss di suonare.

Per me è stato un processo interessante: nella stesura e nella registrazione di Jhator non ho avuto neanche un istante di esitazione. Appena finito l’album e il processo creativo però, mi sono venuti tutti questi dubbi, molto umani, su come sarebbe stato recepito. Per cui ho iniziato a pensarci su in modo più astratto e mi sono detto: «Ma come mai un regista può decidere che una storia ha bisogno di un’ambientazione sci-fi e un’altra storia, invece, funziona meglio se la ambienti, che ne so? In costume nel 1800, ma nessuno protesta dicendo: ‘Eh, sei cambiato, tu sei un regista sci-fi!’». Nella musica invece c’è una regola, che in realtà funziona molto bene nel marketing: trova una sola idea, spremila come un limone e non cambiare mai. Se ci pensi ci sono pochissime band che hanno avuto il coraggio di esplorare e di cambiare nel corso degli anni, perché anche noi musicisti o siamo pazzi, oppure ci poniamo da soli una serie di autolimiti commerciali. E poi ci sono le eccezioni, mi vengono in mente i Talk Talk, che iniziarono con delle hit da classifica e poi gli ultimi due dischi sono completamente astratti, bellissimi.. Boh, io voglio pensare che la maggior parte del nostro pubblico sia evoluto e ascolti davvero. E capisca. Poi ci saranno sempre quelli dell’«Era meglio prima, era meglio il primo demo» e va bene così.

C’è stato qualcosa in particolare che lo ha ispirato?
Nel 2012, dopo che Jacopo uscì dagli Zu, ci siamo presi una “pausa di riflessione”, che poi è durata circa due anni e mezzo. Per me è stato un momento di cui non voglio parlare in dettaglio, diciamo che è stato di profondissima crisi personale, in cui ho anche pensato che avevo lasciato la musica e avrei fatto qualcosa di completamente diverso. Ho viaggiato tanto e mi sono ritrovato a un certo punto in Himalaya, in mezzo a 300 monaci tibetani in un rituale che durava una settimana, 8 ore al giorno. A un certo punto di quel rituale ho pensato: «Cazzo! Ma i Sunn O))) non sono nulla, questi sì che sono drone-metal!». Alla fine del rituale mi ero riconnesso col potere del suono, non avevo capito un cazzo del testo tibetano, ma il suono mi aveva davvero penetrato le cellule come mai prima. Da lì ho chiamato Luca su Skype – dopo forse un anno che non ci sentivamo – per dirgli che volevo ricominciare. E poi negli ultimi anni ho lavorato molto con la pianista classica Katia Labeque e credo sia stata un’influenza abbastanza forte: è stato molto importante suonare musiche di compositori contemporanei, dei minimalisti, entrare in contatto con, diciamo, giovani compositori come Bryce Dessner, Nico Muhly o Johann Johannsson, vedere come stanno tutti abbattendo le barriere fra musiche “alte” e “basse”, realizzare che pensare per generi, oggi, davvero non ha più senso.

Vi siete trovati tutti e tre in sintonia su questa “nuova” visione sonora?
Nelle interviste devi sempre dire: «Sì, certo!», ma in realtà questo, se devo essere onesto, dovresti chiederlo agli altri. Quest’album è nato in un momento molto difficile per tutta la famiglia Zu – qualcosa di personale in cui non voglio entrare qui – ed esprime quello che sentivamo. Non bisogna nemmeno fare l’errore di assolutizzare e pensare: «Ecco, ora gli Zu sono diventati un gruppo drone-ambient-classico-elettronico». Questa era la storia che volevamo o dovevamo raccontare in questo momento e questo era il modo per farlo. Se continueremo e ci saranno altre storie da raccontare, altre visioni da esprimere, ci saranno mezzi diversi per farlo.

La cover e il vinile di "Jhator".
La cover e il vinile di “Jhator”.

Al di là della dimensione musicale, il messaggio che arriva è forte. Il titolo deriva da un rito funebre molto cruento, anche se è giusto dire che è cruento in relazione a una visione occidentale dei riti di fine vita. Insomma, il tema è il grande tema di sempre: vita-morte. Lo avete vissuto e sentito negli ultimi tempi e avete voluto restituire la vostra esperienza su disco?
Sì, ma è qualcosa di molto personale che, come ti dicevo, preferirei lasciare fuori, sperando che la musica parli da sé, a chi vorrà davvero sedersi ad ascoltarla.

Hai assistito dal vivo a questo rito?
No, ormai avviene molto raramente e solo in zone del Tibet rurale. Con l’invasione cinese tutte le antiche usanze sono molto cambiate. E comunque non so davvero se avrei il coraggio di assistere a un rituale del genere. Una cosa è pensarci, ben diverso sarebbe trovarsi lì.

Il titolo del secondo brano, The Dawning Moon of the Mind, è un omaggio a un libro di Susan Brind Morrow. Chi è stato tra di voi a leggerlo per primo e a farlo conoscere anche agli altri? Qual è stato il ruolo di questo libro in Jhator?
In questo libro si parla dei testi delle piramidi e in realtà fa da contraltare al Bardo Thodol, il libro tibetano dei morti, che è stato la guida del primo lato. Sembra molto prog a dirla così, ma sono due movimenti e forse l’unico modo per uscirne fuori è immaginarli come una colonna sonora.

Tra l’altro, se non sbaglio, tu da diverso tempo vivi in Perù. Come mai sei andato a vivere là? La tua esperienza in Sud America ha influito su questo cambiamento musicale?
Nel 2013, nel corso di questo lungo periodo di viaggi, ho deciso di visitare l’Amazzonia, che era qualcosa che volevo fare da almeno dieci anni. Ora, riassumere tutto quello che è successo è impossibile o dovremmo stare qui ore, ma fatto sta che mi sono ritrovato in un villaggio indigeno Shipibo e la seconda mattina che mi sono svegliato lì ho visto mentalmente il mio biglietto di ritorno finire nel cestino. Quella volta ci sono rimasto nove mesi, poi iniziato a fare su e giù. Per gli Shipibo il canto è la forma principale di medicina, nel senso che un curandero impara prima di tutto i canti ed è il canto ad approfondire la sua relazione con le piante. Partecipando ai loro rituali per tanto tempo inizi a percepire di cosa si tratta. Non mi sento di andare più in profondità di così in questo contesto, ma posso solo risponderti che sì, è un’esperienza che influisce profondamente su come percepisco e mi sintonizzo con il potere del suono.

Ci sono riti funebri come il Jhator in Perù?
Non che io sappia, ma ci sono così tante etnie indigene diverse in Perù: almeno 180, e io ho conoscenza solo di una, quindi non posso risponderti a ragion veduta.

Apro una parentesi, come sei riuscito e riesci a gestire gli Zu e i tuoi tanti progetti musicali vivendo dall’altra parte del Mondo?
Non ne ho idea. So che non è la cosa ottimale, so che dal punto di vista pratico è un casino – anche perché vivo in un villaggio senza elettricità e senza internet – e so che dal punto di vista strettamente materiale è solo un ostacolo, nel senso che potrei “ottenere” e “realizzare” molto di più se vivessi in Italia o in Europa. Però è quello che mi fa bene, mi ribilancia l’anima come niente al Mondo, mi rende felice per il resto dell’anno. Boh, far funzionare le cose come una macchina perfetta non è più la mia priorità, o almeno, al momento non lo è, magari lo ridiventerà, non si può mai sapere. Ormai, dopo quattro anni di pendolarismo fra i due mondi, mi trovo perfettamente a mio agio quando arrivo nella realtà del villaggio e forse un po’ meno quando torno in Europa. Per fortuna c’è la famiglia Zu ad accogliermi: cinque persone, di cui quattro cresciute praticamente insieme a Ostia, che si conoscono benissimo e parlano di tutto, per cui rientrare nel furgone e andare in tour insieme, dopo tutti questi anni, è veramente come avere una seconda casa.

A proposito dei tuoi progetti, ti chiedo un tuo pensiero su due nei quali ho ritrovato degli elementi di Jhator più che in altri. Il primo è Triple Sun: com’è nata questa esperienza?
Anni fa, come ti dicevo, sono stato chiamato a suonare dalla incredibile pianista classica Katia Labeque nel suo ensemble elettrico/contemporaneo. Con gli altri due musicisti, David Chalmin e Raphael Seguiner, ci siamo trovati a eseguire un brano di Glenn Branca in trio e abbiamo sentito che c’era l’alchimia di una band, così abbiamo deciso di incidere alcuni brani nostri, alcune cose che avevo scritto io su una chitarra acustica in Perù, che poi abbiamo completamente rimaneggiato e riarrangiato insieme, più altre cose nate direttamente in studio. Per me è stato bellissimo cantare per una volta!

Il secondo è relativo alle collaborazioni con Oren Ambarchi, tra cui l’ultimo Aithein, un disco che mi è piaciuto moltissimo e in cui c’è anche Stefano Pilia, che ha suonato pure lui in Jhator.
Stefano è un amico fraterno da tanti anni, oltre che un musicista eccezionale che ha veramente pochi pari. Ci siamo conosciuti anni fa in uno squat a Bologna ed è stato subito chiaro che eravamo “fratelli”. Anche con Oren c’è una lunga amicizia, ci siamo conosciuti forse 10 anni fa quando condividemmo un palco in Belgio e fece vibrare un’intera stazione della metro con le sue basse frequenze. Mentre suonava pensavo: «Questo è già un amico». Infatti poi siamo diventati amici e abbiamo suonato un po’ di volte dal vivo in duo. E siccome siamo tutti e due dei grandi fan di Stefano Pilia, a Bologna abbiamo pensato di invitarlo e di registrare il live. E così è nato Aithein.

Come avete scelto gli altri musicisti che hanno collaborato a Jhator, siete andati alla ricerca di un suono particolare che vi ha portato a ognuno di loro?
Si, è stato un po’ come fare un casting degli attori giusti per un film: allo stesso modo, noi cercavamo dei timbri. Il disco è nato dal riff iniziale di basso doppiato dalla ghironda, questo era tutto quel che c’era, ma piano piano che andavamo avanti diventava chiaro da sé che tipo di suono serviva per raccontare questa storia. Ci sono voluti sei mesi pieni per scriverlo, mesi in cui raramente ho avuto in testa qualcos’altro.

Sempre parlando di progetti paralleli, anche il recentissimo Divus di Luca con Luciano Lamanna va in una direzione che è quella di Jhator.
Credo che questa sia una domanda per Luca, ma posso dirti che mi sembra chiaro che siamo di nuovo in uno dei nostri momenti di esplorazione e messa in discussione di tutto. Il che rende tutto più avventuroso e, allo stesso tempo, ci fa forse dormire sonni meno tranquilli.

Come si è trovato il nuovo batterista, Tomas Jarmyr, a dover affrontare questi – passami il termine – “nuovi” Zu? Tu e Luca, invece, come vi siete trovati con lui?
Io e Luca ci troviamo benissimo con lui: Tomas è da sempre un fan degli Zu più angolari e metallici, quindi penso sia felice di suonare con noi ed è anche molto paziente con i nostri continui cambiamenti di rotta. Stiamo iniziando a scrivere del materiale nuovo con lui ed è di nuovo come premere reset e ripartire da capo.

Zu a Berlino, 2016.
Zu a Berlino, 2016.

Come tradurrete questo disco in un live?
È impossibile eseguire Jhator dal vivo, a meno che ci sia un generoso organizzatore di festival che possa portare insieme 11 persone da ogni parte del mondo (Giappone, Canada, Norvegia, etc). Sky Burial sarà il bis del concerto in questo tour, ma in una versione diversa, ovviamente. Moon è impossibile da riprodurre senza avere Michiyo Yagi, perché il brano si basa sull’elettronica e sul suo koto.

Anche in questo nuovo tour porterai lo stesso basso di sempre?
Non c’è nessun dubbio al riguardo. JD forever! (E no, non mi sponsorizza, anche se ci ho provato almeno un paio di volte).